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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > ESG e Covid-19: perché è un’opportunità

ESG e Covid-19: perché è un’opportunità

Environment

Ci sono almeno tre modi di guardare alla pandemia Coronavirus con le lenti della sostenibilità. E per la finanza sostenibile è un’occasione da non perdere.

​"Come gli investitori responsabili dovrebbero rispondere alla crisi Covid-19 Coronavirus": è il titolo di una nota pubblicata nei giorni dell'emergenza Coronavirus da PRI-Principles for Responsible Investment, l'organizzazione che rappresenta la voce più autorevole della finanza sostenibile a livello globale. È una delle innumerevoli iniziative messe in campo dal vasto mondo della sostenibilità, con investitori e imprese in primis, durante l'emergenza Coronavirus.

Ci sono almeno tre modi di guardare alla pandemia Coronavirus con le lenti della sostenibilità. Innanzitutto, perché i temi di sostenibilità c'entrano con la crisi Coronavirus? Poi, c'è un modo sostenibile di affrontare tale crisi, nel senso del comportamento da tenere da parte di imprese e investitori nella gestione dell'impatto della crisi? Infine, c'entra la sostenibilità nel modo in cui si vuole uscire dalla crisi, cioè nella definizione di quali debbano essere le nuove fondamenta, del modello di sviluppo e in generale della società, che in tanti ora dicono di voler gettare, per fare il possibile affinché tutto ciò non si ripeta?

Che i tanti e gravi gap di sostenibilità dell'attuale modello di sviluppo, cioè del business as usual, abbiano favorito lo scoppio della crisi Coronavirus, è stato ricordato ad esempio da Asvis (l'Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile), che ha messo in fila quanto affermato in queste settimane da una serie di autorevoli voci. Come quella di Wwf Italia, che ha pubblicato un rapporto molto esplicito già nel titolo: Pandemie, l'effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi. La questione centrale è l'impatto negativo che il modello di sviluppo ha sugli ecosistemi naturali e come ciò purtroppo aiuti lo scatenarsi di pandemie come quella attuale: il dito è puntato su perdita di biodiversità, eccessivo sfruttamento del suolo, deforestazione, commercio illegale (in particolare di animali selvatici vivi), naturalmente anche su emissioni di CO2 e crisi climatica. Secondo uno studio della compagnia assicurativa Zurich, sono in particolare la crisi climatica e la perdita di biodiversità ad aver favorito nel mondo, negli ultimi decenni, la diffusione di virus di origine animale. Ci sono inoltre studi che hanno evidenziato nello specifico come l'inquinamento di certe aree (come la Pianura Padana) potrebbe aver favorito la diffusione dell'epidemia Coronavirus, perché il particolato atmosferico (Pm10, Pm2.5) costituirebbe un efficace vettore per la diffusione delle infezioni virali. Provando a porsi dalla prospettiva opposta, in un certo senso guardando cioè agli effetti e non alle cause, si vede come combattendo contro il Coronavirus si stia indirettamente combattendo la battaglia contro l'inquinamento: i rilevamenti condotti in aree del nostro Paese che da anni pagano un pesante dazio all'inquinamento, hanno mostrato come le eccezionali misure di chiusura e contenimento della mobilità a tutti i livelli decise dalle autorità abbiano prodotto una riduzione dell'inquinamento atmosferico. Non è pensabile, ovviamente, vivere sempre tutti in casa e non muoversi, come si sta facendo in questo periodo, per ridurre l'inquinamento. Ma è ugualmente evidente che un ripensamento profondo delle nostre abitudini in termini di mobilità e trasporti, come siamo stati tutti costretti a fare in questo periodo, deve essere fatto in chiave strategica e non emergenziale, perché è nel nostro stesso interesse. La sostenibilità, dunque, c'entra e molto con l'emergenza Coronavirus.

