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Una luce verde da Hollywood

Society 3.0

La pienezza e il purpose arrivano guardando in uno specchio. Perché l’autobiografia di Matthew McConaughey è diventata un successo globale.

​Uno scritto anonimo non vuol dire che sia senza autore. Forse non è una frase memorabile, ma è tra quelle che mi sono rimaste più impresse nel leggere Greenlights, l'autobiografia di Matthew McConaughey che è diventata un successo globale.

Che cosa c'è di speciale in questo libro? Forse, il fatto che l'autore non cerca di esserlo in alcun modo, risultando alla fin fine parecchio autentico. E che un attore da Oscar, pagato per prendere le sembianze di qualcun altro ad ogni ciak, riesca a comunicarci attraverso una pagina scritta la sua vera natura, secondo me è già qualcosa. Anni fa mi aveva colpito Open, il libro con la storia di André Agassi. In qualche modo inserirei il lungo racconto di sé stessi che fa McConaughey nel solco di testi simili, con un grande pregio rispetto alla sterminata letteratura del self-help, dell'ispirazione, del coaching motivazionale: questa è la storia di una vita interessante, in cui la ricetta per la felicità non si trova ma ci sono tanti racconti a loro modo esemplari. Soprattutto quando, semplicemente, non cercano di esserlo. Alla fine la metafora è semplice e nemmeno originalissima: la vita è una successione di semafori. Ce ne sono un sacco rossi e gialli e qualche verde da acchiappare per andare avanti. Ma la forza delle parole di McConaughey sta in una scanzonata umiltà. In una leggerezza che non cade mai nel fatalismo del whatever.

Il sintomo di destino che ogni tanto fa capolino tra i capitoli fa il paio con la consapevolezza dell'assurdo e della casualità della vita.  Senza rimpianti e senza rancore. Con il coraggio di una lunga serie di scelte sulle quali, in modo per me estremamente salutare, non cala mai alcun giudizio: anzi, il racconto di un bellissimo viaggio in Africa dell'attore sembra proprio la pacificazione con l'idea che esista un giusto e uno sbagliato. Il che non significa mancanza di responsabilità o fuga dai rischi: leggendo Greenlights troverete tanti check point, da questo punto di vista, e nessun passo indietro di fronte al bivio. Significa però che la pienezza e il purpose arrivano guardando in uno specchio in cui McConaughey si riconosce senza bisogno che la sua identità venga confermata dall'esterno: un essere umano innamorato della vita e degli uomini ma che non cerca particolari conferme.

Ecco l'anonimo che può benissimo essere autore, travolto dalla rivelazione di un cielo di stelle cadenti, in Mali, quasi che Dio gli rivelasse la verità, poco primo di sputare il catarro dimenticandosi che, davanti alla faccia, ha una retina anti-zanzare che lo fa rimbalzare e tornare indietro. Mi sono sempre stati simpatici quelli che, anche se spendono centinaia di pagine a raccontarsi, ti fanno arrivare alla fine del libro senza che tu senta alcun imbarazzo o abbia mai fatto il pensiero: anche meno, dai.

Senza che l'ego ti abbia travolto con quella patina di narcisismo in cui la nostra civiltà digitale sguazza serenamente. È la scelta di Achille che si ripete dopo migliaia di anni: essere una merda fresca purché se ne senta l'odore o seccare al Sole dove nessuno può neppure dire “Che puzza?"

Gioire per i primi soldi buoni guadagna​ti dopo essere stato scritturato per un film e pagarsi il servizio in camera e i jeans che ti vengono finalmente stirati? O fermarti sulla domanda: “Bene, adesso posso pagare perché qualcuno mi stiri i vestiti. Ma io voglio che mi stirino i vestiti?" Lib​ertà, consapevolezza, paura e un inguaribile ottimismo permeano queste pagine davvero felici. Senza costrizioni, senza consigli da guru: è solo la testimonianza di un homo sapiens che ha capito chi è ​e che posto ha nel mondo. E scusate se è poco! Viva Matthew McConaughey.

 

 

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