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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Technology > I droni del vino

 I droni del vino

Technology

 Le chiamano innovazioni tecnologiche per un’agricoltura di precisione che è una via obbligata e necessaria per pianificare e ridurre i consumi di acqua, fertilizzanti e pesticidi. Come funziona.

​​Il drone volteggia come fosse una rondine nel cielo terso sopra le colline ammantate di vigne. È settembre e per la vendemmia è questione di giorni. Intanto, una ciurma di giovanotti al primo anno di agraria osserva incuriosita questa specie di uccello a quattro zampe che rotea sulle nostre teste.

Sono in compagnia dell'agronomo di una rinomata tenuta vitivinicola italiana che manovra e decide, da postazione remota, la direzione e i volteggi da far fare al volatile in metallo plastificato. Dai commenti dei giovani ospiti, s'intuisce che fosse per loro lo utilizzerebbero volentieri per giocarci. Per l'agronomo e per l'impresa per cui lavora, invece, è uno strumento tecnologico sofisticato divenuto indispensabile per compiere una serie di funzioni connesse all'attività aziendale, non ultimo quello di accertare il grado di maturazione dei grappoli d'uva.

Si tratta di tecnologie d'avanguardia digitalizzate e comunque di facile applicazione, come possono esserlo le riprese fotografiche e video del territorio sorvolato dal drone. Come pure la guida assistita o persino automatica del trattore, della mietitrebbia o della vendemmiatrice dotati di centralina Gps che si interfaccia con un operatore in remoto e che agevola non poco la movimentazione sul campo dei mezzi meccanici.

Certo, sono azioni complesse dai risultati immediati che, se fatte con strumenti tradizionali richiederebbero tempi molto lunghi, soprattutto nel caso di rilevazioni meteo e condizioni ambientali o di prospezioni e relative analisi biochimiche e fisiche del suolo; per non dire dell'uso di camere multispettrali che monitorano le radiazioni riflesse dell'oggetto d'analisi.

Le chiamano innovazioni tecnologiche per una "agricoltura di precisione" (AdP), da "precision farming", termine di derivazione statunitense coniato nei primi anni Novanta del secolo scorso per definire lo strumento tecnico atto a conseguire l'indice di maggiore qualità e sostenibilità della produzione agricola. In altri termini, il ricorso a pratiche produttive che permettano all'agricoltore di interpretare al meglio fenomeni naturali imprevedibili. Tra tutte le variabili climatiche nelle sue molteplici versioni, causa prima di danni all'agricoltura che è possibile in qualche modo prevenire o stemperare dotando l'azienda di tecnologie di precisione a basso impatto ambientale.

Strumenti, cioè, che permettono di monitorare in continuo le evoluzioni meteo, sì da suggerire il momento più opportuno per fare interventi agronomici efficaci allo stato vegetativo delle coltivazioni: dall'aratura alla concimazione, dall'irrigazione alla semina, dalla potatura alla raccolta dei frutti e molto altro ancora. Comunque, azioni mirate e non invasive, il cui lessico sta alla qualità del prodotto come alla sostenibilità ambientale e al beneficio economico e sociale di un paese che vuole essere protagonista del proprio futuro. Quello stesso futuro che, secondo uno studio della banca di investimenti Goldman Sachs, vedrà la meccanizzazione agricola di precisione divenire nei prossimi anni via obbligata e necessaria per pianificare e ridurre i consumi di acqua, fertilizzanti e pesticidi. Un fenomeno che entro il 2022 determinerà a livello mondiale investimenti a cascata stimati in oltre 200 miliardi di dollari.

Di questo contesto l'Italia non poteva non interessarsi. Ecco allora la definizione delle "Linee guida" fatte proprie nel decreto ministeriale del 22 dicembre 2017, volto a favorire progettualità e sviluppo di una moderna agricoltura. Linee guida rimaste per qualche tempo imbrigliate nella ragnatela di questioni politiche, ma ora riprese con energia dagli organizzatori della tavola rotonda tenutasi di recente nella sede delle Tenute del Cerro a Montepulciano (Siena) sul tema "Agricoltura di precisione, dal dire al fare". Titolo che ha visto il coinvolgimento dell'Università di Firenze, di istituzioni locali, enti privati e le stesse Tenute: realtà di imprese agricole in capo al Gruppo Unipol (La Poderina, Monterufoli, Còlpetrone, Montecorona, il Cerro per oltre 5mila ettari di cui 300 vitati) che vanta un approccio d'avanguardia nella filiera vitivinicola, nonché fautrice del progetto Wine research team (Wrt), l'App messa a punto dall'equipe del presidente degli enologi italiani e mondiali Riccardo Cotarella, finalizzato alla gestione e al controllo a distanza del vigneto, con ricorso a ibridi selezionati da impollinazione non Ogm e molto altro ancora.

