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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Clima: come si salva il mare

Clima: come si salva il mare

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RICERCA E CAMBIAMENTO A CUBO UNIPOL – Uno studio condotto dai biologi marini dell'Università di Bologna fornisce un quadro preoccupante sul futuro di una risorsa vitale come le acque marine. Ecco perché.

​​​​La questione dei cambiamenti climatici è argomento non più confinato a discussioni accademiche ormai da anni. Anzi, è diventato un tema discusso ai più alti livelli delle istituzioni internazionali ma anche tra i comuni mortali. "Non esistono più le mezze stagioni" è una delle frasi che sempre più persone utilizzano per indicare un cambiamento del clima e delle abitudini o consuetudini giornaliere. Anche i mezzi di informazione se ne stanno occupando con sempre più dovizia di particolari anche perché sono crescenti i timori per quanto sta avvenendo negli ultimi anni con fenomeni climatici senza precedenti o comunque con un'intensità e un impatto sulla vita di tutti di giorni in via di progressivo peggioramento.

Le attività cosiddette antropiche stanno producendo, in molti casi, effetti devastanti sulla natura e sull'ambiente. Non è un caso se sono sempre più frequenti gli interventi dei legislatori nazionali e internazionali per ridurre l'inquinamento atmosferico e in particolare l'emissione di gas serra o di Co2. Del resto, non si possono trascurare dati drammatici come il progressivo aumento della temperatura globale o fenomeni preoccupanti come lo scioglimento della calotta polare artica. Si tratta di un quadro a tinte fosche che i ricercatori di tutto il mondo stanno cercando di delineare anche per lanciare un avvertimento sulle minacce che incombono sull'intera umanità, non solo quella dei Paesi più avanzati tecnologicamente o comunque in una fase più avanzata del processo di industrializzazione. Basta una qualsiasi ricerca su internet per capire la portata degli studi finora condotti in tutto il mondo. Anche l'Italia sta contribuendo potendo, tra l'altro, sfruttare la sua condizione geografica privilegiata.

Non mancano neanche gli appuntamenti e gli eventi organizzati su tutto il territorio nazionale per far incontrare la ricerca universitaria e non solo con i semplici appassionati o le persone che vogliono informarsi di quanto sta avvenendo. All'evento "Aspettando la Notte Europea dei Ricercatori 2018", tenutosi a Bologna presso il museo d'impresa CUBO del Gruppo Unipol il 25 settembre, chiunque ha potuto interloquire su diversi argomenti legati alla scienza e alla tecnologia con una ricercatrice o un ricercatore. Dagli speed date scientifici che hanno visto la presenza anche di Stefano Goffredo e Fiorella Prada, biologi marini del Dipartimento di Scienze Biologiche, Geologiche e Ambientali dell'Università di Bologna, è stato fornito un quadro di quanto sta avvenendo nei nostri mari sulla base di una ricerca condotta in una zona particolare del Mar Tirreno.

L'obiettivo della ricerca è stato quello di verificare gli effetti del cambiamento climatico sugli organismi marini sfruttando la natura vulcanica dell'isola di Panarea, nell'arcipelago delle Eolie. «L'attività vulcanica sottomarina crea già oggi le caratteristiche che avranno gli oceani tra 100 anni», spiega a Changes Goffredo sottolineando le particolarità metodologiche della ricerca rispetto ad altri studi: «La differenza è aver utilizzato come laboratorio un cratere sottomarino naturale. Un vulcano emette anidride carbonica e arricchisce il mare con lo stesso meccanismo dei cambiamenti climatici con l'atmosfera. Invece di procedere con un esperimento arricchendo l'acqua di Co2, abbiamo utilizzato un cratere come laboratorio naturale e studiato direttamente il suo effetto sulle acquee marine. Il risultato è ovviamente più veritiero rispetto a quello dei laboratori veri e propri».

La ricerca ha quindi prodotto un risultato solo in apparenza banale. «Il mare ricco di anidride carbonica è un mare acido e il mare acido del futuro impedisce agli organismi calcificanti di crescere e di vivere», avverte Goffredo. In sintesi, nelle acquee dei prossimi decenni «ci sarà meno vita. L'ecosistema sarà meno produttivo» con tutte le conseguenze in termini anche socio-economici. Del resto, gli effetti dei cambiamenti climatici sono ormai diventati anche argomenti di dibattiti geo-politici alla luce delle guerre o delle contese territoriali in atto per lo sfruttamento delle risorse naturali e dei fenomeni migratori determinati dall'inaridimento dei suoli o dalla mancanza di terreni agricoli fertili.

 Insomma, in attesa che i due ricercatori espongano nel dettaglio il risultato dei loro esperimenti, l'avvertimento è chiaro. Se non si limita l'impatto delle attività antropiche sulla natura e non si ferma l'inquinamento, l'umanità è destinata a vivere su un pianeta senza vita. Non è un allarme nuovo, ma rilanciarlo, anche grazie alle ricerche e agli studi degli esperti, è fondamentale per far comprendere le minacce sulle future generazioni.

 

 

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