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 Radio: il digitale rivoluziona le frequenze

Technology

 Il business radiofonico, che vale circa 400 milioni di euro di raccolta pubblicitaria all’anno, dipende in gran parte dalle automobili. L’avanzata di Spotify.

​Quasi il 70% degli ascolti radiofonici in Italia arriva dalle autoradio. Il cosiddetto apparecchio radio, quello a casa o sul posto di lavoro, pesa invece meno del 30%, la tv il 12%, mentre le App per cellulari, pc o tablet sono ancora un fenomeno molto limitato, attorno al 7%. Perciò il business radiofonico, che al momento sulla Penisola vale circa 400 milioni di euro di raccolta pubblicitaria all'anno, dipende in gran parte dalle automobili.

Sul parco auto, tuttavia, stanno per arrivare grandi novità: entro il 2020 il 20% delle auto in circolazione avrà una connessione alla rete Internet. Ed entro 10 anni tutto il parco auto sarà connesso. In sostanza, all'interno delle vetture degli italiani si verrà a replicare quell'habitat digitale che ha già quasi annullato l'ascolto delle radio all'interno delle abitazioni: nelle case, infatti, spesso non c'è più neppure l'apparecchio radio, e le nuove piattaforme digitali offrono molti altri tipi di intrattenimento (musica, video, ecc) che fanno concorrenza e distraggono audience.

Già a livello mondiale le previsioni di Magna Adv Forecast stimano un calo del 2% degli investimenti pubblicitari radiofonici nel 2018 proprio a causa dell'audio streaming e di altri format digitali alla Spotify che drenano i budget dalla radio lineare. E negli Usa, dove di solito si anticipano le tendenze, il comparto marcia a -4% da due anni per gli stessi motivi.

Potrebbe quindi essere alle porte una vera e propria rivoluzione culturale, soprattutto per tutte le persone nate entro gli anni '80, che sono cresciute considerando i dj dei miti e la radio un mezzo di comunicazione fondamentale. Rivoluzione che, come importante effetto, provocherà un grosso rimescolamento dei budget pubblicitari. Negli Usa attualmente la radio vale 14,5 miliardi di euro annui di raccolta pubblicitaria; in Germania 800 milioni di euro, così come in Francia. Circa 730 milioni di euro in Gran Bretagna, quasi 470 in Spagna e, come detto, circa 400 milioni di euro in Italia. Un sacco di soldi (anche se, come si vede rispetto alle altre nazioni, l'Italia non ha dimostrato di saper sfruttare al meglio tutto il potenziale del mercato radiofonico) che, nei prossimi anni, prenderà altre destinazioni per il crollo degli ascolti.

Le radio, come anticipato, ormai sono uscite dalle case, non vengono più integrate nei cellulari (all'inizio i telefonini avevano anche una radio in fm incorporata, ora non è più interesse degli operatori, ai quali conviene spingere su contenuti in streaming per i quali serve un abbonamento e una connessione), e pure nelle auto subiranno la stessa concorrenza che hanno sopportato nelle case. Le auto connesse già ora forniscono cruscotti con Google play music (sistemi Android), Car play (Apple), aggregatori tipo Radio Player, Fm World, My Tuner, Internet Radio, che si pongono come over the top molto diversi dalle tradizionali radio. Aggregatori che, di sicuro, sottrarranno risorse al mondo radiofonico.

Ci sono, inoltre, tanti navigatori che, già a monte, fanno intese con operatori della musica. Tipo Waze, navigatore di Google, che si integra con Spotify: in una stessa schermata si ottengono le indicazioni stradali e la musica. E, in questa evoluzione, la tradizionale stazione radio diventerà sempre più periferica.

Mentre adesso, in sostanza, si sale in auto e si ha solo l'autoradio, con una facilità di ricerca della radio preferita, nei prossimi anni i cruscotti saranno sempre più evoluti e complessi, diventeranno vere e proprie piattaforme dove la stazione radio, così come all'interno delle abitazioni, sarà solo una delle numerose forme di intrattenimento a disposizione. Se poi si vuole credere a un futuro nel quale le auto si guideranno da sole, all'intrattenimento audio si potrà legare anche quello video (perché il guidatore non dovrà più tenere lo sguardo fisso alla strada), e allora per le radio sarà la vera fine.

Aggregatore all'italiana

Per prevenire questo scenario un po' apocalittico, la gran parte degli imprenditori radiofonici italiani non sta muovendosi in maniera decisa. L'unico a tentare di creare una sorta di aggregatore è il gruppo Radio Mediaset (105, Virgin, R101, Subasio e Radio Suby, editi da Radio Mediaset, cui aggiungere Rmc e Radio Norba, per cui Cologno Monzese è concessionaria pubblicitaria), che vale 14 milioni di radioascoltatori nel giorno medio, e che sta sperimentando Unitedmusic.com. «Devo dire che la radio ha un vantaggio rispetto ad altri mondi», spiega Paolo Salvaderi amministratore delegato di Radio Mediaset, «e cioè il suo prodotto di base è la musica. Dal vinile al digitale ha dimostrato di avere la capacità di resistere. E già oggi la radio si ascolta su piattaforme molto diverse. Certo, le App non sono un fenomeno decollato, hanno un peso irrilevante. Però credo che gli imprenditori radiofonici debbano ragionare così: tutte le nuove piattaforme devono essere considerate delle opportunità. Per esempio i vari smart speaker che entrano nelle case, da Amazon Echo a Google Home fino a Apple HomePod, sono grandi opportunità per le radio con un forte brand. Il brand, infatti, può cavalcare benissimo l'avvento del digitale».

Insomma, Salvaderi consiglia di guardare con attenzione ai cambiamenti, ma senza farsi impressionare troppo, perché «anche i sistemi Dab o il Gps dovevano rivoluzionare le piattaforme trasmissive della radio, e invece son passati 20 anni e siamo ancora qui con le nostre frequenze in Fm. La rivoluzione delle auto connesse io non la sottovaluto, ma per la tipologia del nostro prodotto, la musica, credo avremo qualche chance in più. Nella musica, infatti, non c'è il concetto di contenuto in esclusiva proprio di altri prodotti e piattaforme. Puoi avere i Mondiali di calcio in esclusiva, ma non puoi avere le canzoni dei Coldplay in esclusiva solo su una piattaforma». Intanto Radio Mediaset sperimenta: «Stiamo facendo analisi, proponendo in streaming prodotti senza brand per vedere se ci sono differenze con prodotti invece a brand. Analizziamo e vediamo. Cambiano i device ma non cambia l'affezione alla marca. Certo», dice Salvaderi, «dovremo essere capaci di mutare pelle, di valorizzare, appunto, il brand come hanno saputo fare tanti altri marchi nella storia».

Tutto giusto. Ma se da domani io entro in auto e ho a disposizione Spotify con la mia musica preferita, perché dovrei ascoltare la musica alla radio? «Spotify, per ora, non ci ha tolto ascolti. La radio", conclude Salvaderi, "fa da vetrina, ovviamente di prodotti di massa. Spotify, successivamente, fa lo streaming. Ma la vetrina resta ancora la radio». 

 

 

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