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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > L'alba della «B Economy»

L'alba della «B Economy»

Environment

Cresce il movimento delle aziende che sono valutate perché hanno un impatto positivo non solo economico, ma anche ambientale e sociale. Cambia il Dna delle imprese.

Per ripartire dopo lo shock Covid-19 con l'effettiva speranza di non ricadere prima o poi in qualcosa di simile, o persino di molto peggio se si pensa ad esempio agli effetti più catastrofici della crisi climatica che si auspica riusciremo a evitare, la domanda da porsi è molto semplice: c'è davvero l'intenzione, in Italia, in Europa e nel mondo, di costruire un modello di sviluppo economico autenticamente sostenibile? Se la risposta è sì, bisogna allora accettare il fatto che l'attuale modello di sviluppo va cambiato in modo non marginale ma radicale, per non dire ontologico. «Perché è insostenibile, non funziona», come ha detto di recente in maniera come sempre estremamente chiara Papa Francesco in un videomessaggio, che ha avuto grandissima eco internazionale, inviato in occasione del TED Countdown organizzato a livello mondiale sul tema dell'emergenza climatica.

Servono strumenti nuovi, obiettivi nuovi, una visione nuova dell'economia e del fare impresa. Serve che l'impresa si percepisca, venga percepita ed effettivamente operi non come un qualcosa che non può far altro che sacrificare sull'altare della ricerca del profitto - magari a vantaggio dei soli azionisti - o comunque della sostenibilità economica, qualsiasi considerazione di altro genere. Serve un'idea d'impresa come uno dei luoghi principe in cui gli uomini assumono l'impatto sociale e ambientale, oltre che economico, prodotto dalla propria attività organizzata come stella polare che guida ogni decisione, strategica e operativa, che a quell'attività dà forma. Al modello economico serve cioè un nuovo paradigma, su cui fondarsi e soprattutto legittimarsi. All'impresa serve un nuovo Dna.

Un'impresa con un Dna diverso è uno dei modi principali, indubbiamente efficace anche dal punto di vista della comunicazione, con cui fin dall'inizio è stata articolata la narrazione delle B Corp. Cioè quelle imprese che si pongono come obiettivo, e su questo vengono valutate e certificate (dall'ente non profit statunitense B Lab), di ottenere un impatto positivo non solo in senso economico ma anche ambientale e sociale. Un movimento che si può considerare ormai affermato a livello internazionale (oltre 3.500 imprese certificate, presenti in più di 70 Paesi e in 150 differenti settori economici) e che nei mesi della pandemia mondiale è diventato ancor più di quanto già non fosse uno dei punti di riferimento delle riflessioni sul dopo-pandemia. Sul modello di sviluppo economico e di impresa, appunto, a cui si vuole dar forma.

In questo senso un endorsement a dir poco prestigioso per il movimento delle B Corp è arrivato di recente da Christiana Figueres, che alla Cop21 di Parigi di fine 2015 (quando venne sottoscritto lo storico Accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni di CO2 per il contrasto alla crisi climatica) era un po' la padrona di casa, in qualità di Executive Secretary di UNFCCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici. E che oggi è fra le anime dell'iniziativa Global Optimism, che mette sempre nel mirino il taglio delle emissioni di CO2. Figueres ha detto che l'impegno preso dalle B Corp in termini di contrasto all'emergenza climatica le pone un passo avanti rispetto alle stesse aspettative dei propri clienti: lo ha detto nell'ambito di un evento, a fine settembre, in cui le B Corp (che sul contrasto all'emergenza climatica hanno attivato a inizio 2019 il gruppo B Corp Climate Collective) hanno riaffermato e rafforzato l'impegno preso a fine 2019 in occasione della Cop25 di Madrid, quando 500 di loro avevano preso pubblicamente l'impegno di accelerare sul taglio delle emissioni di CO2 per arrivare alla neutralità climatica (emissioni nette zero) entro il 2030. In vista della Cop26 di fine 2021, dove l'Italia è co-organizzatrice insieme al Regno Unito, l'obiettivo è che questo impegno sia preso da almeno la metà delle B Corp mondiali.

