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Consumi: lo scenario oltre il Covid

Society 3.0

Il virus ci ha riportato al vissuto intenso degli a-priori kantiani: il tempo e lo spazio. Ha ridisegnato la giusta distanza ma anche il giusto ritmo. Conseguenze e strategie.

​​​È tempo di bilanci, anche se non definitivi. Il Covid-19 è stato un tragico Stress Test in cui abbiamo verificato le nostre capacità di reazione e resistenza. Dovessi scegliere un'unica parola per sintetizzare il cambiamento in atto direi Valore. Il corpo e la sua integrità, la salute individuale e collettiva hanno costituito il valore vitale e la principale preoccupazione di miliardi di persone nel mondo, simultaneamente e ovunque, ai quattro angoli del pianeta. Ecco alcune conseguenze socioculturali che abbiamo registrato: i protocolli collaborativi della scienza hanno salvato milioni di persone, la Salute Pubblica e il Welfare al femminile (i Paesi con donne al comando come Danimarca, Norvegia, Finlandia, ma anche Nuova Zelanda e Germania) hanno surclassato il Turbocapitalismo e i suoi campioni maschili e muscolari che ne escono con le ossa rotte (Johnson, Trump, Bolsonaro). La Prossimità (che non è Promiscuità) ha risposto al Distanziamento Fisico, il Capitale Sociale e l'Economia Civile indicato il giusto ritmo e la giusta distanza. Il Digitale ha dimostrato di poter avvicinare e non isolare le Persone.

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Proviamo ad approfondire alcune di queste conseguenze e le loro ricadute: si affermeranno nuove priorità e nuovi obiettivi per la nostra vita futura. Si reagirà alla polverizzazione del tempo e al congestionamento degli spazi con una nuova consapevolezza e una possibile alleanza virtuosa tra pubblico e privato. L'eccessiva densità umana verrà combattuta senza dubbi o eccezioni. Ciò avverrà anche in termini strategici.

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Il virus ci ha riportato al vissuto intenso degli a-priori kantiani: il tempo e lo spazio. Ha ridisegnato la giusta distanza ma anche il giusto ritmo. Un vissuto del tempo più sano, con ritmi di vita in cui - dopo lo choc delle prime settimane - ci siamo volentieri accomodati, e a cui difficilmente rinunceremo in futuro, così come un orientamento generale alla sostenibilità. La frenesia insensata di un pendolarismo permanente, lascerà il posto a una consapevole centratura su di sé e sui propri luoghi di vita. Vorremo essere sempre presenti a noi stessi e lo faremo nei nostri riti da cortile e da quartiere, ricostruendo una vicinanza che il distanziamento fisico nega, rammendando un tessuto relazionale che negli anni si era slabbrato. Il ritmo di una pedalata o il respiro di una pianta saranno la nuova misura, così come la scansione di una convivialità che sarà tutta da inventare. È chiaro che al centro di questa rivoluzione ritroviamo il corpo: come nell'Uomo Vitruviano ripreso da Leonardo Da Vinci, siamo alla ricerca di nuovi equilibri per una utopia personale che può ripartire solo da una ritrovata consapevolezza della nostra integrità psicofisica. Si riparte dalla salute che non è salutismo, dalla ricerca del benessere che non è religione performativa o dieta esasperata, ma piuttosto un nuovo modo di essere bene, di abitare il nostro corpo in modo più consapevole.

Oltre alla giusta forma e al giusto ritmo, stiamo imparando anche la giusta distanza. I bravi fotografi la imparano presto: la distanza ideale per far respirare i soggetti ritratti. Non è la distanza di un selfie, che deforma i visi e i sorrisi. Non è la distanza del troppo vicino. È quella distanza che - facendo un passo indietro - ci permette di inquadrare la realtà, per meglio metterla a fuoco. La giusta distanza che è prossimità e non promiscuità. La giusta distanza dalle cose, che diventano utili quando impariamo a maneggiarle con cura, con gesti misurati da artigiano. La giusta distanza dalle informazioni, che per trasformarsi in conoscenza, richiedono riflessione e confronto. La giusta distanza dal digitale che rischia di diventare un gorgo in cui precipitiamo, invece di essere un pozzo da cui estrarre secchiate di meraviglia. La giusta distanza da noi stessi, da ego ipertrofici che hanno rischiato di portarci alla rovina.

Siamo stati ossessionati per decenni da visibilità e risonanza: esserci a tutti i costi, il terrore di perdersi qualcosa, non apparire nelle occasioni giuste. Oggi il Covid-19 ci insegna che la risonanza deve lasciare spazio alla consonanza: suonare con, essere in sintonia, come artisti e musicisti che dalle loro case hanno regalato talento senza pretendere folle adoranti.

In chiusura, una riflessione sui prossimi mesi: è normale desiderare ciò che ci è mancato. Non è quindi difficile immaginare ciò che avverrà. Un desiderio intenso e crescente per ciò che ci è mancato: le relazioni che rafforzano i legami già forti. E poi i riti quotidiani, tanto semplici quanto essenziali, godere della specificità dei luoghi: il nuovo lusso. Consapevolezza per le progressioni geometriche e per le logiche sistemiche che il virus ci ha imposto a nostre spese. È questo l'effetto “alone" del Covid-19 che come un'astronave aliena è atterrato nella nostra vita radicalizzando ogni cosa, ogni occasione.

Un insegnamento su tutto: in periodi come questi bisogna valorizzare piuttosto che massimizzare; ciò che vale non ha prezzo. Come la salute e l'integrità che sono state attaccate così violentemente dal virus, nel corpo e nella mente. In questa fase le aziende devono valorizzare le relazioni invece di massimizzare il profitto. Il valore viene alimentato dal desiderio: si desidera ciò che ci manca, ed è così che si definisce il Valore. In questo modo si apre la fase della nuova normalità, votata proprio alla valorizzazione di ciò che un tempo era normale. 


 

 

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