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 Parliamo e-taliano

Society 3.0

 La fake news grammaticale della legittimazione di verbi intransitivi con un complemento oggetto ha riaperto il dibattito sulla lingua di Dante che muta con la tecnologia. Changes ne ha parlato con Vera Gheno.

​​​​Con il suo post da titolo "Siedi il bambino! No, fallo sedere!" l'accademico della Crusca Vittorio Coletti ha suscitato una ridda di polemiche. Nessuno si sarebbe mai azzardato a pensare, infatti che si legittimasse l'uso di un verbo intransitivo come "scendere" con un complemento oggetto. È in realtà non è stato così: al contrario, Coletti ne ha ammesso l'uso solo nel linguaggio parlato, in cui «questa costruzione ha una sua efficacia e sinteticità espressiva che può indurre a sorvolare sui suoi limiti grammaticali».

Ma questa deviazione dalla norma è solo una delle tante che l'italiano ha subito negli ultimi anni: mutazioni ancora più rilevanti per il fatto di comparire in quella peculiare variazione del linguaggio scritto che è la lingua dei social. Prendiamo, per esempio, il punto fermo: secondo Ben Crair, editorialista del periodico Usa The New Republic, qualora digitato alla fine di un sms o di un'email esprime aggressività, fastidio e distacco. Non solo: secondo uno studio pubblicato nel 2015 sulla rivista accademica Computers in Human Behaviour, un messaggio concluso da un punto viene percepito come falso più frequentemente di uno "aperto". Al contrario, il punto esclamativo, tradizionalmente usato per esprimere enfasi e stupore, si sta trasformando in qualcosa che serve per esprimere sincerità e calore. Mentre inserire un punto e virgola nelle e-mail e sui social network è ritenuto artefatto, poco spontaneo e fuori luogo: una forma di posa, insomma, al punto che il commediografo americano Sam Greenspan, nel suo manuale su come rimorchiare una donna, 11 Point Guide to Hooking Up, raccomanda di non usarlo perché è come «truccarsi prima di andare in palestra».

Sono solo alcune delle indicazioni del fatto che i social hanno inciso anche sull'italiano, trasformandolo in un e-taliano, come lo ha battezzato il linguista Giuseppe Antonelli: una neolingua in cui la punteggiatura diversa, i segni grafici, le emoticon, oltre a logiche di rapidità ed economia, rispondono all'esigenza di trasmettere la vitalità della lingua orale a quella scritta. «Una parte di queste caratteristiche nasce decenni fa per questioni tecniche, ossia per cercare di superare i limiti imposti dai mezzi. Per esempio, il fatto che la connessione fosse a tempo e a consumo, e quindi ogni singola lettera risparmiata poteva avere un senso» spiega Vera Gheno, sociolinguista che dal 2000 collabora con l'Accademia della Crusca e nel 2017 ha pubblicato Italiano e italiani dei social network (Cesati). «Ecco il motivo per cui censiamo da almeno vent'anni le tachigrafie (come cmq per comunque, nn per non), gli acronimi sia inglesi (ASAP per as soon as possible) sia italiani (MOF per "maschio o femmina?"), i troncamenti (aspe per aspetta), l'uso di lettere e numeri in sostituzione di parole o sillabe con la stessa pronuncia (come C6? per 'ci sei?')».
Molte altre mutazioni linguistiche, invece, riprendono semplicemente quelle del cosiddetto italiano neostandard, una forma espressiva che corrisponde al parlato quotidiano, e che rappresenta una semplificazione rispetto all'italiano studiato a scuola (permettendo alcune trasgressioni alla norma classica, come l'uso del presente al posto del futuro: "domani vado"). Infine, ci sono altri cambiamenti, come, per l'appunto, la riorganizzazione dell'uso delle interpunzioni, che sono legate alla rapidità della comunicazione. «Ecco allora che quando il punto a fine di una frase non è più obbligatorio (ora basta premere 'enter')» di conseguenza il suo inserimento assume un nuovo significato di perentorietà e di aggressività" chiarisce Gheno.

L'esigenza di una comunicazione più immediata ha messo in evidenza anche la progressiva scomparsa del registro formale in favore di un "tono unico" del discorso. «In pratica, si tende a parlare 'sempre uguale', sia che ci si stia rivolgendo all'ortolano sia al proprio professore» riassume Gheno. Che tuttavia sostiene come questa tendenza all'appiattimento probabilmente sia stata solo diffusa, non provocata, dai social. «Certamente oggi chat ed email hanno reso visibile un tipo di comunicazione che prima era difficile incontrare per iscritto: quello di chi in precedenza non aveva quasi mai accesso al dibattito pubblico, quello dei semicolti. Ma il problema di un 'monoregistro' linguistico è ben noto agli studiosi da decenni». A questo punto, però, in questo processo di generale appiattimento e semplificazione, viene da chiedersi se rispettare le regole grammaticali abbia ancora un senso. Non rischiamo, paradossalmente, di sembrare "fuori moda"? «Le regole - controbatte Gheno - hanno il senso di rendere più chiara ed efficace la nostra comunicazione. Per di più, ci sono molti errori che sono socialmente stigmatizzati, cioè fanno passare chi li commette per uno zoticone, un bifolco, un maleducato, un po' come presentarsi a un appuntamento galante con i denti non lavati o le unghie sporche».

Basta pensare alle reazioni per il tweet di Roberto Saviano con "qual è", scritto con l'apostrofo, o gli sbeffeggi a Briatore, che aveva rivolto a un amico un "bravo, ai buon gusto". Tuttavia, è anche vero che alcune norme possono cambiare nel tempo, e negli ultimi anni, anche a causa della rete, la loro solidità è scemata ancora più velocemente. «Perché la norma linguistica non è un'astrazione immutabile, bensì, stando alla definizione fornita da Claudio Giovanardi, un insieme di regole, che riguardano tutti i livelli della lingua, accettate da una comunità di parlanti e scriventi in un determinato periodo e contesto storico-culturale». Quindi, se va rispettata, non va comunque applicata in maniera automatica, andando in giro con il ditino alzato a dire 'si dice così, non cosà!'. Occorre essere elastici. E soprattutto, cercare di comunicare non tanto astrattamente 'bene', quanto al meglio delle proprie competenze e delle proprie possibilità». 

 

 

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