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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Come la natura ci salva dalla Co2

Come la natura ci salva dalla Co2

Environment

Alla Cop 22 di Marrakech, 196 Stati hanno deciso di definire entro dicembre 2018 il regolamento per l'attuazione dell'Accordo di Parigi 2015 sul clima. Grammenos Mastrojeni spiega a Changes cosa possiamo fare prima.

​​​​​​​​​​​A volte la natura si dimostra più forte dei danni che l’uomo arreca all’ecosistema. In Australia Pep Canadell, direttore del Global Carbon Project dell'ente nazionale di ricerca Csiro, ha scoperto che il picco delle emissioni ha spinto le piante ad accelerare e accrescere il processo di fotosintesi. E ad assorbire più Co2. A Napoli Daniele Iudicone, della Stazione Zoologica Anton Dohrn, ha dimostrato che gli oceani, con le loro onde gigantesche, riescono a immagazzinare e a sprofondare fino a 1000 metri di profondità il 20 per cento dei gas serra mondiali. È come se il mare, li avvolgesse facendo una capriola. Questi meccanismi si chiamano negative feedback loop, ma – come spiega a Changes il diplomatico Grammenos Mastrojeni – non possono essere sfruttati facilmente dall’uomo. Perché, ci dice il coordinatore per l'eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo del ministero degli Esteri e autore del volume L’Arca di Noè (Chiarelettere), «è vero che questi sono meccanismi retroattivi che compenserebbero gli squilibri iniettati dall’umanità nell’ecosistema. Ma purtroppo non possiamo contarci veramente: sono incerti e portano danni collaterali».
Invece, possiamo affidarci alla natura quando «dà segnali di avvio di diversi “positive feedback loop”: paradossalmente, i cicli “positivi”, cioè amplificanti, che sono quelli pericolosi e che portano il riscaldamento globale ad autoamplificarsi a ritmi esponenziali. Ne vediamo già diversi in azione: alcuni entro l’ecosistema stesso, ma anche un terribile ciclo distruttivo ambiente-umanità-ambiente». In quest’ottica l’uomo può fare molto grazie a una metodologia, quella dei cosiddetti Ecosystem-based approaches (Eba), utili a riequilibrare le condizioni climatiche soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, dove la produzione industriale è meno ecosostenibile ma che si dimostrano anche più ricettivi verso queste pratiche.
Al riguardo Mastrojeni spiega che «si tratta di metodi che tendono a invertire il ciclo distruttivo ambiente-umanità-ambiente, ponendo la salute della natura come un’opportunità di sviluppo, ribaltando il concetto che – è stato quasi un dogma per lungo tempo – che limiti lo sviluppo stesso. Prendiamo come esempio, a proposito delle terre e dei suoli che soffrono un violentissimo degrado, quello che è avvenuto negli ultimi 150 anni: più della metà delle terre emerse ha subito un’alterazione della sua vitalità spontanea e i residui morti di tutto ciò – terre che sono divenute per una ragione o per l’altra sterili – crescono costantemente». Risultato? «Il degrado dei suoli già oggi comporta la perdita di circa 12 milioni di ettari all’anno, come la superficie della Bulgaria, e incide sulle vite di più di un miliardo e mezzo di persone in 168 paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo». È una questione di equità, quindi, perché in queste nazioni «il degrado delle terre priva le popolazioni rurali di sicurezza alimentare e le sospinge a migrare o, peggio, all’illegalità, al fanatismo, al conflitto e al terrorismo». E forse non potrebbe essere diversamente, visto che sono veri e propri hot spot di instabilità globale.

