Gentile Utente, ti informiamo che questo sito fa uso di cookie propri e di altri siti al fine di rendere i propri servizi il più possibile efficienti e semplici da utilizzare.
Se vuoi saperne di più o esprimere le tue preferenze sull'uso dei singoli cookie, clicca qui
Se accedi ad un qualunque elemento sottostante questo banner, acconsenti all'uso dei cookie.
Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Il business del climate litigation

Il business del climate litigation

Environment

C’è una crescita esponenziale nel mondo per le cause e i contenziosi giuridici provocati dalla crisi climatica. Sul banco degli imputati anche gli Stati. Difendere il Pianeta diventa un affare legale.

​​​Due le premesse necessarie. La prima è che si scrive crisi climatica, ma si legge diritti umani. Nel senso che la vera questione dell'emergenza climatica non è certo la salute o tanto meno la sopravvivenza del pianeta, che comunque vada proseguirà nel suo corso. La questione è invece l'impatto della crisi, che si teme devastante e soprattutto irreversibile, sulla possibilità che in parte già quelle di oggi ma soprattutto le generazioni che verranno possano godere di quei diritti umani che da lungo tempo una larga parte della popolazione mondiale, purtroppo non tutta, ritiene acquisiti. A partire dal diritto a un ambiente sano, non in balìa degli sconvolgimenti che la crisi climatica sta già ora anticipando e che sono destinati ad aumentare.

La seconda premessa è che, in questa prospettiva, tutti quei comportamenti e quelle attività che fino a pochi anni fa potevano essere tacciati al più di insostenibilità, cioè non in linea con principi e criteri di sostenibilità, innanzitutto ambientale, e in particolare non coerenti con ciò che serve fare per contrastare l'avanzare della crisi climatica, da un po' di tempo stanno diventando passibili di azione legale. Proprio perché crescono norme, regolamenti, convenzioni, accordi (l'esempio più celebre è l'Accordo di Parigi sul clima del dicembre 2015), più o meno vincolanti, più o meno integrando sanzioni, tra "hard law" e "soft law", che, all'interno degli Stati come a livello internazionale, condividono la finalità di mettere fuori gioco quei comportamenti. Che da insostenibili stanno progressivamente diventando illegali e quindi perseguibili. Con una tendenza che, non è difficile immaginarlo, è destinata a intensificarsi nei prossimi anni, di pari passo con l'aggravarsi purtroppo in atto della crisi climatica. E che riguarda in primis i comportamenti degli Stati, quando negano o non soddisfano gli obblighi a cui essi stessi si vincolano.

Quanto premesso serve a comprendere come mai adire le vie legali, aprire quella che viene definita una "climate litigation" (un contenzioso legale relativo al clima), spesso a partire o comunque avendo sullo sfondo questioni di mancata protezione dei diritti umani, stia diventano la modalità usuale con cui in mezzo mondo la società civile sta cercando di accelerare e in un certo senso di "forzare" l'azione degli Stati, e poi delle grandi corporation, nel contrasto alla crisi climatica. Che è ormai diventato un affare legale.

 UN FENOMENO IN CRESCITA

Per avere un'idea del fenomeno, si può partire dando uno sguardo a Climate Change Litigation Databases, il sito che raccoglie le climate litigation a livello internazionale, curato dal Sabin Center for Climate change law della Columbia Law school (Columbia University, New York). I casi sono suddivisi innanzitutto tra quelli che riguardano gli Stati Uniti (più di 1.200 quelli dichiarati dal sito) e quelli del resto del mondo (oltre 350). I database sono poi ulteriormente organizzati, e ricercabili, per tipologia di questione specificamente sollevata nella litigation, o per destinatario dell'azione (ad esempio Stati o imprese). C'è anche una mailing list che invia gli aggiornamenti su base mensile. Va detto che il fenomeno delle climate litigation non è nuovo: sul sito la ricerca per anno, per la parte Usa, parte dal 1986. Ma ciò che colpisce è la crescita degli ultimissimi anni: i casi annuali elencati fino a metà degli anni 2000 non superano la decina, mentre dal 2015 si passa alle centinaia. Che la climate litigation stia diventando un meccanismo abituale, anche perché ritenuto evidentemente efficace, per alzare l'asticella nell'azione di contrasto alla crisi climatica è un tema di cui si è discusso anche in un webinar (che si può rivedere qui) organizzato sul tema (al quale ha partecipato anche l'Executive Director del suddetto Sabin Center) dal Climate Research Institute on Climate change and the Environment della London School of Economics, nell'ambito della London Climate Action Week di inizio luglio.

