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La biodiversità salva il clima

Environment

La nuova strategia europea è una svolta straordinaria ma, come al solito, comunicata senza farne capire l’importanza.

Da poco l'Unione Europea si è dotata di una nuova e avanzata strategia sulla biodiversità (https://ec.europa.eu/environment/efe/news/new-2020-biodiversity-strategy-2011-05-01_it), che  si prefigge di arrestare la perdita della biodiversità e il degrado dei servizi ecosistemici nell'UE, di ripristinarli nei limiti del possibile e di rafforzare l'impegno dell'Europa per fermare la perdita della biodiversità a livello mondiale. Il piano d'azione precedente, lanciato nel 2006, era ad ampio raggio e prevedeva circa 160 misure specifich​e

Il suo successore, la strategia 2020, segue un approccio diverso e si concentra su una serie di settori prioritari, che rivestono un'importanza fondamentale per il futuro stato di salute della nostra biodiversità. Riserva, inoltre, un'attenzione maggiore ai servizi ecosistemici, evidenziando la loro importanza per l'economia e per il nostro benessere individuale e collettivo.

Si tratta di una svolta straordinaria ma, come al solito, comunicata senza farne capire l'importanza. Anche nell'impegno ambientale esistono infatti le “mode" e la tentazione di vedere le cose in maniera settoriale, malgrado i difensori dell'ecosistema siano i primi a sapere che tutto è interconnesso. La moda attuale concentra l'attenzione sui cambiamenti climatici: benissimo! Ma nessuno spiega che il riscaldamento globale ci crea problemi non solo – e non tanto – come tale, bensì perché minaccia la biodiversità.

NUOVO CONCETTO DI PRESERVAZIONE

Le società hanno una percezione di scarsità concentrata su commodities biologicamente inerti, principalmente risorse minerarie ed energetiche: per la biodivesità gioca il consueto fenomeno che conduce a non attribuire un valore (più o meno monetario) a ciò che è percepito come sovrabbondante e quindi dato per scontato. Nell'accezione comune, la tutela della biodiversità è un obbiettivo di preservazione quasi museale di specie esotiche o rare, di natura scientifica, o morale.

Si tratta di una percezione errata ed estremamente nociva, poiché rallenta la mobilitazione per la salvaguardia del bene che rappresenta invece lo snodo centrale e il valore ultimo nell'equilibrio fra umanità e natura. Le società umane sono state in grado di strutturarsi traendo risorse da un equilibrio biosistemico globale stabile, che è dato per scontato in quanto autorinnovabile, ma che risulta in realtà molto più prossimo a punti di collasso generale di quanto le risorse energetiche fossili siano vicine al discusso e temuto “picco" di estrazione. In questa prospettiva, tutti i fronti di salvaguardia ambientale hanno per fine ultimo la preservazione della diversità biologica: la lotta contro i cambiamenti climatici, l'inquinamento, la desertificazione, e via dicendo, sono strumentali alla protezione del tessuto di varietà senza il quale l'umanità perde le risorse fondamentali sulle quali si è organizzata.

La comunità scientifica non esita a definire la situazione cui assistiamo come “sesta estinzione di massa" nella storia del pianeta, sottolineando che la velocità di sparizione delle specie è molto maggiore di quella documentata in quattro dei cinque grandi cicli di estinzione planetaria del passato: solo l'asteroide che 65 milioni di anni fa decretò la fine dei dinosauri ha prodotto impatti più rapidi di quelli causati negli ultimi due secoli dalle attività umane. E, per il futuro, il quarto Assesment Report dell'IPCC già nel 2007 legava ad alcuni scenari di riscaldamento globale una prospettiva di sparizione di otto specie su dieci.

IL PERICOLO DI UN COLLASSO GENERALE

Nella sostanza, il timore implicito è che – come per i cambiamenti climatici – ci stiamo avvicinando pericolosamente a dei punti di svolta, tipping points, oltrepassati i quali la catena di equilibri su cui si regge la biosfera potrebbe subire un collasso generale, rapido e traumatico. E ci interessa, a noi umani, in modo molto concreto.

Più del 70% dei poveri del mondo vivono in aree rurali e dipendono direttamente dalla loro biodiversità e dai “servizi dell'ecosistema" per il loro sostentamento. La perdita globale di reddito (più precisamente, welfare loss) derivante dal degrado dei soli servizi ecosistemici terrestri si situa intorno ai 50 miliardi di euro all'anno, concentrata nelle are più emarginate ove la mancanza di un surplus agricolo impedisce lo sviluppo di attività manufatturiere e quindi la creazione di un potere di approvvigionamento tramite scambi commerciali.

In queste aree, l'erosione di biodiversità si deve a diffuse pratiche di sfruttamento insostenibile dei territori – monoculture di larga scala, disboscamento per fini agricoli, caccia e commercio di specie rare, e altro – ma soprattutto interagisce in un rapporto di causa a effetto con la povertà: chi ha l'urgenza dell'oggi non può preoccuparsi del domani. Inoltre, strutture di governance deboli, latifondo e corruzione minano alla base le capacità di gestione dei territori.

In questa prospettiva, la perdita di biodiversità assume una portata socio economica drammatica e, come accennato, non si può trascurare che la biodiversità e i servizi ecosistemici che essa fornisce rappresentano più che uno fra i tanti segmenti della tutela ambientale, e anche più che un tema trasversale: sono il valore ultimo che proteggiamo con ogni intervento ambientale. La lotta ai cambiamenti climatici è in essenza una battaglia per l'equilibrio biologico, come la lotta alla desertificazione, alle piogge acide e molto altro. Che sia provocato da un impatto diretto dell'uomo – come nel commercio di specie protette – o mediato da altre forme di degrado ambientale – come l'acidificazione degli oceani – ciò che però dobbiamo temere è il collasso della biodiversità e dei servizi che essa ci offre. Esso è motore di disagio, specialmente nelle aree più povere, alla radice di nefaste ulteri​ori conseguenze come conflitti e migrazioni.

La strategia interna dell'Europa - come quella internazionale di sostegno alle regioni più povere - è complessa e multisettoriale, ma risponde a una metodologia di base unica: trasformare la biodiversità da limite alla produzione, a volano di moltiplicazione di attività e redditi alla portata delle economie più basiche. O, come disse lo sciamano Sioux Alce NeroQuando avrete abbattuto l'ultimo albero quando avrete pescato l'ultimo pesce quando avrete inquinato l'ultimo fiume, allora vi accorgerete che non si può mangiare il denaro. Era ora che ce ne facessimo una ragione.​​​​

 

 

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