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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > I conflitti delle città post pandemia

I conflitti delle città post pandemia

Society 3.0

Prima della Covid-19 lo sviluppo della città era a un bivio: essere il centro dello sviluppo armonico di un Paese o il motore che lo porta fuori giri. Come cambia ora questo incrocio di destini?

È difficile rispondere alle ultime domande sullo sviluppo urbano post Covid-19: come cambieranno le città al loro interno e nel rapporto con ciò che sta fuori?

C'è già chi si porta avanti e fa coraggiose previsioni su città-borgo e grandi esodi in campagna; ma è preferibile comprendere al meglio a che punto eravamo.
Fino a ieri avevamo un grande ventaglio di motivi per cui ragionare ossessivamente sulle città: in Italia per la recente esplosione di energia di Milano, così generosamente narrata e in contrasto con l'implosione di Roma; e all'estero per l'evidenza ormai ventennale di un protagonismo urbano conclamato in Cina, India e Africa, dove si parla di megalopoli più che di città. Il Covid-19 ha sicuramente messo in discussione questa centralità, ed ora impatta sui tanti e diversi approcci all'argomento, buoni appunto fino a ieri:

  • tecnologico (che ha per tema le connessioni, la raccolta e l'uso dei dati prodotti);
  • economico (gli investimenti e il commercio);
  • urbanistico (il verde, la mobilità, l'abitabilità, la logistica);
  • ambientale (le risorse, lo spreco, i rifiuti e la condivisione di spazi e mezzi).

L'ENERGIA DI UN PAESE
C'è un punto di osservazione recente che però può esser utile anche ora, ed è quello proposto dallo studio prodotto dalla collaborazione tra Domus e Ispi, che considera quattro tipi di energie urbane: cinetica, che riguarda la velocità di persone e informazioni; economica, sulla forza produttiva e il capitale umano; sociale, legata alla capacità di integrazione; attrattiva.

Osservare le città partendo proprio dall'energia prodotta, consumata, distribuita, oggi aiuta a considerarle quello che ormai sono: un motore; si potrebbe dire il centro del sistema circolatorio di un intero Paese. Questo è un punto di vista particolarmente interessante in queste settimane, in cui il motore delle città si è fermato.

STASI URBANA
Ogni città ha vissuto in questi giorni la sua stasi urbana artificiale; un coma farmacologico da cui ora ci stiamo lentamente svegliando. Ma come sarà la modalità di uscita da questo coma? Torneremo a vivere i centri urbani e le grandi città come abbiamo sempre fatto? Queste domande nuove si aggiungono a quelle vecchie, non meno importanti e che non hanno mai ricevuto risposta. Infatti, i problemi di questo sistema circolatorio non sono spariti, e riguardano sempre le disarmonie e le contraddizioni. Quelle:

  • intraurbane (centro – periferia);
  • interurbane (città – provincia).


Anche agli occhi più naif le grandi città sono diventate cuori pulsanti di un Paese, in grado di esprimere una forza utile a farlo crescere, ma anche a farlo esplodere. E interrogarsi sull'energia vuol dire cercare di comprendere dove la crescita urbana produca sviluppo e dove invece porti al parossismo, quell'insieme di fenomeni che nella geologia avvengono tutti insieme, nel momento in cui un vulcano sta per esprimere la sua massima energia con l'eruzione. Il rischio di questa agitazione dentro-fuori e dentro-dentro le città c'è ancora; ma può avere avuto un minimo sovvertimento grazie al Covid19.

UN SISTEMA GIÀ IN (DIS)EQUILIBRIO
Solo qualche mese fa ci stavamo dicendo che purtroppo non esiste un interruttore immaginario, utile a fermare o rallentare anche solo un po' un motore urbano che rischia di andare fuori giri o consuma troppo. E poi, perché fermarlo o rallentarlo? Fino ad oggi alcune città vivevano un'espansione indubbiamente positiva. Eppure altre rischiavano e rischiano ancora pericolosi over stretch, con modalità differenti.

  • Sono contesti in cui miglior​a l'aspettativa di vita e luoghi cosmopoliti, dove i residenti vengono per lo più da altri Paesi; ma vivono anche un invecchiamento della popolazione e una forte denatalità, specialmente in Occidente (da uno studio di McKinsey).
  • Consumano e producono energie come formicai pulsanti; ma sono anche i luoghi che vivono stress di risorse (in calo) cronici o acuti, specialmente in Africa, India e America Latina. E con la scarsità si cresce sempre ai danni di qualcun altro. 
  • Sono i luoghi sempre più connessi e tecnologici (vedi alla voce disruptive, sharing, smart city, circular economy) in cui nascono lavoro e imprese; eppure, spesso il ceto medio non è più protagonista di questa vitalità, anzi ne è escluso. Intercettano investimenti e progetti di grandi finanziamenti; eppure vivono processi di impoverimento diffusi, dove più della maggioranza degli abitanti vive in zone di disagio economico.
  • Sono il teatro per l'espressione dell'innovazione urbanistica, della nuova mobilità e della sostenibilità; eppure, le abitazioni hanno spesso prezzi inaccessibili e l'acquisto è impossibile per il più degli abitanti.


CHE FINE FARANNO LE DISEGUAGLIANZE?
Oggi quell'interruttore che pensavamo inesistente ha preso forma: il Covid-19 ha stoppato per un attimo (o per sempre?) la corsa forsennata di alcune realtà urbane. Non ha certo eliminato le disuguaglianze già note, anzi, le ha forse acuite. Ma forse ha agito come fattore democratico che ha portato tutti – élite e popolo, periferie e centro – nella stessa condizione. Anche se momentanea. Non è un caso se gli architetti siano ad oggi gli intellettuali più in vista: sono loro ad avere i migliori punti di osservazione di conflitti e disuguaglianze. E questo accumulo di contraddizioni mette ancora adesso i contesti urbani davanti a un duplice rischio.​

Da una parte le città possano diventare cittadelle fortificate di pensionati benestanti, che il week end preferiscono andare nella villa in montagna (la stessa da cui in questi giorni abbiamo visto collegati su Skype così tanti amministratori delegati) piuttosto che mettersi in coda al parco a duecento metri da casa (quanti milanesi lo fanno…); contesti privi di pericoli, povertà, disoccupazione, migranti, ed oggi privi anche di contagio (?).
Dall'altra c'è la probabilità che il conflitto non sia più tra dentro-fuori, ma avvenga all'interno delle città, dove anche per la classe media sia impossibile accedere ad abitazioni sempre più care (di proprietà o in affitto) e dove i salari subiscano un continuo livellamento verso il basso. E dove ora anche la mobilità diventa più difficile e complessa proprio grazie al Covid19. Diventerebbero quindi il ​motore di un conflitto ancora aperto, tra gentrification, ottimismo, monopattini da una parte e diesel, pessimismo e rotonde dall'altra; un conflitto guidato anche dal disincanto dell'elettorato urbano che sente parlare di città come di un sogno da cui ormai si è svegliato. Un sogno che forse non ci sarà più, e che oggi è turbato da un virus che danneggia tutti, ma come sempre, danneggia soprattutto chi ha meno alternative.

 

 

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