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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Felicità è una città condivisa

Felicità è una città condivisa

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Il Covid ha messo in discussione il modello di urbanesimo. Changes ne ha parlato con Paolo Cottino, Direttore tecnico di KCity, società specializzata nel design strategico per la rigenerazione urbana.

Di fronte all'elevato numero di contagi da Covid nel suo territorio, il governatore dello stato di New York Andrew Cuomo si è espresso contro "un livello di densità delle persone che è assolutamente distruttivo", invitando a “sviluppare un piano immediato per ridurlo". Eppure, in un mondo in cui oltre la metà (55%) della popolazione mondiale risiede in aree urbane, con la previsione di arrivare al 68% di qui 2050, al contrario l'inurbamento sa offrire notevoli vantaggi. Quanto più le persone si raggruppano nei nuclei urbani, per esempio, tanto più trovano facilmente lavoro, tanto più è possibile ampliare il trasporto pubblico riducendo le emissioni, e tanto più è possibile migliorare il tasso di scolarità degli abitanti e il livello dell'assistenza sanitaria loro offerto. Il problema dunque, riassume Emily Badger, esperta di politiche urbane del New York Times, sta in «come conciliare i benefici correlati alla densità quando una società è sana con i pericoli derivanti dalla stessa densità di fronte a una pandemia e che cosa succede alle città se perdiamo di vista questi vantaggi, mentre ci preoccupiamo per i possibili danni».

Ma la soluzione, a dispetto delle affermazioni di archistar come Stefano Boeri, che avrebbero invitato a lasciare i centri urbani, «non può essere l'abbandono della città per riscoprire i borghi». Lo argomenta Paolo Cottino, già docente di Pianificazione e progettazione urbanistica e territoriale al Politecnico di Milano e oggi Direttore tecnico di KCity, società specializzata nel design strategico per la rigenerazione urbana. «Premesso che entrambe le dimensioni, quella urbana e quella dei borghi abbandonati vanno affrontate, non possiamo pensare di risolvere il problema rinunciando alla sostenibilità urbana e lasciando a vivere in città chi non si può permettere di andare altrove» ha detto Cottino. «Piuttosto, va ripensato il modo in cui percepiamo e utilizziamo gli spazi aperti urbani pubblici e privati, attrezzandoli perché possano ospitare molte delle attività quotidiane che finora erano confinate negli spazi chiusi». ​

Citta condivisa: i modelli virtuosi

Gli esempi non mancano: a Utrecht il distretto affaristico Merwede si tramuterà in un parco accessibile a 12 mila persone, mentre a Dubai 40 vicoli di scarso passaggio diventeranno spazi pubblici attrezzati con piante e sedute e a Montreal un corridoio della biodiversità si farà spazio nel distretto Saint Laurent, di cui il 70% è attualmente asfaltato.

A Milano, questa tendenza è stata ripresa da KCity nella progettazione sviluppata per conto di Brioschi sviluppo immobiliare nell'ambito del concorso Reinventing cities sull'area dell'ex macello. Poiché il Covid ha imposto di apportare forti mutamenti nella costruzione dei rapporti tra la componente materiale di uno spazio e il modo in cui le persone vi si relazionano, la proposta ammessa alla fase finale della gara (attualmente in corso) ha ribaltato la consueta logica progettuale. «Non siamo partiti dal progetto immobiliare attorno a cui ricavare del verde pubblico, bensì siamo partiti da una intera area potenzialmente destinabile a parco e abbiamo ragionato di come aumentare la sua funzionalità in un'ottica sostenibile dal punto di vista sia ambientale che economica e sociale» dichiara Cottino.​​

I tre pilastri della progettazione green

L'esperienza che stiamo vivendo con la pandemia ha contribuito ad accelerare alcune tendenze che per la verità già cominciavano a farsi spazio nel campo della progettazione. Tre sono le parole chiave di riferimento: fragilità, flessibilità e felicità. In primo luogo, spiega Cottino, «la pandemia ci ha portato a mettere a fuoco l'esistenza di persone più fragili di altre e come al contempo la loro protezione sia strettamente legata al modo di vivere di tutti noi». Di qui la tendenza alla creazione di iniziative di housing sociale intergenerazionale, che dovrà essere potenziata non solo perché è giusto tutelare i più deboli, ma proprio per attivare relazioni di prossimità e contenere le necessità di spostamenti. Quanto alla seconda parola chiave, “flessibilità", si tratta di accettare l'idea che sta aumentando l'imprevedibilità del mondo e con essa l'impossibilità di pianificare la città: di fronte ad avvenimenti imprevedibili è necessario concepire spazi adattabili a trasformazioni repentine e cambi di funzione rapidi. Di qui lo stimolo a creare ambienti multifunzionali, abitati da persone molto diverse tra loro, che possano venire utilizzati lungo tutta la giornata e che siano accessibili con diverse modalità di offerta. «Per esempio, invece tornare ad affollarsi in piccole palestre, è ipotizzabile che le persone frequentino più volentieri spazi pubblici, ma gestiti e manutenuti da privati, per allenarsi all'aperto in certe fasce, lasciandone altre al gioco dei bambini o alle passeggiate con gli animali domestici» sottolinea Cottino.

La progettazione urbana in epoca post-Covid dovrà considerare la “felicità collettiva", quale fine ultimo e parametro per valutare le iniziative rigenerazione. «L'isolamento forzato ci ha dato conferma dell'importanza di un'altra tendenza che da qualche tempo si andava affermando: la cosiddetta sharing economy. L'esperienza della condivisione (cohousing, servizi condivisi, beni comuni…) non va vista soltanto come un'occasione per contenere i costi della vita urbana, ma anche e soprattutto come un modo per vivere pienamente l'esperienza della cittadinanza: una collezione di spazi privati (quand'anche confortevoli) non fa una città» ricorda Cottino. La felicità dello stare insieme che durante il lockdown si è espressa cantando dai balconi, in futuro dovrà trovare modi più strutturati per orientare in sicurezza la progettazione degli spazi.

 

 

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