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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Technology > Nuove tecnologie, nuove nevrosi

 Nuove tecnologie, nuove nevrosi

Technology

 Dal FOMO fino all’orbiting i social media e la paura di essere tagliati fuori non hanno solo cambiato le nostre abitudini. Quali sono le conseguenze sulla vita di relazione.

​​​Se addirittura un rapper – tale Marracash -  ha sentito il bisogno di scrivere una canzone dal titolo indiscutibile Sindrome depressiva da social network  che canta più o meno così:

Mi sveglio e ti sgamo che già sei sui Social Network /Ammetti che è un problema non riesci più a farne senza
So bene che cosa significa avere una dipendenza/ Tu vivi sempre connessa come una disconnessa
Chi ti conosce meglio è il tuo motore di ricerca / E hai trovato quello che in giro cercano in tanti
L'illusione di avere amici e vite interessanti/ Tutti annunciano, tutti spaccano, tutti fanno
Il cell si sta spegnendo tu dici sta morendo/ Per sottolineare quanto grave è il momento
E ogni giorno che passi connessa io mi accorgo che sei disconnessa

Forse bisognerebbe chiedersi davvero quali sono le conseguenze effettive che si producono nella vita relazionale delle persone che fanno uso di questi nuovi media.

Avete mai sentito parlare di F.O.M.O, Fear Of Missing Out, Ghosting" e Orbiting? Certo così su due piedi, l'unica cosa che ci viene subito in mente di fare è andare su Google per una rapida traduzione e scoprire così che stiamo parlando di: paura di essere tagliati fuori, dissolto come un fantasma e di orbitare. Che cosa hanno in comune questi tre termini? Semplicemente i social network e le nuove sindromi dell'era digitale.

Che i social abbiano rivoluzionato le nostre vite è ormai cosa nota. Viviamo in loro funzione e senza ci sentiamo persi: è più importante postare una foto subito piuttosto che vivere quel momento. Una sorta di immedesimazione tra vita virtuale e vita reale che alla fine però ha invertito l'ordine di importanza., Facciamo cose per il gusto di farle o per far vedere agli altri la nostra vita in vetrina? Frequentiamo persone per il nostro bisogno di avere relazioni sociali o perché avere tanti amici dimostra che siamo persone vincenti?  Usiamo i social per passare da una relazione amorosa all'altra o per costruirne tante contemporaneamente per arginare il vuoto che abbiamo nella nostra quotidianità?
I social permettono di coltivare relazioni interpersonali e di ampliare le proprie reti sociali coinvolgendo anche persone mai conosciute prima. Facilitano le interazioni e lo sviluppo di connessioni grazie all'utilizzo di diversi contenuti, favoriscono la condivisione sociale mediante differenti piattaforme e dispositivi e rendono possibile il coinvolgimento attivo degli utenti online accelerando una diffusione rapida delle informazioni. Secondo lo studio del centro americano Kleiner Perkins Caufield & Byers's un utente medio guarda lo smartphone circa 150 volte al giorno, una volta ogni 6 minuti. In aumento anche il numero di coloro che controllano la posta elettronica e i propri profili social molto presto al mattino, presumibilmente appena aprono gli occhi. Una smania di essere connessi che rischia di penalizzare non solo la nostra vita sociale ma anche il nostro rendimento sul lavoro.

Questa nuova forma di ansia sociale si chiama FOMO ("Fear Of Missing Out") ed è la paura di essere tagliati fuori. È la malattia del nostro secolo ossessionato dalle comunicazioni: il pensiero costante che gli altri stiano facendo qualcosa di più interessante di quello che stiamo facendo noi, mentre noi ci stiamo perdendo qualcosa. A ben guardare il concetto di Fomo  è sempre esistito. Basti pensare ad esempio alla famosa Emily Dickinson che -  come scrive scrive Marta Beck – nonostante fosse un'agorafobica che ha vissuto in un mondo "virtuale" senza lasciare mai la sua casa, è riuscita nelle sue poesie, a raccontare la vita in maniera incomparabile. «Vivere - scrisse - è così sorprendente che lascia poco spazio per qualsiasi altra cosa». Per di più la necessità di inclusione sociale e mantenimento delle relazioni è sempre stata presente nell'uomo. Nel 1979 la sociologa Lisa Berkman aveva formulato una teoria secondo cui chi gode di forti relazioni sociali ha maggiore speranza di vita. Uno studio dell'Università californiana di San Diego ha voluto osservare se le regole che valevano nel 1979 valgono ancora oggi, nell'era dei social network.​​​

