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 Gli algoritmi siamo noi

Technology

 Sanno quasi tutto, ma non sanno scegliere per noi in maniera qualitativa. Serve una gestione etica dell’intelligenza artificiale che spinga sullo sviluppo di tecnologie che diano accesso alle informazioni, stimolando il nostro giudizio finale.

​​​​​La nostra vita è ormai pervasa da algoritmi, che lavorano in base alle nostre abitudini, a dove ci troviamo, alle azioni che compiamo, le ricerche o gli acquisti che facciamo, il tipo di device con il quale ci colleghiamo alla rete, insomma i famosi big data che immettiamo continuamente nei sistemi digitali. Algoritmi che elaborano il tutto e ci propongono soluzioni più o meno intelligenti.
Gli algoritmi, tuttavia, non si sono inventati nulla di nuovo. E non sono neppure così infallibili. Per esempio: prenoto una vacanza di quattro giorni a Malta nel mese di gennaio attraverso Booking.com. Pago, mi godo il soggiorno al mare, torno a casa. Perché l'algoritmo di Booking.com, per i mesi a seguire, continua a propormi una vacanza a Malta? Ci sono appena stato, è un'isola bellissima, ma non mi interessa più. Eppure…

O, ancora: Spotify si arroga il diritto di proporre una compilation della musica che, secondo lui, dovrebbe piacermi. Avete presente? Roba da nascondersi sotto il letto per la vergogna, i miei amici non dovranno mai saperlo. Stessa cosa nelle raccomandazioni proposte da Amazon, Netflix o SkyQ. Il fatto è che l'algoritmo è l'esecutore dell'idea di un uomo: non è sincero, e non fa quasi mai gli interessi dell'utente.
È verissimo che la gran parte degli algoritmi che si occupano di pricing provano a rosicchiare denaro: «Se uno cerca online più volte le tariffe di un certo volo o di una certa camera di albergo, i prezzi salgono, perché il sistema percepisce che c'è interesse verso quella offerta. E alla seconda o terza ricerca», ha spiegato Fabiano Lazzarini, country manager italiano del motore di ricerca Qwant, «l'algoritmo inizia a dirti che sono gli ultimi posti disponibili, per creare ansia e convincerti a finalizzare l'acquisto».

È altrettanto vero che gli algoritmi di raccomandazione non sono sinceri, ovvero non propongono solo le cose che possono effettivamente piacere all'utente in questione, ma spingono su prodotti o servizi un po' a prescindere, in base all'utilità per le aziende: «E le persone non si rendono conto di tutto ciò. Ma dietro questa intelligenza artificiale c'è Machiavelli: ti dico una cosa ma voglio fartene fare un'altra» ha aggiunto Lazzarini. «Gli algoritmi sono sistemi offerti gratis ma hanno una loro finalità. E tra i loro obiettivi c'è anche quello di indurre delle scelte. Non devono solo soddisfare l'utente, ma anche proporre contenuti, servizi, prodotti». Se uno fa una ricerca su Amazon, per esempio, la risposta che ti fornisce il sistema è un prodotto o servizio che assicura il margine più alto ad Amazon e logisticamente ti è più vicino. «Il risultato della ricerca non è del tutto sincero. E l'intelligenza artificiale renderà queste cose ancora più pervasive, in maniera esponenziale: se il sistema sa che se ti dà una certa risposta tu farai cose che lui non vuole, lui allora ti darà una risposta diversa, ancor meno sincera».

Gli algoritmi sono allora tutti brutti e cattivi? «Di sicuro gli algoritmi hanno conquistato un ruolo importante, stabile e pervasivo nelle nostre esistenze quotidiane. Ma se smettessero di funzionare», ha commentato Carlo Vercellis, responsabile scientifico dell'Osservatorio Big Data Analitycs & Business Intelligence del Politecnico di Milano, «la nostra vita non sarebbe più la stessa, sarebbe peggiore. L'algoritmo non è una entità che vive di vita autonoma e statica. Gli algoritmi sono dei mattoni, con i quali qualcuno può anche fare una brutta casa. Gli algoritmi a loro volta costruiscono altri algoritmi, determinando regole nascoste che l'uomo non saprebbe trovare».

