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 Cosa la genetica non può dirci

Well Being

 Dall’intelligenza alla morale, dalla salute al carattere, oggi pensiamo che i geni determinino interamente la nostra vita e il nostro comportamento. Ma corriamo il rischio di farci ingannare da teorie pseudo scientifiche a scopo di marketing.

​​​Nel 2009 l'algerino Abdelmalek Bayout, già condannato a nove anni e due mesi di reclusione dal giudice per omicidio volontario, si è visto ridurre la pena di un anno dalla Corte d'Assise d'appello di Trieste perché ritenuto «vulnerabile geneticamente». In sede di ricorso, infatti, era stata riscontrata la presenza nell'imputato del cosiddetto "gene guerriero", un'anomalia dell'enzima delle monoammino-ossidasi A (detta MAO -A), che spingerebbe all'aggressività e che possiedono solo i maschi.

«A differenza dei nostri magistrati, però, i giudici americani rifiutano le richieste di clemenza, e perfino di grazia dei condannati a morte, sulla base del ritrovamento del gene Mao -A» spiega Guido Barbujani, docente di Genetica all'Università di Ferrara e autore di Il giro del mondo in sei milioni di anni, Il Mulino. «Tuttavia l'idea che il Dna spieghi la propensione ad atti criminali esiste da parecchio tempo. Basti pensare agli scritti di Cesare Lombroso, redatti attorno al 1870. In seguito la teoria  del "gene criminale" ha conosciuto una nuova notorietà: precisamente negli anni '60 di questo secolo, quando uno studio della genetista Patricia Jacobs, condotto all'interno di un ospedale psichiatrico in Scozia, ha riscontrato in 9 soggetti su 700, ossia in una percentuale molto più alta della media, la presenza dell'anomalia Mao -A».

Non è tutto: perché negli anni '90 gli scienziati dell'Università di Nijmegen hanno esaminato una famiglia olandese in cui una decina di componenti maschi aveva compiuto azioni criminali, riscontrando lo stesso gene. «Sembrava ovvio quindi pensare che questa alterazione fosse responsabile dell'inclinazione  a delinquere» spiega Barbujani. «Con il paradosso che Mao -A poteva rappresentava un'attenuante per i delinquenti maschi e un'aggravante per le femmine, nel senso che la loro crudeltà è resa ancora più aberrante dal fatto di non avere "una predisposizione genetica al male», ironizza il genetista.

Tuttavia, studi successivi hanno dimostrato che il contesto economico incide molto: la presenza di Mao -A in maschi di famiglie ricche non pare avere mai provocato devianza. Al contrario, quando questo difetto, che comporta un leggero ritardo mentale, si aggiunge a condizioni di vita e famigliari difficili, possono innescarsi comportamenti anti-sociali. «In ogni caso, un gene da solo non basta a fare di qualcuno un delinquente». Eppure la nostra fiducia verso la genetica, e in particolare verso il fatto che possa spiegarci sì i comportamenti devianti, ma anche il grado individuale di intelligenza, o perché noi ci ammaliamo e qualcun altro no, permane immutata. Come mai? «Perché vogliamo delle spiegazioni semplici» argomenta Barbujani. «Come afferma il filosofo della scienza Telmo Piovani, nel suo libro Nati per credere- Perché il nostro cervello sembra predisposto a fraintendere la teoria di Darwin, gli esseri umani sono inclini a cercare, oggi nella scienza come un tempo nella religione, la capacità di spiegare cose altrimenti incomprensibili. Presupporre che ci sia un modo di comprendere il mondo soddisfa bisogni psicologici e sociali».

Tuttavia, così facendo, dimentichiamo non solo che non esistono risposte semplici a quesiti complessi, ma anche che la genetica è una scienza probabilistica: i geni, cioè,  determinano una certa probabilità che qualcosa succeda. «Ma ne sappiamo ancora troppo poco per valutare come incidono rispetto ad altri fattori ambientali. Dobbiamo pensare al patrimonio genetico come a un testo di cui i geni costituiscono le singole parole. Ma anche qualora le esaminassimo tutte, come è capitato nel 2003 con l'intera sequenza genetica di James Watson, uno dei 2 scopritori della doppia elica, non ne sapremmo concludere neppure quanto Watson sia alto». Considerando la limitatezza delle conoscenze scientifiche, allora, al momento appare ancora più assurdo affidarsi alla genetica per cercare cure miracolose o prevenire malattie mortali. Negli Usa, per esempio, impera l'idea che se un medico tiene conto della razza del paziente, sappia proporgli terapie e farmaci più adatti alle sue caratteristiche genetiche. «Si tratta di una teoria propagandata da uomini di marketing, e priva di basi scientifiche» riassume lo studioso. «Non esiste un solo dato che confermi che gli asiatici o i neri abbiano una risposta diversa alla tachipirina rispetto ai bianchi. Ovviamente ci sono delle differenze, ma quelle tra due persone dello stesso gruppo etnico sono grandi quanto quelle che si riscontrano tra gruppi diversi. Eppure, di questo, negli studi clinici americani, spesso non tengono conto. Con il risultato che la farmacologia razziale sta avendo molto successo tra le minoranze che si sentono più tutelate da questa forma di medicina che dal punto di vista scientifico non sta in piedi».

Al contrario, ammonisce il genetista Adam Rutherford nel saggio Breve storia di chiunque sia mai vissuto (Bollati Boringhieri), le parti di un genoma interagiscono tra loro e con l'ambiente circostante in modi estremamente complessi. «Basta considerare che negli ultimi decenni l'allungamento dell'aspettativa di vita è avvenuto per cause non genetiche: innovazione tecnologica, migliore nutrizione, maggiore ricchezza a beneficio di un numero sempre più ampio di persone" sigla Barbujani. «Perciò, se qualcuno vuole fornirvi una soluzione semplice a questioni complesse, sta semplicemente cercando di vendervi qualcosa». 

 

 

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