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 Non ballate da sole

Close to you

 CUBO e Iniziative di Welfare, con la Commissione Pari Opportunità del comparto assicurativo del Gruppo Unipol, propongono una riflessione sul ruolo della donna nel mondo del lavoro per la giornata internazionale contro la violenza di genere.

​I numeri rimangono quelli di un'emergenza sociale e culturale. Secondo il Censis in Italia soltanto tra il 1° agosto 2017 e il 31 luglio 2018 sono stati registrati 120 casi di femminicidio, 92 dei quali concretizzatisi in un contesto familiare o comunque affettivo. Negli ultimi dieci anni, invece, si sono verificati 48.377 casi di violenza sessuale (che per il 90% delle volte avevano vittima una donna). Per il Ministero dell'Interno, le donne assassinate dal 1 agosto 2018 al 31 luglio del 2019 sono 92. Questi macabri bollettini dipingono uno scenario in cui l'essere donna rappresenta un vero e proprio pericolo per l'incolumità personale.

La crescente attenzione da parte dell'opinione pubblica nei confronti di questo fenomeno sta contribuendo ad accendere i riflettori sulle cause più profonde della violenza di genere che non può essere semplicemente classificato, in maniera riduttiva, come un problema di criminalità. Su questo fronte, quello giudiziario, non mancano di certo i passi in avanti per cercare di potenziare gli strumenti di prevenzione ed evitare così che una situazione di protratta violenza psicologica e fisica sfoci in un vero e proprio fatto di cronaca nera. In questa direzione va per esempio l'attivazione del cosiddetto "Codice rosso", introdotto dalla legge 69/2019 entrata in vigore il 9 agosto del 2019. Si tratta di una sorta di corsia preferenziale per i presunti casi di violenza domestica: la norma, infatti, impone ai pubblici ministeri di ascoltare entro tre giorni le persone che abbiano presentato una denuncia per maltrattamenti o violenza in famiglia. Inoltre, introduce pene più severe nei confronti degli aggressori che sfregino una persona deformando l'aspetto del suo volto e punisce chi obblighi qualcuno a contrarre un matrimonio contro la sua volontà usando violenze fisiche o psicologiche. Ma tutto questo basta?

La vera sfida è di certo di carattere culturale. Questo vuol dire in primo luogo centrare l'obiettivo di sgomberare il campo dal "tarlo" del pregiudizio che mina in maniera subdola e spesso silenziosa - con effetti più che evidenti per la loro gravità - la reale capacità di affrontare e risolvere il fenomeno della violenza contro le donne. Gli stereotipi di genere, infatti, ancora oggi impediscono, anche nel nostro Paese, di realizzare una vera e concreta parità di trattamento, di opportunità e di diritti fra donne e uomini. È una battaglia molto dura da combattere che deve impegnare le famiglie, la scuola e anche le aziende.

«Le imprese – spiega la giornalista del Sole 24 Ore, Monica D'Ascenzo, ideatrice e responsabile del blog Alley Oop-L'altra metà del Sole e moderatrice del convegno "Donne e lavoro-Aziende in rete contro la violenza" organizzato da CUBO e Iniziative di Welfare, con la Commissione Pari Opportunità del comparto assicurativo del Gruppo Unipol il 22 novembre - non si possono pensare soltanto come delle monadi che operino esclusivamente a fini economici e finanziari. Al contrario sono sempre più chiamate a svolgere un ruolo attivo in chiave preventiva di questi fenomeni nella società in cui operano. Le esperienze positive si moltiplicano: ricordo l'esempio di un'azienda che ha affrontato il tema della violenza sulle donne dopo che una delle sue dipendenti è stata bruciata viva dall'ex, un collega, in una delle sue sedi. Quella drammatica vicenda ha spinto l'amministratore delegato a istituire un programma che offrisse assistenza legale alle lavoratrici vittime di stalking o di aggressioni. A ben guardare non sono necessari fatti di tale drammaticità per vedere imprese che considerino doveroso dal punto di vista etico impegnarsi con iniziative che puntino alla prevenzione della violenza contro le donne. Gli esempi che vanno in questa direzione sono numerosissimi».

Ovviamente anche i media sono chiamati a superare un approccio alla notizia inerente un caso di violenza di genere che cerchi a evitare in primo luogo qualsiasi allusione a una corresponsabilità della vittima. «Per questo motivo – continua D'Ascenzo - si stanno moltiplicando le iniziative dirette ai colleghi nell'ambito del percorso di formazione continua che ogni giornalista è chiamato a seguire per legge. Il numero di corsi dedicati a questo tema sono sempre più frequenti, mentre fino a poco tempo fa erano davvero molto rari. Si pensi a quello organizzato dal Sole 24 Ore dal titolo #Non sei sola che ha già raccolto 190 iscritti. D'altro canto, dobbiamo essere consapevoli che molti errori nel racconto di una vicenda di violenza di genere sono dettati spesso dai tempi giornalistici di lavorazione della notizia che spesso non consentono di evitare espressioni, o peggio ricostruzioni, scorrette. Una puntuale formazione rappresenta già un passo importante ma ritengo che il vero antidoto agli stereotipi sia rappresentato in primo luogo da una corretta educazione impartita fin dalla più tenera età. E qui entra in gioco la famiglia».

Un cambio culturale è quindi d'obbligo, a tutti i livelli. Dal canto suo CUBO del Gruppo Unipol, oltre al convegno già citato, in occasione della giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, ha organizzato venerdì 22 novembre, anche un flash mob con la partecipazione dell'attrice Tita Ruggeri. In serata, alle 21, in scena "L'altra Carmen-Storia di un femminicidio". Attraverso le arie dell'opera di Bizet il pubblico è condotto in una riflessione sulla violenza di genere, vista come risultato non di azioni isolate ma legate a una precisa mentalità che colpevolezza la vittima.  

 

 

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