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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Cibo sostenibile: è difficile dire no agli Ogm

Cibo sostenibile: è difficile dire no agli Ogm

Well Being

Salutistico e per nulla low cost. Il cibo cambia e gli organismi geneticamente modificati hanno assunto un ruolo chiave. Cosa vuol dire per la nostra salute.

​​​​​​​​​​​​​​​​​Dicono i grandi chef che il cibo sarà sempre più sostenibile, salutistico e anche un po' etnico. Ma non è detto che questo non si ottenga attraverso gli organismi geneticamente modificati. E questo sembra essere uno sbocco inevitabile in un mondo dove il cioccolato già scarseggia (la pianta di cacao, con le sue radici poco profonde, si ammala facilmente) e sono a rischio di estinzione storici vitigni come la Clairette, con il quale si fa il famoso Château Condamine Bertrand. Il primo agosto di due estati fa l’Italia, come altri 19 partner europei, ha annunciato a Bruxelles la messa al bando delle coltivazioni di Ogm. Su questo versante il Vecchio Continente è alquanto ambiguo. Da un lato non vieta, ma impone, che l’autorizzazione preventiva sia legata a una valutazione scientifica dei rischi per la salute o l’etichettatura dei prodotti importati; dall’altro lascia l’ultima parola ai Paesi membri.
In attesa che la ricerca faccia definitivamente chiarezza sui danni alla salute (finora nessun studio ha legato il consumo di Ogm all’insorgenza di malattie) vanno valutati senza isterismi gli effetti economici del proibizionismo: perché se è vero che il valore aggiunto della nostra agricoltura è la biodiversità, dall’altro l'Italia vive una ristrutturazione permanente del settore, con le produzioni intensive sempre più insostenibili. A maggior ragione in una fase dove, nel mondo, quasi 200 prodotti e circa 190 milioni di ettari di terreni sono targati Ogm. Anche perché il futuro degli organismi geneticamente modificati va ben oltre l’industria alimentare: batteri, lieviti, piante, nuove genie di animali da utilizzare come bioreattori. È il caso degli eredi della pecora Dolly, che vedranno il loro latte utilizzato soprattutto per estrarre dei farmaci. Per non parlare della realizzazione in laboratorio di sostanze che faciliteranno la sintesi e la risposta di vaccini contro il cancro. Gli alberi e le colture non saranno soltanto più resistenti ai parassiti e garantiranno cibo con maggiori vitamine, ferro o grassi buoni: occuperanno anche meno spazio in un mondo sempre più popolato. Polimeri ancora più intelligenti risolveranno il gap di materie prime dei Paesi più poveri. 

Carne sintetica: per Bill Gates è un cibo su cui investire

Alla fine si va sempre a parare sul cibo: perché con sei miliardi di persone sulla Terra si fa fatica già adesso a garantire un’alimentazione bilanciata in termini di vitamine, proteine e antiossidanti. Tanto che già si profila il business della carne sintetica: hanno già investito Bill Gates e Biz Stone, che nel 2009 hanno lanciato Beyond Meat, mentre il private equity e altri attori della Silicon Valley hanno investito 180 milioni di dollari in Impossible Food. Siccome sarà sempre più difficile nutrire e allevare tutti i manzi e i polli necessari a sfamare il pianeta, si guarda all’esperienza del mondo vegano e si studiano succedanei della fettina o dell’arrosto partendo da sostanze vegetali o da cellule animali. Tutte create in laboratorio. Bruce Friedrich, 47 anni, direttore esecutivo di The Good Food Institute, ha spiegato in un’intervista a Vox: «Adesso pensare alla carne senza animali ci fa impressione, ma stimiamo che nel giro di 5-10 anni non sarà più così. La stragrande maggioranza delle persone non si preoccupa di come è prodotto il cibo che mangia, non sanno neppure da dove arrivi». In quest’ottica rischia di pagare un grande prezzo l’Italia, indebolita dal fatto di importare alimenti da Paesi dove le nuove culture sono ammesse. Il rischio più grande è quello di restare a secco di finanziamenti visto che il programma europeo di ricerca ERA-Net garantisce centinaia di milioni di euro agli Stati membri che danno un’accelerata nello studio di nuove tecniche nel campo delle biotecnologie.
In Italia il Biotech schiera 500 imprese e ha un fatturato che sfiora i 10 miliardi di euro. I margini di crescita sono immensi, visto che il 72,2% delle attività si indirizza verso il settore farmaceutico. Eppure «nel Paese del Sole e del Mare», come scriveva Libero Bovio, sono nati i semi che hanno ridato vita al pomodoro San Marzano, ormai estinto, frumenti che hanno bisogno di meno acqua e pesticidi, alghe che facilitano la biodegradabilità degli inquinanti o il riso con betaglucosidasi, che aiuta chi lo mangia a combattere alcune sindromi genetiche, ​come la Gaucher, che impedisce l’eliminazione degli scarti cellulari. ​

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