Quanto alla risposta, tanti hanno provato a sistematizzare quelle che si possono definire "buone pratiche" nel modo in cui si è reagito alla crisi. Che fin da subito si è capito sarebbe diventata una crisi non solo sanitaria ma anche economica, tra l'altro di dimensioni mai viste prima. Lo ha fatto ad esempio Assobenefit, l'associazione nazionale delle società benefit, che sul proprio sito ha aperto una sezione dedicata per raccontare le iniziative messe in campo dalle società benefit, vocate per statuto societario al conseguimento di un impatto sociale positivo sulla collettività. Allo stesso modo ha ​fatto Sodalitas, la fondazione di Assolombarda per il sociale, in una pagina riservata alle iniziative delle imprese associate. Il Global Compact ha lanciato un piano per coordinare la risposta del mondo del business all'emergenza sanitaria, anche per il mantenimento della continuità delle attività aziendali in vista della ripresa. Nella medesima direzione è andata l'iniziativa della Global Alliance for Banking on Values (di cui fa parte Banca Etica), che ha chiamato le istituzioni finanziarie "basate sui valori" alla mobilitazione in risposta alla crisi Coronavirus.

Insieme alle imprese, ha provato a elaborare risposte anche il mondo della finanza. Emblematico il caso della Banca africana di sviluppo, che ha emesso un social bond da 3 miliardi di dollari denominato "Fight Covid-19" per fronteggiare l'impatto socio-economico della pandemia nel continente. Grandi investitori istituzionali statunitensi, fra i pionieri dell'investimento sostenibile e responsabile (fra cui ICCR-Interfaith Center on Corporate Responsibility), si sono fatti promotori di un Investor Statement sulla risposta al Coronavirus, per chiedere al mondo del business comportamenti responsabili in questa situazione. Altri autorevoli protagonisti internazionali della finanza sostenibile hanno sottolineato l'importanza di spingere l'acceleratore sugli investimenti in capitale naturale, affermando la necessità di un New Deal per la natura. Da più parti, tra l'altro, è stata evidenziata la capacità degli investimenti caratterizzati nel senso della sostenibilità e della responsabilità di tenere botta meglio degli altri durante la crisi, in termini sia di performance, sia di raccolta, al punto che c'è chi ha quasi profetizzato che la finanza del dopo-Coronavirus si orienterà in maniera ancora più netta verso la sostenibilità.

Andrà davvero così? Si assisterà nel post-emergenza Coronavirus a un'accelerazione verso la sostenibilità, a un'azione coordinata, decisa e rapida - com'è stato per il Coronavirus - in tale direzione, per dare forma a una società più attrezzata a fronteggiare crisi, a cominciare da quella più urgente e cioè la crisi climatica? Perché l'emergenza Coronavirus, che ha spinto a rimandare al 2021 la COP26 prevista quest'anno, prima o poi passerà, si spera ovviamente molto prima che poi. La crisi climatica, invece, no. E per quella non esisterà vaccino.

Da dove partire? Si potrebbe iniziare col mettere a sistema tutta una serie di azioni, processi, meccanismi su cui ci si è focalizzati con l'emergenza Coronavirus. Per stare alla finanza, nel documento di PRI di cui si diceva all'inizio, si citano una serie di "azioni immediate" da mettere in pratica, come ad esempio mantenere un orizzonte di investimento di lungo periodo, evidentemente agli antipodi rispetto allo short-termismo che è ancora l'approccio dominante sui mercati finanziari. La Ceo di PRI, Fiona Reynolds, auspica che con la crisi Coronavirus si ponga finalmente fine all'era del "greed is good" (l'avidità fa bene), reso celebre dal personaggio cinematografico di Gordon Gekko, e che si inizi a costruire una "stakeholder society".

Se si vogliono indicazioni ancora più chiare e nette, si può prendere la "Lettera nella tempesta" promossa da un gruppo trasversale di gesuiti, teologi, vescovi, medici, storici, politici, religiosi di varie congregazioni che, ispirati dalle parole di Papa Francesco, indicano come si possa fare della crisi Coronavirus una «occasione straordinaria per maturare una coscienza sofferta della insostenibilità di un sistema economico che è causa di disuguaglianze profonde». Si propone ad esempio di «rimettere in piedi un Servizio Sanitario Nazionale, capace di misurarsi con le sfide inedite e i nuovi bisogni legati alla globalizzazione e alla transizione ecologica» e di «promuovere la costruzione di un Servizio Sanitario Europeo». Con le risorse a sostegno che «potrebbero essere in parte ricavate dalla progressiva e incisiva riduzione delle spese militari – soprattutto per quello che riguarda l'acquisto di aerei da combattimento, navi da guerra, sistemi d'arma». Le ricette ci sono, dunque, e non appaiono neppure troppo complesse: per dire, più sanità, meno armi. Il difficile, come sempre, è avere la volontà di metterle in pratica.​​

 

 

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