Ma veniamo ad alcuni dei casi più emblematici di climate litigation, che danno la misura di quanto sta accadendo. Ha fatto scalpore, ad esempio, la recente decisione di un tribunale distrettuale statunitense con cui è stata ordinata la chiusura, in attesa dell'effettuazione di una valutazione ambientale più approfondita, del contestatissimo oleodotto Dakota Access pipeline. Una decisione che le popolazioni indigene che da anni si battono attraverso iniziative di disobbedienza civile e per vie legali contro l'oleodotto hanno salutato, probabilmente a ragione, come storica. Ugualmente storico quanto appena accaduto in Francia, dove il Consiglio di Stato, al termine di un lungo percorso in cui hanno avuto un ruolo determinante le denunce di associazioni come Les Amis de la Terre, ha inflitto allo Stato francese una pesante multa se persegue nella sua inazione nel contrasto all'inquinamento atmosferico, date le gravi conseguenze che esso produce in termini di salute pubblica. La Corte Suprema irlandese ha appena discusso del cosiddetto "climate case" sollevato dagli ambientalisti di Friends of the Irish Environment, secondo i quali il piano nazionale per la riduzione delle emissioni di gas serra non sarebbe adeguato e metterebbe a rischio diritti costituzionalmente riconosciuti quali il diritto alla vita e a un ambiente salubre: la decisione potrebbe arrivare nei prossimi mesi. A fine anno scorso la Corte Suprema olandese, in linea con quanto stabilito nel 2015 dal tribunale de L'Aia, ha imposto allo Stato di ridurre le emissioni di gas serra in maniera adeguata a contrastare la crisi climatica e, in particolare, conformemente ai suoi obblighi in materia di protezione dei diritti umani, mettendo così la parola fine a un altro "climate case" avviato anni prima dalla fondazione Urgenda: fu il primo caso al mondo di uno Stato chiamato in giudizio dai cittadini riguardo ai suoi doveri di contrastare la crisi climatica sulla base di considerazioni legate alla protezione dei diritti umani.

In Francia è in corso l'iniziativa Affaire du Siècle, che chiama in causa lo Stato nel proteggere l'avvenire dei cittadini dalla crisi climatica e che prese le mosse proprio dal successo registrato in Olanda da Urgenda. In Italia c'è quella de Il giudizio universale. Negli Stati Uniti con l'iniziativa Juliana v. United States un gruppo di giovani ha fatto causa al Governo federale perché non contrastare la crisi climatica significa mettere a rischio diritti costituzionalmente garantiti, come quello alla vita e alla libertà, soprattutto dei più giovani. Si sta anche discutendo di un trattato internazionale per la non proliferazione e la progressiva messa la bando, come per le armi nucleari, delle fonti fossili di energia, il cui utilizzo è notoriamente la prima causa della crisi climatica.

UNA VERA EMERGENZA

Per usare una metafora, è la palla di neve che scende a valle precipitevolissimevolmente e si fa valanga. Producendo effetti. Nel 2019 il Parlamento britannico è stato il primo al mondo a dichiarare emergenza climatica, poi seguito da innumerevoli amministrazioni centrali e locali, in primis cittadine, ai quattro angoli del pianeta. Nel 2018 l'Irlanda è stata la prima a prevedere per il proprio fondo sovrano il disinvestimento per legge dalle fonti fossili di energia. La Spagna ha presentato un progetto di legge che anch'esso intende mettere al band​o le fonti fossili. In Danimarca si sta provando ad andare persino oltre con una legge che si propone in sostanza di rendere "illegale" il climate change, obbligando qualsiasi esecutivo ad agire per contrastarlo.

​Il messaggio è chiaro. Gli Stati che non si mettono a camminare, meglio ancora a correre, sulla strada della transizione ecologica e del contrasto, v​ero, alla crisi climatica, non rischiano più solo il giudizio negativo della storia. Rischiano anche il giudizio negativo dei loro cittadini che, fortemente allarmati dalla crisi climatica, di conseguenza si attivano affinché i propri Governi siano sottoposti e obbligati all'azione sula base del giudizio di un tribunale. Provare almeno a evitare il disastro climatico che incombe su di noi, facendo di più e più in fretta, sta cioè diventando un obbligo di legge.


 

 

 

 

La decrescita felice è un’illusione<img alt="" src="/PublishingImages/coronavirus%20decrescita%20felice.jpg" style="BORDER:0px solid;" />https://changes.unipol.it/covid-decrescita-feliceLa decrescita felice è un’illusioneNell’economia post virus tutta da costruire abbiamo l’occasione di dare vita a un ciclo costruttivo e risuonante fra benessere umano e del pianeta.Grammenos-Mastrojeni2020-07-22T22:00:00Zhttps://changes.unipol.it
Virus: caso o cigno nero? <img alt="" src="/PublishingImages/cigno%20nero.jpg" style="BORDER:0px solid;" />https://changes.unipol.it/cigno-neroVirus: caso o cigno nero? Perché gli esseri umani sono portati a trovare correlazioni tra fenomeni che non sono poi supportati statisticamente da un legame robusto.Luciano-Canova2020-07-26T22:00:00Zhttps://changes.unipol.it
Investimenti ESG: la spinta del virus<img alt="" src="/PublishingImages/investimenti%20esg.jpg" style="BORDER:0px solid;" />https://changes.unipol.it/investimenti-esgInvestimenti ESG: la spinta del virusIl Gruppo Unipol integra i principi di sostenibilità nelle proprie scelte di investimento, come leva fondamentale per contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda ONU 2030. I risultati nel bilancio integrato e consolidato 2019.Redazione-Changes2020-07-20T22:00:00Zhttps://changes.unipol.it

SEGUI GRUPPO UNIPOL
TAG CLOUD