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 Globalizzazione e identità perdute

Society 3.0

 Perché uscire dalla contaminazione mondiale comporterebbe costi sociali ed economici insostenibili per buona parte delle economie avanzate. Changes ne ha parlato con Colin Crouch.

​Fortezze nazionali, barriere tariffarie, limitazioni all'immigrazione. La risposta alla globalizzazione? Più protezione. C'è un filo rosso che lega l'ascesa degli euroscettici nel Vecchio Continente e la decisione di Google di sospendere i rapporti commerciali con Huawei. Se la globalizzazione pare aver creato vincitori e vinti, la politica si fa loro portavoce. Da un lato attaccando il processo di unificazione europea e dall'altro imponendo dazi commerciali, che suggeriscono a colossi privati di mandare in frantumi accordi milionari. «Ma se non ci fosse stata alcuna globalizzazione, la maggior parte del mondo sarebbe oggi di gran lunga più povera. L'immigrazione illegale, con tutte le sue conseguenze di aumento della criminalità, sarebbe stata maggiore. E le relazioni tra gli Stati sarebbero state più ostili», scrive Colin Crouch in Identità perdute - Globalizzazione e nazionalismo (Laterza, Bari, 2019, pp. 144).

Il sociologo britannico, già professore emerito all'Università di Warwick, ne prende atto: mai come oggi la globalizzazione è preda di scossoni quali i nazionalismi e le diseguaglianze. Ma uscirne, per quanto possibile, comporterebbe costi sociali ed economici in una certa misura insostenibili per buona parte delle economie avanzate. Appare al contrario necessario premere sull'acceleratore ed abbracciare la sfida del secolo: estendere il raggio della democrazia a un livello superiore rispetto allo Stato-nazione. L'unica strada - è l'analisi di Crouch - per far sì che le contraddizioni della globalizzazione, principalmente economiche, non continuino a rivelarsi cause dei populismi mondiali.

Crouch pone l'accento ripetutamente su una delle minacce alla globalizzazione: le diseguaglianze risultano fondamentali per comprendere la natura violenta della reazione contro la globalizzazione, nelle sue ramificazioni economiche, culturali e politiche. Le diseguaglianze rappresentano una minaccia per la globalizzazione, ma allo stesso tempo un vero e proprio paradosso. La diseguaglianza è diminuita in tutto il mondo nel suo insieme, ma è aumentata nella maggior parte dei Paesi. Sebbene il reddito reale pro capite globale sia aumentato tra il 1988 e il 2012, i più poveri del mondo non hanno visto miglioramenti, secondo il coefficiente di disuguaglianza Gini. È la tesi di Joseph Stiglitz, già Premio Nobel per l'economia nel 2001, che rileva l'allargamento della forbice delle diseguaglianze a livello mondiale, sulla scorta di provvedimenti eminentemente politici, promossi principalmente dai governi di Ronald Reagan negli Stati Uniti.

Eppure se nel 1990 il 60% della popolazione cinese viveva in famiglie povere, nel 2016 tale livello era sceso all'1,9%. L'aspettativa di vita cinese alla nascita era di 69 anni nel 1990; nel 2016 si attestava a 76 – un anno in più rispetto all'aspettativa di vita degli Stati Uniti nel 1990. «Ciononostante, la Cina della Rivoluzione culturale comunista era molto povera ma relativamente egualitaria, con un coefficiente di Gini di circa 0,30, simile a quello dei paesi nordici e di alcuni paesi dell'Europa centrale. Con l'ingresso nell'economia globale, il tasso di disuguaglianza in Cina è cresciuto in modo esponenziale: nel 2015 il coefficiente di Gini era aumentato a 0,55, rispetto allo 0,42 degli Stati Uniti», scrive Crouch.

