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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Se la vita dopo il lockdown fa paura

Se la vita dopo il lockdown fa paura

Well Being

La riapertura della libera circolazione in Italia fa emergere insicurezze e criticità. La vita ricomincia ma restano le sindromi da virus. Ecco perché.

​Nel 1820 la pubblicazione britannica The Gentleman’ Magazine denominò quale “sindrome della capanna” una particolare condizione, insorta durante la forzata clausura legata all’epidemia di tifo di inizio secolo, caratterizzata da estrema irrequietezza, irritabilità e insoddisfazione. La stessa sintomatologia è stata riscontrata dai ricercatori dell'Università del Minnesota che, all'inizio degli anni '80, hanno studiato come le persone subiscono l’isolamento legato ai rigidi inverni nordamericani. E oggi demotivazione, irritabilità, tristezza e affaticamento possono risultare familiari a quel milione di italiani che, secondo le stime della Società italiana di psichiatria, dopo il lockdown accuserebbe la stessa “reazione da adattamento” in maniera così pesante da sviluppare un disturbo apparentemente paradossale: il fatto cioè che, dopo aver sofferto per il divieto di lasciare la propria casa, ora che è lecito farlo, molti abbiano paura di uscire.

«La nostra abitazione per settimane è stata l’unico luogo in cui sentirsi al sicuro, si tratta di meccanismi inconsci, di cui non c’è piena consapevolezza», sottolinea Roberto Ferri, presidente della Società italiana di Psicologia dell’emergenza. «Non dimentichiamo che siamo reduci da un duplice sforzo psicologico: quello iniziale, per abituarsi al lockdown, che piano piano ha ceduto il posto alla bellezza di riscoprire le relazioni familiari e al piacere delle letture e di ritmi più distesi, e la fatica finale di abbandonare le abitudini acquisite in questi mesi. Per di più, il virus non è stato sconfitto: dunque è comprensibile che in molti permanga la paura di doverlo affrontare di nuovo».

Proprio per il timore di dover fronteggiare le conseguenze di una eventuale ricaduta, circa 6,5 milioni di italiani hanno dichiarato di aver intenzione di sottoscrivere una polizza assicurativa che prima non avevano. Come evidenzia Diego Palano, managing director insurance di Facile.it, che ha coordinato un’apposita ricerca con Up Research e Norstat  «il periodo di emergenza ha messo in luce, da un lato, i limiti di alcune polizze, evidentemente non adatte ad affrontare l’eccezionalità di questa pandemia; dall’altro ha contribuito a sensibilizzare molti italiani sull’importanza di avere una copertura assicurativa che, anche in casi imprevedibili come quello attuale, possa offrire un supporto per le eventuali difficoltà, siano esse di natura economica o sanitaria».

Né una polizza omnicomprensiva né misure rigorose di igiene bastano però a evitare che le persone più diffidenti, quelle che preferiscono non lasciare nulla al caso, cadano preda della citata sindrome della capanna. «I soggetti più controllanti, quelli con poca capacità di adattamento e gli ipocondriaci sviluppano più facilmente il timore di uscire: per loro il mondo esterno rappresenta il pericolo di ammalarsi, o di contagiare i propri cari, o di non ritrovare più i punti di riferimento antecedenti al lockdown», spiega lo psicologo. La sindrome può facilmente colpire anche gli anziani, per quanto per loro la paura del contagio non sia legata tanto alla paura di morire, «che a una certa età è un pensiero quotidiano, quanto a quella di morire da soli, senza poter dire addio ai propri cari. Perciò vanno aiutati in modo particolare a non rinchiudersi, anche perché l’isolamento rischia di innescare in loro processi depressivi e degenerativi».

ALLA RICERCA DEL NOSTR​O IO

Il consiglio dell’esperto è quello di procedere a piccoli passi: «Come si fa quando ci vuole desensibilizzare da certe sue paure, ci si espone al ‘pericolo’ a poco a poco. Il primo giorno mi limito a una passeggiata attorno all’isolato, poi mi spingo più lontano facendomi accompagnare da qualcuno che mi distragga, poi svolgo piccole incombenze e via dicendo». L’importante è darsi il tempo necessario a riabituarsi alla vita sociale la cui assenza per molti è stata così debilitante: «Questi mesi di fermo hanno lasciato dietro di sé una generale stanchezza, la svogliatezza di chi sente come eccessivamente impegnativo il ritorno alla vita di prima, che nasce  dalla mancanza di confronto con gli altri» chiarisce Ferri. «La costruzione del nostro Io infatti si nutre anche del dialogo e perfino della discussione con gli altri, che può risultare faticoso ma è anche fonte di energia. In assenza di questo stimolo, è come se fossimo implosi, ripiegati su noi stessi». Tuttavia, prosegue Ferri, «questa assenza forzata della nostra dimensione sociale, che spesso ci forza a comportamenti inautentici e consumi automatici, può avere liberato lo spazio mentale per un ripensamento delle nostre modalità di funzionamento. Quante delle attività che svolgevamo prima del Covid hanno davvero un valore per noi?  È ancora vero che più facciamo, più valiamo? Questa crisi ci sta offrendo l’opportunità di riesaminare il nostro ruolo rispetto agli altri e di riconsiderare anche le imposizioni della società in cui viviamo. Dal disorientamento di questo peri​odo, che ha demolito le nostre certezze, potremmo uscire più consapevoli e più forti di prima. O se non altro, meno disposti a impegnarci in attività e relazioni che, a conti fatti, non valgono più le nostre energie, fisiche e psicologiche».  


 

 

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