Agricoltura di precisione, appunto, che il responsabile della politica agricola italiana, il ministro Gian Marco Centinaio considera della massima importanza. Tanto da sottolineare nel messaggio fatto pervenire agli organizzatori come finora di agricoltura di precisione «si è parlato molto e fatto poco .... (sicché) è arrivato il momento di cambiare passo, di investire ... (e di farlo) sviluppando competenze digitali, che è requisito imprescindibile per la crescita economica e il progresso sociale del nostro Paese». Il che «non vuole dire rinunciare alle nostre tradizioni». Anzi, per Centinaio è opportuno «rinnovarle per essere sempre più competitivi sui mercati e garantire ai consumatori prodotti sicuri..., valorizzando filiera e territori, sprecando meno e gestendo bene i rischi».

Quel che si dice di un'apertura a 360°, comunque da prendere con beneficio di inventario. Il fatto è che la situazione in cui versa l'innovazione tecnologica in agricoltura oggi in Italia non gode proprio di grandi aperture. Fa fede il fatto che solo l'1% dei circa 1,5 milioni di ettari di superficie agricola utilizzata (Sau) può dirsi tecnologicamente attrezzata: troppo poco per arrivare al 10% auspicato dalle linee guida a fine 2020. D'altra parte miracoli non se ne possono fare, stante la bassa propensione ai processi innovativi di buona parte dell'imprenditoria primaria, che sconta modeste risorse finanziarie in proprio, difficoltà nel reperire credito, chiusura ai mercati di capitale e alta frammentazione della proprietà fondiaria: meno di 9 ettari ad azienda, rispetto ai 30 e passa di paesi confinanti europei.

Nonostante questo misero 1%, l'agricoltura di precisione italiana annovera esempi di eccellenza nei Big Data come appunto è il progetto Wtr, cui non può mancare l'approfondimento sul futuro dell'innovazione tecnologica in agricoltura, ponendo a istituzioni e imprese il compito di scegliere "... tra il dire e il fare", dove in mezzo non c'è solo il mare, ma l'uno esclude l'altro.  Quel "altro" in cui credere e investire per essere protagonisti domani.

Esattamente ciò che perseguono le Tenute del Cerro con un nuovo progetto, annunciato dal presidente Vincenzo Tassinari, relativo al «primo lancio in Italia di una partnership scientifica e tecnologica», che oltre alle Tenute coinvolge il Dipartimento di agricoltura dell'Università di Firenze e diversi altri enti privati, che ha per obiettivo «la realizzazione di una sturtup per sviluppare una piattaforma digitale nella gestione dei processi produttivi». Più in dettaglio, una rete riservata in prima battuta al settore vitivinicolo, ma successivamente potrà essere estesa ad alti comparti, con la quale interconnettersi a un Data base con accesso a informazioni scientifiche, rilevazioni meteo, dati pedologici, indicatori sullo stato vegetativo delle piante relativi a ogni appezzamento aziendale. Dati che, come ha spiegato il direttore generale delle Tenute Antonio Donato, sono accessibili a tutti i produttori coinvolti, desiderosi di elaborare piani colturali per interventi migliorativi dell'attività produttiva, in un'ottica di sostenibilità e tracciabilità delle produzioni.

Obiettivi di non facile reperimento, ma non impossibili ad aversi. E questo grazie all'utilizzo di tecnologie al servizio di un'agricoltura sostenibile e di precisione. Una scelta obbligata, una via a senso unico da intraprendere senza ulteriori perdite di tempo, se si vuole quanto meno ipotizzare di arrivare ad avere prodotti alimentari sostenibili per una popolazione che nel 2050 sarà prossima a 9 miliardi di persone. Tutti consapevoli di quanto già oggi sia arduo affrancare dalla fame più di 850 milioni di individui.

 

 

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