La differenza sta piuttosto nel fatto che l'avvento dei social network ha peggiorato questa paura. Gli utenti possono essere letteralmente consumati dal bisogno ossessivo di controllare ciò che gli altri fanno. Un bisogno talvolta ingiustificato ma che, se non viene soddisfatto, può causare una vera e propria "crisi di astinenza".

Anche alla base di un altro fenomeno  - il ghosting - ritroviamo di nuovo l'ansia. L'attuazione più concreta di questo fenomeno è la classica  doppia spunta blu su Whatsapp a cui non segue alcuna risposta. Si sa con sicurezza che il destinatario del nostro messaggio non solo l'ha ricevuto, ma l'ha persino letto: ciò nonostante la risposta non arriva. Da qui si susseguono sensazioni contrastanti ma che genericamente possono essere racchiuse in una sola parola: ansia. L'ansia della risposta che non arriva e del perché non arriva, l'ansia di aver frainteso tutto, l'ansia di non riuscire ad ignorare il cellulare. La situazione tipo: iniziate a frequentarvi con qualcuno e poi questo qualcuno all'improvviso sparisce. E pensare che per voi quella poteva diventare la storia della vita. Ed invece, niente. Lui/Lei sparisce nel nulla. "La verità è che non gli piaci abbastanza", per citare un famosissimo film, il cui messaggio è lapalissiano: "se ti vuole ti cerca, e se non ti cerca bhe.. allora vuol dire che non ti vuole". Punto.

La storia potrebbe finire così ed invece… Qui entra in scena l'orbiting, altro generatore di ansia digitale:  ovvero quando qualcuno continua a gravitare nelle nostre vite senza esserci davvero. Il famoso Lui/lei che è sparito senza motivo apparente in realtà non sparisce del tutto. Inizia una vera e propria strategia artificiosa e malvagia che ha come unico fine quello di "mantenersi buono" l'altro/a. Interviene sui vostri social postando commenti o mettendo un semplice "like". Si fa sentire, poi sparisce ma non troppo: continua a gravitare (orbitare, appunto) nella vostra vita. Non è nè una presenza costante ma  nemmeno una costante assenza. E quindi a noi cosa succede? Ci sale di nuovo l'ansia. Stiamo lì, a costruire i nostri castelli per aria, a farci mille film luce, ad esaminare le nuove amicizie strette, ogni dettaglio delle foto che vediamo, mentre lui/lei potrebbe già stare con un'altra/altro. Per ritornare tristemente al punto di partenza: la verità è che, comunque, non gli/le piaci abbastanza.

E come si fa per curare queste nuove sindromi? (Sempre se una cura esista davvero).

Ovvio: si iniziano le sedute virtuali che sostituiscono lo studio dell'analista con una connessione Skype! In teoria le sedute virtuali si dovrebbero organizzare quando è impossibile fare altrimenti e si dovrebbe valutare le motivazioni per capire se si tratti di un'esigenza reale o di un inconscio tentativo di fuga. In effetti la seduta virtuale ricalca quella reale, ed è il paziente a stabilire il collegamento con la webcam del pc o del tablet, sostituendo la scampanellata di arrivo allo studio e dovrebbe riprendere per quanto possibile il setting classico, con il paziente sdraiato sul divano e lo schermo dietro la testa.

Allora cosa cambia davvero? Due cose essenzialmente: lo spazio che il paziente sceglie per collegarsi che diventa esso stesso significativo e oggetto dell'analisi e il dialogo virtuale che ha linguaggio e caratteristiche proprie. Entriamo in relazione grazie alla tecnologia, che ci permette di annullare le distanze, ma sia il paziente che il terapeuta si trovano in una stanza virtuale, una cyber-room che è anche un altrove in cui s'incontrano i loro doppi, virtuale e reale.

E se cade la connessione? Che ansia…Siamo davvero in un loop senza soluzione?

 

 

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