Si è fatto parecchio riferimento alle B Corp anche in un evento internazionale organizzato a metà ottobre a Parma dalla coalizione Regeneration 20|30 e focalizzato sul tema dell'economia rigenerativa come paradigma per la ripresa post-Covid. Evento al quale sono intervenuti fra gli altri il professor Jeffrey Sachs, "padre" degli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDGs, o Global Goals) lanciati dalle Nazioni Unite a settembre 2015, e il professor Enrico Giovannini, portavoce di Asvis (Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile). In tale occasione il tema B Corp è stato al centro di numerose sessioni, B Corp italiane e internazionali sono intervenute per raccontarsi, si è sottolineata l'importanza non solo delle B Corp come standard e modello di valutazione ma anche come comunità. E si è parlato dei "B Corpers", cioè di coloro che lavorano nelle B Corp, come di persone dotate di particolare consapevolezza, di sguardo lungo e di capacità trasformative della realtà.

Se non proprio una Hollywood della B Corp, l'Italia si può senza dubbio considerare uno dei Paesi in cui questo modello sta raccogliendo più consensi e adesioni. Le B Corp italiane sono un centinaio e vantano alcuni record significativi: Chiesi Farmaceutici, ad esempio, è il più grande gruppo farmaceutico internazionale ad aver ricevuto la certificazione B Corp, nonché maggiore B Corp europea; mentre il MIP del Politecnico di Milano è diventato la prima business school europea a conseguire la certificazione B Corp. Ma il record forse più importante è che l'Italia è stata, dopo gli Stati Uniti, il primo Paese al mondo (poi seguito da altri, come l'Ecuador) a inserire in ordinamento giuridico le "società benefit": non una nuova forma d'impresa, ma un nuovo status giuridico - chiaramente ispirato al modello B Corp - che un'azienda può acquisire alla nascita o in corso d'attività, integrando nel proprio oggetto sociale, e poi misurando e rendicontando, l'obiettivo della produzione di un impatto sociale positivo sulla collettività. Strettissime parenti delle B Corp, le società benefit nel giro di una manciata di anni (le ha introdotte la Legge di Bilancio 2016) sono arrivate a più di 500. Si sono dotate di un'associazione di rappresentanza, Assobenefit. E hanno ottenuto l'attenzione, oltre che di quello imprenditoriale, del mondo politico: la Legge Rilancio 77/2020, ad esempio, ha previsto misure e fondi per la promozione e per la costituzione o trasformazione in società benefit, evidentemente ritenute in grado di contribuire a trainare il sistema imprenditoriale ed economico nella transizione green e sostenibile.

Quanto al fare da traino, anche a livello simbolico, è fondamentale che siano arrivate le grandi aziende, che in numero crescente hanno preso ad adottare questo modello. In Italia, ad esempio, hanno deciso di recente di trasformarsi in società benefit imprese del calibro di Illy, Danone, Assimoco. Ma, allargando il discorso alle B Corp (il cui modello di valutazione è utilizzato da decine di migliaia di imprese nel mondo), la tendenza di un coinvolgimento sempre più intenso di grandi aziende si registra ormai a livello internazionale. La partita per diventare le "migliori aziende per il mondo", altro slogan efficace che accompagna il riconoscimento che ogni anno viene assegnato alle B Corp che hanno prodotto il maggior impatto sociale, si allarga e in campo stanno scendendo i giocatori più attrezzati.

Del resto è proprio questa la direzione in cui il movimento delle B Corp sta cercando dichiaratamente di andare. È stata infatti lanciata di recente l'iniziativa B Movement Builders dove alcune grandi B Corp fanno da mentor ad altre grandi aziende che intendono diventare o stanno diventando B Corp, o comunque stanno allineando il loro business al modello  B Corp. E i numeri cominciano a diventare davvero grandi: le quattro grandi aziende protagoniste dell'iniziativa (Bonduelle, Gerdau, Givaudan, Magalu) valgono complessivamente circa 60 miliardi di dollari di ricavi e occupano 250mila persone. Ne​lla stessa direzione va anche il recente lancio da parte del ramo europeo del movimento, rappresentato da B Lab Europe, della piattaforma B Corp Way, che mira a mettere in contatto le società di consulenza che offrono servizi di supporto alle B Corp con le aziende che vogliono ridefinire il loro approccio alla sostenibilità ispirandosi al modello e alle pratiche delle B Corp.

Sarà sufficiente questo per produrre il cambiamento radicale necessario nel Dna delle imprese e del modello economico? L'ultimo summit delle B Corp italiane, a metà luglio, s'intitolava significativamente "Unlock the change" (sbloccare il cambiamento). E sul sito ufficiale di B Lab si parla apertamente di "B Economy". Per le B Corp il famoso "system change", il cambiamento a livello sistemico nel senso della sostenibilità e dell'impatto sociale, è l'obiettivo ul​timo verso il quale indirizzare ogni sforzo.​

 

 

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