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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Cohousing, la casa adesso è diffusa

Cohousing, la casa adesso è diffusa

Sharing

Un appartamento e tanti spazi in comune. La coabitazione secondo il modello danese è ormai una realtà in Italia. Non solo a Milano che resta la capitale di questo trend.

​​​​​​​​​​​Pranzare, giocare, fare il bucato insieme ai vicini che così da estranei, a cui nella maggior parte dei casi si rivolge un fugace saluto, diventano parte integrante della propria giornata e quindi, se vogliamo, della propria vita. Tutto ciò è possibile grazie al cohousing, un insieme di insediamenti abitativi caratterizzati da appartamenti privati che orbitano attorno a spazi comuni, utilizzabili da tutti gli abitanti, come cucine, lavanderie, laboratori per il fai da te, micronidi. Un fenomeno che da stranezza nordeuropea sta diventando realtà anche all’interno dei nostri confini. Newcoh, società che per prima ha introdotto questa formula in Italia, ha firmato i principali progetti di coabitazione della Penisola. In tutto stiamo parlando di cinque realizzazioni che hanno tagliato il nastro e di due in fase avanzata. E ogni mese sono valutate numerose nuove iniziative. Il fenomeno, quindi, è in crescita esponenziale. Certo si tratta di numeri davvero irrisori se confrontati con quelli della Danimarca, dove il cohousing è nato negli anni Settanta, o di altri importanti paesi nordeuropei come la Svezia e l’Olanda. C’è da considerare, però, che noi siamo partiti appena dieci anni fa. La domanda, in ogni caso, rimane: «Perché si sceglie di vivere in un contesto condiviso?». In primo luogo per la voglia di riscoprire una dimensione dello stare insieme, un senso di appartenenza che nelle grandi città si è perso da tempo con il risultato che l’indifferenza e la solitudine la fanno sempre più da padrone in categorie di persone come gli anziani, i single o i separati. Un vero e proprio paradosso se si pensa che ormai gran parte degli abitanti del nostro pianeta vivono nei centri urbani, sempre più affollati, ma sempre più isolanti. 
Il cohousing, quindi, vuole offrire un’alternativa solidale a un’esistenza improntata sull’individualismo ma troppo spesso anche escludente: in questi moderni villaggi, realizzati per lo più con materiali ecosostenibili e moderni impianti energetici, è possibile trovare un vicino disposto a tenere i bambini o ad accudire un anziano solo, qualcuno con cui condividere la spesa o la coltivazione di un piccolo orto. A differenza dei soliti condomini queste strutture non sono pensate per esaurire tutte le funzioni abitative di una famiglia nello spazio del proprio appartamento ma per creare occasioni di socialità nei grandi e numerosi spazi comuni. La propria casa è diffusa, supera la soglia principale dell’alloggio personale. Così tutti diventano, in una certa misura, parte della famiglia. Esattamente come avveniva nei piccoli centri urbani.

Cohousing: la capitale è Milano, tante le inziative nel resto d'Italia

La capitale italiana di questo nuovo modello abitativo è, strano a dirsi, Milano. Qui nel lontano 2006 nasce l’Urban Village, nel quartiere Bovisa, alla periferia settentrionale della città. In una vecchia fabbrica sono stati realizzati una trentina di appartamenti privati che vanno dai 50 ai 140 metri quadri venduti a 3.200 euro al metro quadro, un prezzo molto concorrenziale per il capoluogo lombardo. Sempre a Milano sorge Greenhouse, un complesso che si distingue per i criteri costruttivi ed energetici all’avanguardia. Non solo Milano però: un progetto molto particolare è sorto sul litorale pisano, in Toscana. Si chiama Cohlonia, una struttura realizzata recuperando un edificio degli anni Trenta dove sorgono appartamenti abitati sia nel periodo estivo sia tutto l’anno. Numerosi sono poi i condomini solidali, di solito antichi palazzi recuperati e modificati per creare unità abitative che possano contare su spazi comuni. Si pensi all’esperienza di Betlem a Varese, dove due famiglie hanno realizzato un modello di comunità con asilo nodo e scuola materna in una struttura lasciata dalle Suore Figlie di Betlem. Questa esperienza di recupero architettonico e sociale è molto diffuso anche a Roma con ben otto progetti in cantiere secondo l’Associazione E-Co-Abitare. Altra città che da anni sperimenta il cohousing è Torino. All’ombra delle Mole, infatti, è ormai diventata un’istituzione CoAbitare. L’associazione ha recuperato una palazzina a Porta Palazzo, uno dei quartieri storici del capoluogo piemontese, che si contraddistingue per l’avanguardia delle soluzioni energetiche adottate. Sempre in Piemonte, a Biella, sono state costruite delle co-residenze per persone dai cinquanta anni in su. Il suo nome? Aquarius. Se qualcuno crede però che questa esperienza rimarrà isolata forse dovrebbe dare un’occhiata ai dati di uno studio dal titolo Abitare 2016 realizzato dal portale leader in Europa per gli annunci immobiliari Idealista. La condivisione di spazi e servizi condominiali piace a 1 individuo su 3. La tendenza allo sharing è più sentita nelle grandi città, quelle con più di 1 milione di abitanti per intenderci, dove condividere gli spazi, oltre che un modo per conoscere i propri vicini, è anche una conseguenza della crisi economica che ha attraversato il Paese negli ultimi anni. Un modo per fare di necessità virtù. La graduatoria degli spazi e servizi comuni vede in cima alla lista l’orto condominiale (47%), seguito dalla stireria (36%) e dai servizi alla persona come il baby sitting, l’assistenza per gli anziani e le pulizie (31%). Insomma la strada è segnata.



 

 

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