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 Che cos’è l’economia?

Society 3.0

 La teoria del valore è al centro del saggio dell’economista italo- americana Mariana Mazzuccato che offre un punto di vista sfidante, non solo per le aziende.

​Di definizioni ce ne sono tante, da quella più tradizionale che la descrive come "disciplina che studia il comportamento umano in condizioni tali per cui, in presenza di un certo numero di obiettivi, si devono prendere delle decisioni relative a mezzi scarsi e con possibili usi alternativi[1]"; a quelle più sintetiche in cui prevale lo studio delle decisioni e degli incentivi più adatti a spingere ad agire in un modo piuttosto che in un altro.

Quale che sia la definizione preferita, in linea di massima un economista si occupa comunque di ciò che produce valore e di come quantificarlo. Per tale motivo, il libro di Mariana Mazzucato, Il valore di tutto, è un saggio, per usare un aggettivo assai apprezzato oggi, decisamente sfidante; lettura complessa ma altamente consigliata che ha il merito di porre al centro del tavolo una questione paradossalmente un po' trascurata negli ultimi decenni dalle varie scuole di pensiero: proprio la teoria del valore.

Il sottotitolo del libro, se ci fossero malintesi, è altrettanto ambizioso: "Chi lo produce e chi lo sottrae nell'economia globale". Già, perché la tesi dell'economista italo-americana è audace quanto forte: siamo dentro a un grosso equivoco contabile concettuale per cui siamo portati a considerare come produttori di ricchezza quelli che, in realtà, beneficiano di rendite attraverso le quali diventano più ricchi e, di fatto, estraggono valore e risorse dalla società. L'attacco della Mazzucato è deciso e coraggioso, perché non risparmia nessuno: dalla finanza speculativa, alla grande industria farmaceutica fino ai giganti dell'hi-tech della Silicon Valley.

La parte più robusta del libro è quella introduttiva che, a mio avviso, è decisamente meritoria nell'opera poderosa della Mazzucato: un breve profilo di storia del pensiero economico che serve a far capire come siamo arrivati al punto in cui ci troviamo ora. È vero, infatti, che i primissimi economisti, da Smith a Ricardo fino a Marx, facevano della teoria del valore l'oggetto centrale delle loro ricerche. Lo si capiva già dai titoli delle loro opere, se si pensa alla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith o al Capitale. Forse per la loro formazione di filosofi, gli economisti classici puntavano dritti al quid, al che cosa, all'oggetto.

Con la rivoluzione marginalista, invece, quella della scuola neoclassica che, ancora oggi, costituisce il cuore pulsante della teoria economica, la produzione di valore si spostò dall'oggetto al soggetto. La definizione sopra riportata, infatti, parla di condotta umana che, gioco forza, porta a una teoria soggettiva del valore in cui lo stesso si può inferire, al margine appunto, dal prezzo che una cosa ha.

Ma è qui che la Mazzucato compie un lavoro paziente di approfondimento: il prezzo è un indicatore sufficiente di produzione effettiva di valore? In primis, l'economista se la prende con la finanza, mostrando con merito e dati empirici un aspetto non troppo conosciuto: e cioè che fino agli anni '70 del secolo scorso il settore finanziario non era considerato come elemento produttore di valore e da includere nel PIL (prodotto interno lordo). Si trattava semmai di un bene intermedio, sotto forma di servizi che le banche offrivano e offrono a chi, poi, il valore produce effettivamente.

Da allora, invece, la contabilità nazionale cominciò a considerare i servizi della finanza, depositi e prestiti, come contributori netti della produzione di ricchezza, il che coincise con la deregolamentazione del mercato finanziario che, successivamente, crebbe a dismisura di importanza. La Mazzucato si chiede: «Questa importanza è rappresentativa dell'effettiva produzione di valore o, piuttosto, alimenta un'attività di estrazione che ingigantisce le disuguaglianze?».

La sua risposta è netta e propende per questa seconda ipotesi, anche se a mio avviso qui l'autrice, pur nella rilevanza delle sue argomentazioni, non sottolinea abbastanza il ruolo che la finanza ha per le piccolissime o medie imprese, che attraverso l'accesso al credito possono finanziare la loro crescita. È così vero che, nei paesi in via di sviluppo, per esempio, la finanza svolga un ruolo più estrattivo che produttivo?

Il secondo dardo viene scagliato contro l'industria farmaceutica e qui l'arma è ancora più appuntita. Il prezzo dei medicinali riflette il valore, in termini di benefici, che essi apportano all'individuo e alla società? Qui anche la parte empirica è più forte e, su tutti, valga un giro sul sito drugabacus.org, in cui è possibile verificare personalmente se il prezzo di mercato di un farmaco (ci sono tutti quelli che curano gravi malattie e sono molto costosi) riflette il miglioramento dell'aspettativa di vita, gli effetti collaterali, il potenziale innovativo, etc. I dati mostrano con molta chiarezza che non è così e che, il più delle volte, anche in questo settore si assiste a un'inflazione del prezzo rispetto al valore oggettivo sotteso. Ci dev'essere, dunque, altro, e la Mazzucato lo identifica nel confondere produzione di valore con estrazione di valore che alimenta rendite e ingiustizie.

L'ultimo strale la Mazzucato lo lancia contro i giganti della Silicon Valley e qui mi si consenta un plauso anche solo per il coraggio di andare contro la retorica (che include me) in base alla quale Google o i grandi della tecnologia sono i buoni che migliorano il mondo con prodotti straordinari mentre i governi, con tutte le loro barriere burocratiche, sono soltanto un ostacolo sulla via della liberazione dell'individuo dalle maglie del potere di un'autorità pubblica.

Ma è davvero così? Anche qui si mostra con dati interessanti il ruolo sempre meno innovativo dei brevetti, che dovrebbero incentivare la ricerca mentre, negli ultimi anni, rappresentano piuttosto una barriera all'entrata eretta dai nuovi monopolisti (Amazon, ad esempio?) per frenare le attività di eventuali competitors. E si porta alla luce, dall'altro lato, il ruolo fondamentale e spesso bistrattato dell'intervento pubblico, necessario durante le prime fasi di finanziamento di un'innovazione disruptive: dice e dimostra, la Mazzuccato, che i primi vagiti di una grande innovazione tecnologica, che sono anche quelli a maggior rischio di fallimento, avvengono grazie ai finanziamenti pubblici della ricerca pura. Viva l'iPhone, insomma, ma il GPS senza lo Stato non sarebbe mai stato inventato.

Anche qui, forse, un limite dei capitoli conclusivi sta nel non dedicare più spazio proprio a questo aspetto del tutto trascurato in letteratura, vale a dire il ruolo fondamentale dell'intervento pubblico come motore dell'innovazione e produttore netto di valore.

In generale, comunque, il Valore di tutto è un saggio potente che ha il grande merito di stimolare la riflessione, quanto meno, rispetto alla narrazione consueta in economia. Non è un caso che venga citato all'inizio il Platone de La Repubblica: i creatori di favole governano il mondo e tutto sta a capire quali debbano essere gli strumenti più efficaci di educazione dei leader degli stati ideali, i Guardiani insomma. Partire dalla domanda su che cosa produca valore, al di là della risposta che si decide di dare, è comunque fondamentale per riportare al centro del dibattito un tema di assoluta vitalità.

 

 

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