L'algoritmo non fa altro che replicare un meccanismo antico quanto il commercio


Come dicevamo prima, tuttavia, gli algoritmi non si inventano nulla: «Ho una posizione molto netta sulla concezione algoritmica: non può essere quello il futuro del mondo. Però», ha sottolineato Gianpiero Lotito, fondatore della piattaforma FacilityLive, «quando l'algoritmo cerca di tirare a casa qualche soldo in più, non fa nulla di nuovo rispetto a quanto si è sempre fatto nel commercio: gli ultimi posti, in aereo o in treno, costano più dei primi; le ultime camere in hotel costano più delle prime; si fanno saldi e sconti ma solo per vendere roba vecchia e svuotare i magazzini, senza praticare, poi, neppure questi grandi sconti. Tutte cose già viste decenni prima degli algoritmi».
Qualcuno potrebbe obiettare che ora le pratiche sono meno trasparenti e i consumatori, in realtà, non ne sanno nulla: «Anche prima la gran parte dei consumatori non sapeva nulla delle pratiche commerciali, non se ne accorgeva. Il pricing è sempre stata una cosa decisa da chi vende. Ci sono sempre stati i listini ufficiali, e poi le stesse cose vendute all'80% di sconto», ha aggiunto Lotito che era in Silicon Valley negli anni 80 ​​del secolo scorso.
E non bisogna farsi prendere dal panico o dagli eccessivi entusiasmi: «Dicono: ora puoi parlare col frigo, programmando la spesa, ecc. Oppure: la tua lavatrice avrà un algoritmo capace di negoziare il prezzo dell'energia con la società elettrica», ha detto Lotito. «Io, però, rispondo che parlare col frigo mi annoia e non mi crea meraviglia. E nella negoziazione faccio notare che anche la società elettrica, a sua volta, avrà un algoritmo che negozia con la lavatrice. Alla fine, quindi, vincerà il programmatore più bravo. Perché è sempre un problema di uomini. E l'algoritmo è l'esecutore dell'idea di un uomo».

Quando però l'algoritmo diventa il motore di ricerca per eccellenza, Google, le cose si complicano: «Noi di Qwant non siamo contrari all'utilizzo di tecniche di tracciamento, che peraltro sono ovunque e sono anche utili», ha detto Lazzarini. Il problema, però, dove sorge? Sul fatto che un motore di ricerca è trasversale a tutti gli aspetti della vita di un utente, molto più dei social, e in maniera molto più potente. «Sui social abbiamo la percezione di essere esposti. Invece sul motore di ricerca, che usiamo in casa o in ufficio, cerchiamo di tutto, pensiamo di non essere visti, indaghiamo sulla salute, su aspetti intimi, brand, prodotti, viaggi, dating, orientamenti sessuali», ha detto Lazzarini. «Il motore capisce che reddito ho, in che stato di salute sono. Una rete di potenza superiore che ci indirizza nei consumi e anche nelle scelte politiche. E ormai sono 20 anni che, con Google, siamo sottoposti a questo consigliere interessato e non imparziale».

Lotito, tuttavia, stempera questa visione: «Il solo vero rischio è che si deleghi tutto agli algoritmi, che finisca la capacità di scelta. Io consumatore devo sempre poter scegliere se comprare su Amazon la lavatrice a 100 euro in meno, o comprarla a 100 euro in più nel negozio sotto casa», ha detto Lotito. «Non dobbiamo pensare che l'algoritmo di Google sia così perfetto, che quello che un motore di ricerca desume da me sia qualitativamente così preciso. Perché non lo è affatto». E allora su cosa bisogna spingere? Per Lotito sullo sviluppo delle tecnologie che ti facciano accedere alle informazioni senza che sia un algoritmo a decidere. Deve rimanere la capacità di giudizio e di scelta. «Dobbiamo concentrarci sulla difesa della libertà di scelta e del libero accesso alle informazioni, ha aggiunto Lotito. Insomma, avere un approccio etico a un mondo che non sia dominato dagli algoritmi in modo acritico. ​

 

 

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