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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Technology > Il vero senso della digital transformation

Il vero senso della digital transformation

Technology

Qual è il grado di pervasività delle nuove tecnologie e il loro impatto su ogni aspetto della realtà? Changes ne ha parlato con Stefano Epifani, co-fondatore del Digital Transformation Institute.

​​​Ciò che chiamiamo "trasformazione digitale" non è - come ci hanno abituato a pensare - un modo nuovo e hi-tech di fare cose vecchie e spesso superate. Come spiega Stefano Epifani, docente di Social Media Strategy, chief editor di Techeconomy e co-fondatore del Digital Transformation Institute, quella è semplice ottimizzazione dei processi. È ciò che chiamiamo Industry 4.0, dove «se un'azienda faceva automobili continuava a fare automobili» e usa la tecnologia per farlo sempre meglio.

La trasformazione digitale, invece, è «un cambiamento di senso radicale e profondo», una rivoluzione che investe il mondo che ci circonda a livello epistemico, nella sua totalità, plasmandolo in una nuova forma tutta da comprendere e interpretare. Qualcosa a cui non ci possiamo opporre, che non è possibile frenare, ma che dobbiamo imparare a governare. Per questo si fa sempre più urgente «capire verso dove vogliamo indirizzare il cambiamento perché la trasformazione digitale, di per sé, ha una dimensione neutra e quindi può essere tanto la cosa migliore che capita al genere umano, quanto la sua più grande dannazione» continua Epifani. Spetta, insomma, a noi realizzare la prima opzione ed evitare con decisione la seconda. Il che pone subito una prima domanda:

Cosa intende quando dice che la Digital Transformation è un cambiamento di senso?
«L'esempio calzante qui può essere quanto accaduto all'interno dell'industria di distribuzione discografica. Mentre tutti i principali player erano concentrati nella lotta alla pirateria, ecco che arriva qualcuno che non è di quel settore e che ne cambia completamente le regole del gioco. Cambia il prodotto, cambia la filiera, cambia la supply chain, cambia il modo in cui gli utenti percepiscono quel prodotto. Si rende conto che gli utenti hanno uno shift di valore verso modelli diversi, intercetta e interpreta quei modelli e cambia completamente non il modo in cui si lavora in questo settore, ma il settore stesso. Tutto questo per dire che la Digital transformation non è un cambiamento del come, ma attiene alla dimensione del cosa viene cambiato, ne trasforma il senso».

Un altro esempio?
«Prendiamo la fotografia: qui basta pensare a quanto l'ingresso degli attori del digitale abbia cambiato la geografia stessa di un intero settore, insieme con tutti gli assetti di valore. Sono cambiati i parametri dei consumatori in fatto di scelta delle macchine fotografiche, è cambiato il ciclo di vita dei prodotti, è cambiata la rete di distribuzione, l'economia degli attori collegati. Pensate ad esempio a che fine hanno fatto i centri stampa che vivevano sullo sviluppo della pellicola».

Molto dipende anche dall'avvento degli smartphone con fotocamere sempre più efficienti.
«Anche qui non è la macchina fotografica che diventa smart, ma è un altro oggetto che si porta dietro la macchina fotografica, di fatto dando vita a qualcosa di diverso da tutto ciò che c'era prima. E questo vale anche per lo smartphone che non è più solo un telefono, per lo smartwatch non è più un orologio e per le Smart City, che non sono più città almeno come quelle in cui siamo abituati a vivere».

E che cosa sono?
«Sono un'entità nuova fluida dinamica che si ridisegna - o che dovrebbe ridisegnarsi, visto che ancora non ci riesce - attorno alle esigenze delle persone, con l'obiettivo di rendere loro la vita sempre più semplice. Sono i luoghi dove la gente non è più "compressa", dove non si vive più un rapporto di antagonismo con la pubblica amministrazione, dove le persone collaborano e sentono tale collaborazione come vantaggio e non come un obbligo. E tutto questo dovrebbe essere reso possibile dalla trasformazione che sta portando il digitale».

Perché usa il condizionale?
«Perché il cambiamento prenderà la direzione giusta solo se sapremo governarne alcune dinamiche profonde. Quest'ultime però non riguardano la tecnologia, che qui è solo uno strumento. Riguardano piuttosto​ il senso del lavoro, il senso dei rapporti tra le persone, il senso dell'etica stessa, della privacy. Tutto questo tenendo presente che le cose finora elencate hanno comunque di per sé un ciclo di vita piuttosto breve: se prendiamo la privacy, il concetto che la rappresenta non ha più di un secolo».

Perché sono ancora in molti a confondere la digital transformation con la digitalizzazione dei processi?
«L'ottimizzazione dei processi attraverso il digitale c'era già ed è in corso da tempo. La confusione esistente dipende da vari fattori, tra cui la stessa narrazione messa in campo dagli attori industriali: per quest'ultimi, infatti, è molto più conveniente convincere la gente che il cambiamento sia solo tecnologico e che loro ne sono protagonisti attivi, quando invece dovrebbero ammettere semplicemente e onestamente che navigano a vista, che il mondo sta cambiando e che chi non si adeguerà non avrà futuro».