I Romani avevano trovato una soluzione con la turnazione dei campi


Questo è il punto di partenza. «Ma la buona notizia è che i rimedi ci sono e i benefici sono di portata speculare: le terre già in uso si possono mantenere produttive con pratiche che non le degradano; inoltre, invece di aggredire sempre più ecosistemi intatti per sostenere la crescita, ci sono ampie distese degradate recuperabili a basso costo, alle quali restituire la capacità di assorbire carbonio assieme a quella di fornire una prospettiva e una speranza alle popolazioni più povere. Ed è infatti presso di esse che i land based approach al cambiamento climatico dispiegano i vantaggi maggiori» ha detto Mastrojeni. Questo problema se lo erano posto anche i romani, che introdussero la turnazione dei campi come soluzione. Da allora recuperare terreno degradato è diventato più facile. «È un’operazione che ha costi molto variabili, dalle poche decine di dollari dei terreni semiaridi e semidegradati nelle condizioni più favorevoli, alle migliaia necessarie per restaurare, per esempio, i biomi costali complessi. Tuttavia, la maggior parte dei terreni ove si sta materializzando il nesso degrado–instabilità sono recuperabili a un costo non superiore ai 250 dollari all’ettaro e questi suoli sono per lo più localizzati nelle aree di provenienza delle crescenti ondate migratorie che investono l’Europa, specialmente nel Sahel» ha aggiunto Mastrojeni. «​Il loro recupero li trasforma in pozzi di carbonio efficienti. Già questo giustificherebbe l’investimento. l’aspetto più straordinario è che così si mettono in moto una serie di sinergie di fondamentale importanza, specie se consegnati alla piccola agricoltura familiare, con il risultato di ottenere la creazione di pozzi di carbonio, la mitigazione locale delle temperature, poiché la vegetazione attutisce l’albedo dei terreni desertificati, la conservazione dell’equilibrio idrico, la tutela della biodiversità, il consolidamento comunitario, la creazione di un surplus agricolo da reinvestire nel manifatturiero, l’empowerment locale, familiare e femminile, l’ancoraggio alle comunità d’origine e un freno alle spinte migratorie, un freno al land grabbing grazie alla riappropriazione delle terre ridivenute produttive, stili di vita e dimensioni di dignità umana che disinnescano i fanatismi, la nobilitazione, all’insegna della trasmissione generazionale, e la spinta all’ammodernamento dei saperi tradizionali e identitari».
Mai come in questo caso è appropriato parlare di ecosostenibilità. «Tutti questi vantaggi non sono solo collaterali rispetto al ripristino di potenti pozzi di carbonio naturali, un inatteso regalo in più, ma valgono anche come ulteriori strumenti per combattere i cambiamenti climatici» ha sottolineato Mastrojeni. «Di fatto, rivitalizzare le terre consolida le prospettive delle comunità rurali e di intere nazioni, le sottrae alla dinamica distruttiva della povertà, dell’insicurezza e dei conflitti: quella che le renderebbe invece strutturalmente incapaci di occuparsi del loro ambiente o, nei casi peggiori, inclini a distruggerlo ancora di più».
Sugli Ecosystem-based approaches verso i Paesi in via di sviluppo l’Italia è in prima linea. «Solo noi, come cooperazione allo sviluppo del ministero degli Esteri, abbiamo investito circa 200 milioni nel 2015 in questo tipo di approcci. Che sono di utilità universale, ma non a caso sono più richiesti dai PVS proprio perché risolvono sinergicamente il problema ambientale e quello socio–economico. È chiaramente emerso all’ultima COP 22 di Marrakech, che si è chiusa il 18 novembre 2016, dove le azioni richieste e valorizzate riguardavano l’equilibrio degli ecosistemi in una visione più ampia, tra sicurezza alimentare e cambiamenti climatici, donne e clima, mari e clima» ha sottolineato.


