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Quando la tecnologia non basta

Society 3.0

L’innovazione è al centro del dibattito del G7 a Torino. Ma davvero non ne possiamo più fare a meno? Changes ne ha parlato con Massimiano Bucchi riflettendo su come per innovare si debba prima capire quale società vogliamo costruire.

​​​​​​​​​«Oggi la tecnologia per certi versi ha occupato lo spazio che un tempo spettava alla politica. E noi chiediamo a questo ambito soluzioni ai problemi odierni, mentre non sono le risposte, ma le domande che noi poniamo a dare un senso al nostro mondo». Massimiano Bucchi, docente di Scienza, Tecnologia e Società presso l'Università di Trento in Per un pugno di Idee - Storie di innovazioni che hanno cambiato la nostra vita (Bompiani), Bucchi affossa alcuni luoghi comuni circa l'innovazione, cominciando con il chiarire che è cosa distinta dallo sviluppo tecnologico, cui affidiamo una missione salvifica. 

«La tecnologia è uno degli elementi costitutivi dell'innovazione, ma non sempre quello determinante», ha spiegato Bucchi che Changes ha incontrato al Festival della Letteratura di Mantova che ha il sostegno e la collaborazione di numerosi sponsor tra cui il G​ruppo Unipol. «Riprova ne è il fatto che ci sono state "innovazioni" fondamentali a bassissimo impatto tecnologico, come l'obbligo di disinfezione delle mani dei medici promosso da Ignac Semmelweis, che ridusse drasticamente le morti di parto, dovute al fatto che gli stessi medici avevano dissezionato cadaveri. Un'innovazione semplicissima che ha salvato milioni di vite, ma che all'epoca si scontrò contro una fortissima resistenza culturale da parte dei medici che non volevano cambiare le proprie abitudini e accettare di essere responsabili di tante morti».

A prescindere dunque dalla necessità di un rinnovamento tecnologico, secondo Bucchi l'innovazione, che davvero può essere un fattore determinante nella costruzione di un futuro migliore, si verifica solo quando entrano in campo due fattori: un modo inedito di guardare alle cose e un cambiamento nella società. «L'innovazione non è mera invenzione, ma è invenzione che si "fa carne"; è un nuovo modo di fare le cose che incontra un terreno culturale, sociale e giuridico fertile. Insomma, il "nuovo" deve arrivare nel momento in cui qualcosa sta effettivamente cambiando nella società: un'abitudine, un'aspettativa, un bisogno, una generazione. Non può esserci innovazione senza l'incontro di questi due mutamenti», ha detto Bucchi. Paradigmatico in questo senso è il caso del walkman, il dispositivo nato in Giappone nel 1979, ovvero in un momento in cui il mondo sembrava andare in direzione dell'alta fedeltà. «La novità non stava tanto nel supporto creato dalla Sony, quanto nella proposta di un oggetto che compensava la qualità inferiore del suono il fatto di venire incontro a tre aspettative che ancora oggi segnano il nostro rapporto con la musica e la tecnologia: la portabilità della musica, condividerne l'ascolto con altri (grazie alle due prese auricolari) e il multitasking (ovvero, il soggetto cammina e intanto ascolta la musica)», ha sottolineato Bucchi. «E se pensiamo alle realtà più disruptive di oggi, come Uber o Airbnb, la loro specificità non è tanto tecnologica quanto avere sviluppato una nuova intelligenza rispetto a cambiamenti nel modo di spostarsi e di viaggiare». 

​​La tecnologia non è un feticcio: non dobbiamo avere paura di dire che, a volte, è inutile​

Ma allora, come mai le realtà più all'avanguardia sono tutte nate nella Silicon Valley? Vuol dire che gli aggregatori di innovazione funzionano? «La crescita di quest'area è stata possibile per alcuni tratti specifici: un legame molto stretto tra aziende e università, un'idea del successo aziendale come predominante su ogni altro principio, compresi la tutela della privacy e il diritto d'autore, e una strenua difesa e sostegno dei privati da parte dello Stato. In Europa il contesto è diverso e soprattutto da noi mancano le condizioni che spingono i neolaureati a fare impresa», ha chiarito Bucchi. «Per favorirli, occorre facilitare l'accesso al credito, snellire la burocrazia e investire sull'università e sulla ricerca libera, non solo orientata allo sviluppo tecnologico». In effetti, sul lungo periodo la sperimentazione libera ha in genere un tasso di redditività maggiore di quella applicata: lo documenta un aneddoto attribuito al fisico Michael Faraday che, già all'inizio dell'800, illustrando a un ministro inglese i suoi esperimenti sui fenomeni elettromagnetici, ne argomentò così l'utilità: «Ora non so a cosa servono i miei esperimenti, ma certamente tra qualche anno qualche suo collega ci metterà sopra delle tasse». E così fu, quando l'elettricità arrivò in tutte le abitazioni.
Nonostante l'augurio che i giovani siano messi in grado di sviluppare la ricerca, però, Bucchi avverte: «La tecnologia non deve diventare un feticcio: a volte è inutile, come nel caso dell'Apple Watch. A volte è quasi impossibile migliorarla, come nel caso della trappola per topi, che pur essendo l'oggetto con più tentativi di brevetto ogni anno resta ancora quella codificata a fine Ottocento. Ogni innovazione, poi, da un lato crea e dall'altro distrugge, risolve alcuni problemi e ne fa emergere altri», ha detto Bucchi. Oggi l'innovazione spesso ci spiazza perché non riusciamo a dargli un senso, a pensarla in rapporto alla società che tramite essa vogliamo costruire.

Occorre sviluppare una cultura dell'innovazione, sia tra le nuove generazioni di imprenditori e potenziali innovatori che nella società nel suo complesso, liberandoci dall'illusione che il suo sviluppo sia neutrale. Serve una consapevolezza di come ogni tecnologia, tanto quella più visibile quanto quella più impalpabile come gli algoritmi, incarni una visione sociopolitica, un'idea del nostro presente, passato e futuro» ha detto Bucchi.

Quattro secoli fa, il filosofo Francesco Bacone aveva già intuito la natura non neutrale, ma ambivalente e sfidante, dell'innovazione, che "aggiusta sempre qualche cosa, ma ne danneggia qualche altra". E che la soluzione non è abbracciarla acriticamente e a prescindere dai suoi contenuti, né rifiutarla pregiudizialmente. «Un'ostinata conservazione dell'uso», scriveva Bacone, «è cosa tanto violenta quanto un'innovazione». Ma invitava anche a badare bene «che sia la riforma a produrre il mutamento, e non il desiderio di mutamento a esigere la riforma". In definitiva, a interrogarci sul senso dell'innovazione, rispetto alla tradizione; e, di conseguenza, a interrogarci su ciò che siamo stati, su ciò che siamo e ciò che vogliamo essere. Altrimenti, soprattutto nell'epoca dell'innovazione digitale, sarà sempre la tecnologia a farci scivolare in tasca o in casa le risposte prima ancora di aver potuto fare le domande. 

Il rischio è che tutti noi, come il futurologo Ray Kurzwell, un giorno potremmo avere difficoltà a ricordare quando è che abbiamo votato per autorizzare Internet. E rimpiangere di non aver mai espresso la nostra opinione.

 

 

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