Ad allargare ulteriormente la forbice delle diseguaglianze su base mondiale, e a minare quindi la tenuta del processo di globalizzazione, è stato anche l'andamento dell'occupazione. Crouch riporta alcuni dati su cui riflettere, concentrandosi in particolare sul tasso di occupazione "reale". Tra gli anni Settanta e i primi anni di questo secolo c'è stato un notevole aumento di posti di lavoro temporanei, autonomi e a basso salario. Nel 2012 negli Stati membri dell'UE con l'aggiunta della Norvegia, i lavoratori senza occupazione, temporaneamente occupati o autonomi andavano dal 33% (Norvegia) al 71% (Grecia). Ancora nel 2012 la quota di popolazione di età compresa tra 20 e 64 anni che non lavorava con un contratto standard era superiore al 70% in Grecia, Italia e Spagna; superiore al 60% in Irlanda, Polonia e Portogallo; superiore al 50% in Belgio, Finlandia, Francia, Ungheria, Paesi Bassi, Romania e Slovenia. In nessun luogo era inferiore al 37%. Inoltre nel 2016 le quote di NEET - giovani che non lavorano né studiano - hanno superato il 20% dei giovani tra i 15 e i 29 anni in gran parte dell'Europa meridionale (Grecia, Italia e Spagna).

I nazionalismi, conseguenza diretta del processo migratorio in corso, rappresentano la seconda spina nel fianco della globalizzazione. In buona sostanza Colin Crouch riconduce il fenomeno ad un'equazione: globalizzazione = più immigrazione = meno globalizzazione. Il fenomeno delle ondate di rifugiati e richiedenti asilo che fuggono da guerre e povertà in Medio Oriente e Nord Africa ha diversi legami con la globalizzazione di oggi, ed è certamente responsabile di alcune delle opposizioni a essa. «La globalizzazione è responsabile di gran parte delle migrazioni che hanno avuto luogo negli ultimi anni, verificatesi grazie alle misure di libera circolazione, a piani di assunzione delle imprese, all'incoraggiamento all'immigrazione da parte dei governi per risolvere le carenze di manodopera e migliorare la crescita demografica. E ormai se non ci fosse disponibilità di lavoratori immigrati disponibili, i datori di lavoro sarebbero forse costretti ad aumentare i salari per assumere il personale locale, ma la domanda dei consumatori potrebbe essere insufficiente per sostenere un aumento dei salari», scrive Crouch.

Un esempio d'integrazione arriva invece dagli Stati Uniti, sul banco degli imputati per la promozione del modello di globalizzazione oggi visibilmente sotto scacco. Secondo l'autore, negli Stati Uniti le élites politiche ed economiche spesso rispondevano ai movimenti anti-immigrazione imponendo restrizioni sul volume di futuri arrivi, ma resistettero alle tentazioni di aumentare il loro consenso esacerbando le tensioni, perché avevano ancora in mente ciò che l'incitamento all'odio razziale aveva prodotto in Germania negli anni Trenta del Novecento. Con Donald Trump, però, lo stesso modello di globalizzazione e mercati aperti promosso storicamente dagli Stati Uniti ha subito una rivisitazione sostanziale, con l'introduzione di barriere commerciali e di veri e propri dazi sulle esportazioni negli USA della Cina.

Ma perché gli "ultimi" votano per un miliardario? Qui entra in gioco una definizione piuttosto originale del processo democratico, sottovalutata, secondo l'autore, dai sostenitori politici del cosiddetto "modello razionalista". «È assurdo e irrealistico credere nell'elettore "calcolatore", scrive Crouch. Nella stragrande maggioranza dei sistemi democratici il voto è un atto privato, che dimostra un'associazione con qualcosa che va oltre sé stessi, che deve offrire soddisfazione all'elettore su un piano che coinvolge i suoi sentimenti profondi. Sarebbe quindi una follia ignorare il ruolo vitale dell'espressione delle emozioni all'interno del processo democratico. Solo emozioni profonde possono spingere le persone ad assumere dei rischi politici e ad avventurarsi in imprese ambiziose, azioni e compiti intorno a cui la sinistra deve radunare le persone almeno quanto fa la destra», sostiene Crouch.

La conclusione del sociologo britannico è per certi versi sorprendente: finora i vincitori della globalizzazione sono state le persone più ricche del pianeta, con un aumento generale della diseguaglianza, in particolare tra chi è estremamente ricco e tutti gli altri. Eppure se invertissimo il processo di globalizzazione, il mondo diverrebbe più povero, il che porterebbe i suoi conflitti all'interno dei singoli paesi e intensificherebbe le tensioni tra loro. Effetti collaterali della domanda di "protezione".

 

 

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