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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Quale clima dopo Trump

Quale clima dopo Trump

Environment

I negazionisti non sono un pericolo per il Pianeta: hanno il potere di risvegliare la coscienza e spingere il mondo verso un’economia sostenibile. La sfida di Biden.

Viva i negazionisti! Non sono loro il pericolo, anzi sono utili: molto peggio l'inerzia e l'indifferenza e non c'è nulla di meglio dell'unanimismo per per dormire sugli allori. Dopo il pur parziale successo raggiunto alla CoP Clima di Parigi nel 2015, regnava infatti un'atmosfera di compiacimento generale e la sensazione di aver compiuto una svolta risolutiva: l'anticamera dell'anestesia generale e dell'inazione. Ma “per fortuna", ci ha pensato Donald Trump a richiamare ciascuno alla realtà, alle proprie responsabilità; e soprattutto a mostrare al mondo che, se non t'affretti a cogliere l'opportunità di cavalcare un'economia sostenibile, qualcun'altro lo farà e ti soffierà via ghiotte quote di mercato.

Il Presidente uscente, almeno nella partita del clima e dell'ambiente, è quindi colui a cui Joe Biden – e di riflesso il pianeta - deve essere più grato: un paradosso, ma proprio con le sue posizioni di retroguardia ha catalizzato la resistenza di un Paese reale e di un'economia che non ci stavano e che ora paiono pronte e organizzate per rientrare nella corsa.

Le emissioni degli Stati Uniti sono diminuite più lentamente durante il mandato di Trump rispetto a quando Barack Obama era alla Casa Bianca. Ma sono comunque diminuite, sotto la spinta di un'economia che ci crede sempre di più. Negli otto anni da presidente di Obama, le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione di combustibili fossili e dalla produzione di cemento erano diminuite dell'11%. La quantità di carbone utilizzato per la produzione di energia primaria era diminuita del 38% mentre la generazione rinnovabile era aumentata del 44%. Nei tre anni al potere di Trump fino al 2019, questa tendenza è continuata ma ha subito un rallentamento. Le emissioni di CO2 sono diminuite dello 0,5%. Il consumo di carbone per la produzione di energia primaria è sceso del 3%, nonostante i propositi del Presidente di rilanciare l'industria, mentre le energie rinnovabili sono aumentate dell'11%. Non abbastanza, ma molto contro un Governo che dichiarava ben altre priorità: le emissioni di CO2 sono diminuite nel 2017, poi sono aumentate di nuovo nel 2018 per poi ridursi di nuovo nel 2019.

Una cosa fondamentale è accaduta. Gli USA hanno risposto “no" al Presidente; e durante il mandato Trump l'America reale si è organizzata in un rifiuto di stare in disparte e perdere non solo un futuro sicuro per tutto il globo ma anche le opportunità di crescita, innovazione e occupazione offerte dalla transizione ecologica. E a questo Paese reale simboleggiato dalla coalizione di stati e città statunitensi "We're Still In" – in barba e forse persino grazie a posizioni federali anacronistiche – ha risposto “si" il vile denaro. Durante il mandato Trump ha preso il volo una decisa sterzata dei grandi Fondi verso investimenti sostenibili, che oggi rappresentano il 26% del portafoglio negli USA.

Trump, suo malgrado, ha mobilitato l'America a ripartire, ma non senza costi: Biden ha quindi una macchina agguerrita, ma anche molto terreno da recuperare. Gli Stati Uniti rimangono il secondo più grande emettitore di carbonio in termini assoluti e il decimo pro capite, dietro ad alcuni piccoli stati (principalmente nel Golfo), all'Australia e al Canada. L'impronta di carbonio di un americano medio - 16,56 tonnellate di CO2 all'anno - è il doppio di quella di un cittadino cinese o dell'UE e otto volte quella di un indiano, malgrado le emissioni totali di CO2 degli Stati Uniti nel 2019 siano state le più basse dal 1992 e le emissioni pro capite le più basse dal 1950. Altre cifre però sono meno incoraggianti. Storicamente, gli Stati Uniti sono responsabili di più emissioni di CO2 rispetto a qualsiasi altro paese, essendo stati il più grande emettitore tra la metà del XIX secolo e il 2005, quando furono superati dalla Cina.
Queste cifre non tengono conto delle emissioni incorporate negli scambi internazionali. Ad esempio, le emissioni derivanti dalla produzione di beni fabbricati in Cina e consumati negli Stati Uniti entrano nel conteggio delle emissioni della Cina. Se si computassero invece le emissioni derivanti dal consumo, piuttosto che dalla produzione, il divario pro capite tra Stati Uniti e Cina si amplia ulteriormente.
Inoltre, in base all'accordo di Parigi del 2015, Obama aveva impegnato gli Stati Uniti a ridurre le emissioni di gas serra del 26-28% entro il 2025, dai livelli del 2005. Al 2019 le emissioni sono diminuite del 12% rispetto ai livelli del 2005 e il resto rimane da fare se il Prossimo Presidente non vuole limitare il suo impegno a rientrare nell'Accordo di Parigi a una mera formalitè. Anzi, da ora ci si aspetta che ogni Paese adotti mete più ambiziose, poiché la somma degli impegni volontari di tutti gli Stati annunciati all'indomani dell'accordo di Parigi non sono sufficienti a scongiurare la catastrofe climatica e, se vogliamo raggiungere gli obiettivi dell'accordo di Parigi, gli Stati Uniti devono fare molto di più. Una parte fondamentale dell'accordo di Parigi era che gli Stati avrebbero fissato obiettivi climatici progressivamente più ambiziosi su un ciclo quinquennale e quindi nel 2020. Fortunata coincidenza, gli USA di Biden sono di fatto ancora in tempo. Solo una manciata di paesi ha presentato impegni aggiornati quest'anno. Le Nazioni Unite e il Regno Unito stanno sollecitando maggiormente a farsi avanti entro la scadenza di fine 2020, ma va bene ogni impegno preso fino alla Cop26 a Glasgow, rimandata di un anno a novembre 2021 per la pandemia.

Coraggio Presidente Biden, la strada è lunga. Ma non è una strada di sacrifici, non è il viale del tramonto dell'American Way of Life, non è la tomba del primato della maggior economia mondiale. Al contrario – ormai sono tutti d'accordo e molti, UE e Cina in testa, sono partiti – è l'unica ricetta di un nuovo ciclo espansivo: Green è bello, Signor Presidente, crea occupazione mentre tutela la giustizia, la salute, e persino la crescita. Obama l'aveva capito ed aveva persino evocato un Green New Deal ante litteram – un Green Stimulus Package - per uscire dalla crisi del 2008; ma l'America non aveva capito Obama. Oggi, l'America si sta rendendo conto: a salvare il clima c'è tutto da guadagnare e quindi, in buona parte, appoggerà un Presidente che sceglie la modernità. E forse, Presidente Biden, in gran parte lo deve al Presidente Trump.​



 

 

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