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 Fake News: minaccia per la libertà

Technology

 Il giornalismo e la fruizione delle notizie nell’era di internet e dei Social Media. Changes ne ha parlato con Barbara Sgarzi.

​C'era una volta un vecchio adagio secondo il quale fare il giornalista era sempre meglio che lavorare. Ironia a parte, la battuta serve bene a rievocare i fasti di un tempo in cui la parola stessa “giornalista” aveva un significato chiaro e lampante, richiamava delle immagini precise, si rifaceva a saldi stereotipi. E descriveva una figura professionale facile da collocare: che per esempio immaginavamo seduta alla sua scrivania in una redazione, a buttare giù il “pezzo” o  magari al telefono per intervistare qualcuno; o ancora, che visualizzavamo in strada, a “consumarsi le suole” per raccogliere testimonianze e documentare i fatti, sul campo a raccontare il mondo che cambia, un episodio di cronaca alla volta.
 
«Tutto questo è stato spazzato via da un cambiamento epocale, che oggi costringe i giornalisti ad applicare regole vecchie - e sempre valide - a contesti nuovi e in continua evoluzione», rivela Barbara Sgarzi, scrittrice e attenta osservatrice del mondo dell’informazione. Giornalista di professione, Barbara preferisce definirsi “divulgatrice che ama condividere e diffondere la bellezza della rete”. Compito che svolge con dedizione tanto scrivendo sui giornali, quanto insegnando in un’aula universitaria o nel ruolo di public speaker.
 
Nel suo ultimo libro, intitolato “Social Media Journalism”, la Sgarzi racconta come decenni di Internet e social networking abbiano radicalmente trasformato il mondo del giornalismo e della comunicazione, spiazzando i giornalisti e lasciandoli in cerca di una nuova identità. Di quanto fake news, e cattive pratiche minaccino la libertà di informazione, ma anche e soprattutto di come una nuova figura sia entrata prepotentemente in “partita”: quella del lettore “empowered” dalle nuove tecnologie abilitanti, che diviene a sua volta fonte di informazioni (rilanciate o prodotte ex novo), con tutte le responsabilità che ciò comporta.
 
Ma andiamo con ordine, provando a partire da quali sono i punti cardine del cambiamento che ha impattato il giornalismo negli ultimi dieci anni: «Per rispondere in due parole, la crisi del modello di business e l’avvento di Internet», taglia corto Barbara Sgarzi.
 
Quindi è anche una questione di soldi?
«Se si parla di cosa è cambiato e sta cambiando, non può non prendere in considerazione l’aspetto economico: l’industria del giornalismo vive una profonda crisi derivante dal costante calo degli investimenti pubblicitari, e questo si traduce in meno mezzi a disposizione, tagli in redazione, insicurezza per chi lavora come freelance. Con tutte le conseguenze del caso».

E poi c’è Internet.
«Che in Italia sta determinando una trasformazione profonda da almeno dieci anni. Intanto rendendo disponibili a tutti, non solo ai giornalisti, nuovi e potenti strumenti per pubblicazione di contenuti verso un’audience potenzialmente globale. E poi imponendo agli addetti ai lavori l’apprendimento di una lunga serie di nuove competenze».
 
Anche di nuove regole?
«I principi etici e le regole alla base stessa del giornalismo restano immutati».
 
Il contesto invece, è mutato profondamente.
«Oggi la sfida è imparare ad applicare vecchie e sane regole prestabilite a strumenti completamente nuovi. Parafrasando il vecchio detto, non bisogna consumarsi soltanto le suole di plastica, ma anche quelle “digitali”. E questo perché, sebbene macinare chilometri in strada sia ancora sicuramente necessario, allo stesso modo bisogna essere capaci di immergersi nel flusso della conversazione digitale, di entrare veramente a farne parte».  
 
E cosa significa, esattamente, immergersi nel flusso?
«Che a essere finito non è il giornalismo, come sostengono alcuni, ma un’idea romantica di esso esistita solo per pochi privilegiati. Vivere nel flusso significa calarsi nel mare delle notizie e richiede una spiccata sensibilità giornalistica, fiuto per la notizia, abilità e dedizione nella costruzione e cura di un ampio e verificato network di fonti. Significa utilizzare le proprie specifiche competenze professionali per pescare le informazioni giuste e riuscire a filtrarle, evitando evitando al contempo di perdersi in un oceano di rumore. E poi ancora, significa rinnovare costantemente il parco degli strumenti e le competenze che ciascuno di essi richiede».  
 
Qualcuno ci riesce?
«Ancora pochi: la maggior parte dei nostri colleghi entrano nei social solo per rubare un video o una foto da usare altrove sui media tradizionali. Sono di passaggio, quando invece dovrebbero fermarsi e cercare di comprendere cosa sta accadendo. Senza neanche provare a instaurare una nuova relazione con il lettore».
 
E chi è oggi davvero il lettore?
«Uno con un bersaglio sulla schiena. Il “target” di cui tutti vorrebbero attrarre l’attenzione, così difficile da fidelizzare nell’epoca dell’abbondanza di informazioni disponibili gratuitamente. Ma anche qualcuno che è sempre più protagonista nella produzione di contenuti: lo è diventato a partire da quando sono stati aperti i commenti anche sugli articoli dei giornali. Poi ha continuato ad esserlo sotto forma di produttore e distributore di contenuti attraverso i social. Con tutte le responsabilità che questo comporta».
 
Quali responsabilità esattamente?
«Quando si parla di news in rete, oggi più che mai “siamo tutti coinvolti”: se io condivido un’informazione, nel mio piccolo sono un “influencer” nei confronti dei membri della mia rete che si fidano di me più che di qualsiasi testata giornalistica. Una tale capacità di influenzare richiede un esame coscienza prima di condividere: le fake news non sono certo nate sul web, ma grazie ad esso possono circolare molto più facilmente, ed è compito di tutti verificarne la veridicità. In primis del giornalista, ma ormai anche del lettore».
 
A riguardo, la cronaca recente appare poco incoraggiante.
«Questo perché la parte più nera e oscura del web è anche quella più enfatizzata dai media. Qui la responsabilità è di chi costruisce il racconto enfatizzando troppo una parte che sì, grazie alla rete oggi è più visibile, ma che c’è sempre stata. E che oggi, proprio perché più visibile, può essere stigmatizzata e affrontata».

 

 

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