In quest’ottica, e con l’emergenza migratoria che sta mettendo in ginocchio l’Europa e il suo welfare, è emblematico un progetto che la Cooperazione ha sperimentato tra le prime al mondo. «Abbiamo testato sul campo una metodologia di contenimento delle pressioni migratorie tramite recupero di terre degradate, con il programma West Africa: promoting sustainable land management in migration-prone areas through innovative financing mechanisms (2013-2016 - 2.000.000 di euro a Global Mechanism/UNCCD e IOM, impiegati in Burkina Faso, Niger, Senegal)» ha raccontato Mastrojeni. Tale progetto sperimenta meccanismi di promozione degli investimenti della  diaspora nel recupero delle terre e nell'adattamento ai cambiamenti climatici nel Paese d’origine. «Accanto a noi investono il ministero dell’Ambiente, le università e una galassia di eroiche Ong. Su questo versante» ha spiegato Mastrojeni, «Alisei contribuisce a salvare le foreste di Sao Tomé e Principe sostenendo la coltivazione entro la foresta di un cacao di elevatissima qualità: l’ha trasformata in opportunità di sviluppo, come fa l’Ong Bambini nel Deserto nelle zone aride». Lo stesso approccio è stato sperimentato nell’area mediterranea – con l’appoggio della DGCS - da Ong, università e dal Cnr con molti interventi nel quadro del programma WADIS – MAR (Water harvesting and Agricultural techniques in Dry lands: an Integrated and Sustainable model in Maghreb Regions, 2011-2016) con finanziamento europeo di circa 3.300.000 di euro ma sotto la leadership italiana, in particolare dell’università di Sassari. I visibili successi sul terreno hanno condotto lo scorso giugno alla firma di un accordo fra i rettori di numerose università del bacino mediterraneo per la diffusione di tale metodologia.
Questo è lo stato dell’arte, ma che cosa ci attende il futuro? Al riguardo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) traccia diversi scenari per un futuro molto prossimo, che dipingono tutti un clima comunque alterato a cui ci si dovrà adattare con notevoli costi e sforzi, ma entro un ventaglio di possibili estremi molto diversi. In due secoli, dalla rivoluzione industriale a oggi, si è registrato un aumento medio della temperatura globale di circa un grado centigrado. Per il futuro - un futuro troppo prossimo, entro la fine di questo secolo - gli studi del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico prefigurano questa dinamica in accelerazione più o meno brutale: gli scenari variano da un aumento della temperatura media contenuto entro 2 gradi centigradi - ossia un orizzonte di gravi problemi che appaiono, però, ancora gestibili – fino a condizioni che puntano invece a un incremento oltre 4 gradi, ovvero a una situazione di vera catastrofe ambientale e sociale». In questo scarto c’è, e non è un modo di dire, il mondo. «Perché la differenza fra questi scenari previsti dall’Ipcc non dipende tanto dalle diversità fra i vari tipi di modelli e metodi applicati dagli scienziati, bensì da un’incognita fondamentale: come si comporterà l’umanità? La correlazione fra emissioni e riscaldamento è univoca, mentre è necessario tracciare previsioni diverse a seconda di quello che faremo noi umani», ha sottolineato Mastrojeni. «​In altre parole, i modelli ci dicono che la scelta del futuro che avremo è tutta nostra. Ma la posta in gioco non e’ ancora sufficientemente chiara per il pubblico, perché non sa che gli uomini sono di Marte e il clima è di Venere.  È ragionevole prevedere scenari che variano fra i 2 e i 6 gradi perché il clima è di Venere. Ed è purtroppo possibile considerare ipotesi peggiori, perché gli uomini sono di Marte».
Gli scenari peggiori possibili dipinti da Mastrojeni sono spaventosi e portano verso una vera e propria estinzione di massa sulle terre e nei mari, aumenti rapidi e traumatici del livello degli oceani che sommergeranno molte aree costali abitate, disastrose alternanze di siccità e alluvioni sulle aree continentali, e molto altro. «​​I meccanismi biosferici che rendono plausibile un’accelerazione così impressionante del riscaldamento – un aumento di temperatura di oltre 4 gradi entro un secolo – sono appunto i cosiddetti cicli di feedback positivo, ovvero dinamiche cumulative insite al sistema biofisico che si mettono in moto se si varcano certi livelli di riscaldamento, e identificati dagli scienziati con la soglia di 2 gradi» ha detto. «Alcuni di questi cicli, sul nostro pianeta, sono già scattati, con il più preoccupante di loro dato dallo scioglimento del permafrost che rilascia metano, un gas a effetto serra molto più potente dell’anidride carbonica». Meccanismi terrestri di questo tipo sono meno drastici, ma non sono molto diversi da quelli che hanno condannato il pianeta Venere a temperature medie superiori ai 450 gradi, raggiunte perché oltre una certa soglia di temperatura i suoi minerali superficiali si sono gassificati creando un effetto serra sempre maggiore, che ha condotto a una sempre maggior gassificazione degli stessi minerali, in un ciclo cumulativo dall’esito infernale. «Secondo l’Ipcc il temibile stato biofisico dei cicli di feedback è considerato raggiungibile in un certo scenario socio-economico definito “business as usual”: in pratica, dipende dal comportamento umano e ci sono molte probabilità di creare la catastrofe se noi umani continuiamo ad agire come sempre, “business as usual”, come se il problema non esistesse. Ma non è tutto» ha aggiunto Mastrojeni.
Se non bastasse, c’è uno scenario ancora più pessimistico: quello della guerra. Gli scienziati non hanno invece modellizzato il fattore Marte – dio della guerra - che è tutto umano. «Se superiamo i 2 gradi centigradi il livello di un’umanità che persevera imperterrita a fare quello che ha sempre fatto – il temuto “business as usual” - diventa un’ipotesi idilliaca e del tutto ottimista: al contrario, un nefasto ciclo cumulativo di condotte irresponsabili rischia di mettersi in moto nella sfera umana in parallelo al disastro crescente nella biosfera, con le due dinamiche distruttive che si alimentano a vicenda» ha detto Mastrojeni. La ragione? Cambiamenti climatici severi porteranno a rapidi spostamenti delle risorse disponibili, comprese quelle più basilari come l’acqua, i terreni coltivabili e abitabili, il cibo. «​Si aprirà allora l’era delle competizioni e degli accaparramenti, delle sacche di instabilità e di povertà violenta, di ondate migratorie dalla portata inedita. In queste condizioni, l’unica risposta umana possibile per contenere il riscaldamento – ovvero quella multinazionale, cooperativa, e concertata – diverrebbe sempre più difficile da attuare e Marte, dio della guerra, si affaccerebbe inevitabilmente sulla scena» ipotizza Mastrojeni.
E sarebbe allora una guerra senza scampo, secondo il ​​​coordinatore per l'eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo dove «il conflitto imperversa sullo sfondo di un clima impazzito, in cui l’umanità si bombarda invece di impegnarsi unita per ridurre le emissioni, in cui mors tua diventa vita mea. Non è stata ancora fatta una quantificazione in gradi centigradi, ma è chiaro che occorre assolutamente evitare di toccare il fondo e che dobbiamo agire subito. Perché tutto ciò potrebbe accadere in ​tempi brevi, e brevissimi sono i nostri margini di manovra prima di risvegliare Venere e Marte»​. Questa è la vera posta in gioco.

 

 

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