Vale anche per la Pubblica amministrazione?
«L'urgenza è la stessa. Pensate all'e-Government: lì sono ancora convinti che la trasformazione digitale sia la fattura elettronica, vale a dire automatizzare dei processi che sono già vecchi. La questione invece è che serve ripensare il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione in maniera tale che non serva più la fattura, che non non si debba più richiedere un certificato, indifferentemente dal fatto che questo sia digitale o meno. Non si tratta di spostare le code dagli uffici pubblici al web, si tratta di ripensare i sistemi affinché le code non siano più necessarie. Anche perché spesso servono per raccogliere informazioni che la Pa ha già ma che per poter utilizzare devi ripensare se stessa radicalmente».

Guardando al fenomeno della trasformazione digitale nel suo complesso, a che punto siamo in Italia?
«Per rispondere possiamo partire citando il dato generale fornito dal DESI, ovvero l'indice definito dalla Commissione Europea per valutare lo stato di avanzamento degli Stati membri dell'UE verso un'economia e una società digitali. Il Desi prende in considerazione diversi indicatori tra cui connettività, uso di internet e integrazione della tecnologia per definire una classifica dove l'Italia è 25esima su 28. Quindi alla domanda: "Quanto sono pronte le nostre aziende per la trasformazione digitale", la risposta è: "Poco". Poi, se si va ad analizzare meglio la situazione, si scoprono due cose fondamentali: che negli ultimi due anni le nostre aziende hanno compreso che questo cambiamento è imprescindibile, ma anche che lo stanno vivendo con grande paura. Cosa che ovviamente si traduce in un atteggiamento di difesa».

Questa l'Italia. Altrove si sta facendo meglio?
«A livello europeo l'approccio normativo è molto meno orientato alla creazione di regole bloccanti che non in passato. In pratica, ci dicono che questo cambiamento non richiede nuove norme, ma che bisogna semplicemente chiarire quali sono gli attori in campo e fare sì che si muovano nel rispetto delle norme esistenti. Insomma va un po' meglio che qui da noi».

E oltre l'Europa?
«La cosa curiosa è che nonostante l'Italia sconti ritardi di anni, a livello mondiale il macro trend della trasformazione digitale investe praticamente tutti allo stesso modo. Questo significa che il mondo intero, Stati Uniti compresi, sta affrontando più o meno gli stessi problemi nello stesso momento. La differenza è che in Italia è più difficile risolverli. Poi manca ancora una visione unitaria: negli Stati Uniti, ad esempio, da un lato la Silicon Valley con Facebook, Google ed Apple è in prima linea per la digital Transformation, mentre dall'altro c'è Trump con una sua visione completamente diversa del fenomeno e del da farsi. Il loro vantaggio è che almeno hanno capito che la Digital transformation determina il cambiamento del senso stesso della società».

Lei dice che l'unica strada è governare il cambiamento. Come si forma oggi la classe dirigente che domani dovrà gestire la Digital transformation e le sue conseguenze?
«Il problema della formazione è a monte, perché la trasformazione digitale sta investendo anche il settore dell'insegnamento al punto che io non sono sicuro che fra vent'anni avrà ancora senso l'esistenza stessa dell'Università. In un mondo che sta cambiando di significato servono modelli di formazione che si basino su paradigmi completamente diversi. Quali siano questi paradigmi è ancora difficile da dire: quel che è certo è che il sistema della formazione oggi deve imporsi di ripensare il modello di costruzione delle competenze».

Partendo da dove?
«Innanzitutto, dal fatto che non ha più senso pensare che il ciclo di vita delle competenze possa essere decennale. Non ha più senso pensare che ci possa essere - come da sempre in Italia - una divisione netta tra il momento della formazione e il momento del lavoro. Un diplomato di oggi vale per molti versi più di un laureato di 10 anni fa. Serve insomma una manutenzione dei percorsi di formazione che non è soltanto la formazione continua dei crediti professionali, quanto piuttosto un meccanismo di alternanza scuola-lavoro che vede nel ruolo della scuola qualcosa che non termini con un semplice esame».

E il sistema di insegnamento è pronto per questa rivoluzione?
«Il problema è che coloro che gestiscono il sistema sono anche gli stessi che che tutelano lo status quo. Non dimentichiamo che viviamo nel paese in cui ci si chiede ancora se sia necessario o meno insegnare logica computazionale nelle scuole, quando questa è senz'altro una delle chiavi di lettura culturali del futuro, indipendentemente da quale professione si intraprenda».

Difficile opporsi alla tradizione.
«Bisogna capire che l'innovazione non è il contrario della tradizione. Al contrario, la tradizione non è altro che un'innovazione che ha avuto successo. Chi contrasta la seconda, uccide anche la prima».​

 

 

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