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Il riscatto dei leoni

Society 3.0

Nei prossimi 10 anni la produzione manifatturiera del Continente Nero passerà da 500 a 930 miliardi di dollari l’anno. I posti di lavoro lieviteranno e con loro i consumi.  A dirlo è uno studio McKinsey e l’ultimo African economic outlook conferma.

​Seduta nel giardino di Loja das Meias, boutique che gestisce nel cuore di Maputo, capitale del Mozambico, Christina Viola, italiana di nascita africana d’adozione racconta: «Abbiamo aperto il punto vendita nel 2015. All’inizio la nostra clientela era costituita per l’80% da portoghesi e altri europei qui per lavoro. Ma oggi il 70% è rappresentata da mozambicani».  All’interno del negozio fanno bella mostra accessori e abiti griffati Michael Kors, Dolce & Gabbana, Just Cavalli, Carolina Herrera, tutti brand apprezzati dalla classe media locale formata prevalentemente da uomini e donne «che dopo aver studiato all’estero rientrano nel paese dove aprono studi professionali, aziende di servizi o diventano manager all’interno di imprese estere presenti sul territorio», precisa Florival Mucave, uno dei cervelli di ritorno che si è fatto strada nel turismo di lusso - è proprietario di uno dei Resort più belli del paese -  e nell’editoria con il mensile economico Capital. Ma i segnali che la capacità di spesa della popolazione mozambicana sta lievitando non si fermano qui. «A Maputo negli ultimi 12 anni hanno aperto 13 università private con una retta media che oscilla dai 2.000 ai 4.000 dollari l’anno. Mentre le cliniche private sono arrivate a dieci», interviene Laurindo F. Saraiva, docente universitario e avvocato d’affari. E l’affluenza non manca. Per non parlare del grande boom immobiliare: oggi sul mercato della capitale ci sono 3.000 appartamenti di lusso il cui costo varia dai 350 mila ai 1,5 milioni di dollari e ad acquistarli non sono solo ricchi europei o sudafricani. Segnali e tendenze che si ripetono anche in altri Paesi africani, nonostante i progressi sul fronte dello sviluppo umano restino ancora lenti e irregolari in tutto il Continente Nero. Secondo l’African Economic Outlook, pubblicato dalla Banca africana dello sviluppo, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico e il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite, 18 dei 54 Paesi africani oggi hanno raggiunto un tenore di vita medio-alto, tanto che per alcuni l’Africa è destinata a diventare la nuova Cina sul fronte della crescita dei consumi. Ad avanzare maggiormente sono state le nazioni del Nord, ma anche nella regione subsahariana si è avuto un progresso interessante in particolare in Etiopia, Nigeria, Sudafrica, Ghana, Botswana, Kenya, Angola e Mozambico. «Paesi dove la crescita ha avuto ritmi e modalità diverse. In  Etiopia, Kenya, Botswana, Angola e Nigeria, è stata molto più marcata perché lì la democrazia economica è iniziata  più di 20 anni fa», spiega Saraiva.

Le 3 locomotive della crescita


A spingere lo sviluppo economico fino a ora sono stati in parte gli investimenti in capitale sociale fatti da numerosi Paesi, che hanno portato a un notevole miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni. Ma un peso notevole lo hanno avuto anche l’avvio di diverse riforme strutturali e i massicci investimenti esteri confluiti nell’area che, secondo l’African Development Bank negli ultimi dieci anni sono lievitati da 18 a oltre 56 miliardi di dollari. E il futuro promette bene. La crescita media del continente, che nel 2016 è stata intorno al 2,2%, per l’African Economic Outlook, infatti, dovrebbe accelerare nel 2017 (la stima è del 3,4%) e pure nel 2018 (4,3%). La domanda interna, sostenuta dalla crescita della popolazione, sarà, insieme all’aumento dei prezzi delle risorse naturali, il vero motore dello sviluppo. In questo quadro la classe media, arrivata a contare circa 350 milioni di persone con un potere d’acquisto in costante miglioramento, ha un immenso potenziale in termini di prosperità.

Pechino ci crede


La Cina in questa direzione ci ha visto lungo. Contrariamente ad americani ed europei, il Paese asiatico, infatti, non ha mai percepito il continente africano prevalentemente come una fonte di instabilità, migrazione e terrorismo, piuttosto come una grande fonte di business. Tanto che oggi Pechino è uno dei primi cinque partner del Continente Nero, insieme a Francia, Germania, India e Stati Uniti, con un flusso commerciale che cresce intorno al 20% ogni anno e con un forte presenza nei numerosi e ambiziosi lavori infrastrutturali avviati in Africa negli ultimi anni. Non solo. Nel report  Lions on the move - leoni in movimento -  realizzato analizzando otto Paesi che, insieme, rappresentano circa due terzi del Pil dell’Africa subsahariana, McKinsey dice che nel continente sono presenti oltre 10.000 imprese cinesi, il 90% delle quali private e operative per un terzo nel settore manifatturiero, un quarto nei servizi, seguiti dal commercio, infrastrutture e immobiliare. Una presenza, dunque, sfaccettata in diversi comparti e che dimostra quanto Pechino creda nel potenziale di crescita di questo continente, così come inizia a esserlo anche il Giappone. Il Primo ministro Shinzo Abe ha infatti da poco stanziato 30 miliardi di dollari per accelerare lo sviluppo del commercio con l’Africa di cui 10 da investire in infrastrutture. Del resto, come evidenzia McKinsey, nel giro dei prossimi dieci anni l’Africa raddoppierà la sua produzione manifatturiera da 500 a 930 miliardi di dollari l’anno, con una forza lavoro pari a quella che oggi ha la Cina. E fra i consumi delle famiglie e acquisti delle imprese, ogni anno spenderà 5.600 miliardi di dollari. «La classe media africana investe prevalentemente in immobili, istruzione per i propri figli e salute», afferma Mucave. Le aziende straniere sono avvertite.

 

 

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