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 Il giornalismo al tempo dei dati

Society 3.0

 Tool tecnologici come Silk, Tableau Public, Raw, Import.io, Plotly, Captricity, Google Refine, Google Fusion, Python, Ruby, hanno cambiato il modo di fabbricare notizie. Ma l’Italia resta indietro.

​​​Dimenticate Wikipedia, l'edizione italiana dell'enciclopedia più famosa di internet, che in Italia è diventata maggiorenne proprio a gennaio 2019 e conta su un milione e mezzo di voci redatte da oltre 76 mila autori, che vengono lette da 240 mila persone ogni ora. Questa era l'alba della diffusione dei dati su Internet al servizio del giornalismo. Wikipedia ha contribuito a cambiare il mestiere del giornalista che, al tempo dei big data, è bombardato da fonti vecchie e nuove. I dati, tanti, hanno portato anche alla nascita di nuovi giornalismi come il cosiddetto data journalism che in Italia e in Europa è tema di convegni, di corsi e tante chiacchere. Ma il dato vero è che quasi nessuno lo pratica. Nella Penisola sostanzialmente non esistono testate giornalistiche importanti, su carta, tv, radio o web, che si siano dotate di team interni dediti al data mining, al data grabbing, all'analisi dei metadati o, più banalmente, almeno a usare con criterio Google analytics. E pure in Europa e nel mondo, fatte salve le consuete case history del Guardian o del New York Times che dirottano 20 giornalisti per sei mesi al fine di realizzare un servizio sull'inquinamento dei fiumi, c'è poca roba.

Anche Report, la testata di Rai 3 che per tempi, approccio alle inchieste e risorse disponibili, potrebbe essere la sede più indicata come incubatore di team di data journalism, non possiede squadre dedicate. Purtroppo il facile accesso a enormi quantità di dati, grazie alle tecnologie digitali, le reti sociali, il cloud, l'open source, è arrivato proprio nel momento più duro del giornalismo, nel quale gli editori hanno risorse scarse e sono più dediti ai tagli che allo sviluppo del business, con redazioni vecchie, senza competenze digitali specifiche, senza tempo a disposizione, e private di ogni qualsivoglia formazione.
Non si può neppure dire che si sia sviluppato un florido mercato esterno di agenzie in grado di fornire servizi di data journalism: pure su questo fronte, in Italia e in Europa, quasi nulla. È un vero peccato perché, in una fase di grossa sfiducia nei confronti dei giornalisti e delle notizie che veicolano, si sarebbe potuto spostare il confronto sui numeri, sui dati, alzando il livello del dibattito e magari contribuendo a recuperare un po' di credibilità verso la stampa.

Detto questo, comunque, il data journalism non è in generale più oggettivo del giornalismo classico. Poiché, come l'esperienza ci insegna, i numeri e le ricerche possono sempre essere lette e maneggiate in base a specifici interessi. «Posso dire che ogni giornalista, anche di inchiesta, usa fonti e dati secondo i propri obiettivi e sensibilità», ha commentato Sigfrido Ranucci, caporedattore, conduttore e anima del programma televisivo Report (Rai Tre), «e nessuna osservazione, per quanto tesa alla correttezza, è del tutto oggettiva. Ma il semplice fatto di mettere a disposizione del pubblico le fonti dei dati ai quali si è attinto dà modo a spettatori e lettori di verificare e farsi una propria idea».

Il data journalism è un giornalismo che chiede di rispettare tutti i vecchi crismi (ipotesi, ricerca e verifica, attenzione e fatica), ma si avvantaggia di software, spesso scritti ad hoc, per mettere in relazione le masse di dati rese disponibili dalla digitalizzazione, ma spesso prive di senso se non le si affronta con strumenti abbastanza potenti. Tuttavia tool come Silk, Tableau Public, Raw, Import.io, Plotly, Captricity, Google Refine, Google Fusion, Python, Ruby, e così via, restano sostanzialmente arabo per il 99,9% della categoria.

Il primo sito di data journalism in Italia è Truenumbers, fondato da Marco Cobianchi, ex giornalista di Panorama e Avvenire. Ed è lui stesso il primo a smontare ogni mito creato attorno al giornalismo "data driven": «Nelle redazioni, in effetti, c'è molta fame di numeri. Noi usiamo solo i dati di fonti ufficiali, tipo Istat, Eurostat, le banche centrali. Perciò siamo molto affidabili, ma non siamo da "scoop"». Si può vivere di data journalism? «In generale, direi di no», ha risposto Cobianchi con schiettezza, «perché ci sono quei due-tre casi che tutti citano, tipo il New York Times o il Guardian, ma nel 99% delle redazioni in Europa nessuno fa data journalism, non c'è il mercato e non ci sono le competenze. Su Truenumbers abbiamo 22-23 mila utenti unici al giorno, e ovviamente con questo non viviamo. I nostri ricavi arrivano al 50% dai servizi alle imprese e al 50% dalle case editrici, che non hanno mai dei team interni dedicati al data journalism. Formatlab, la società che controlla Truenumbers, tuttavia, non ha mai chiuso in perdita. E a fine 2018 siamo vicini al milione di euro di ricavi. Ma in giro non vedo nulla come Truenumbers, abbiamo competenze giornalistiche, sappiamo trovare i numeri, sappiamo raccontare storie. Siamo sei dipendenti e due collaboratori. E tra i nostri clienti editoriali abbiamo, tra gli altri, Il Giornale, Italiaonline, Pop Economy, La Verità.  Ma, ripeto, credo che sul mercato non ci sia molto spazio».

Cosa che conferma anche Pier Luca Santoro, project manager di DataMediaHub e consulente di marketing e comunicazione: «Noi di DataMediaHub eravamo partiti con ambizioni di data journalism. Poi, però, visto il mercato, abbiamo lasciato perdere. Perché si è parlato molto di data journalism, ma alla fine è rimasto un corpo estraneo alle redazioni. Solo pochissimi editori, per non dire nessuno, hanno fatto investimenti e se lo sono portati dentro di sé. Il resto ha esternalizzato questa attività, ma da esterni si resta slegati dal contesto editoriale. E alla fin fine il data journalism si riduce a un "facciamo delle belle tabelle". C'è poi un problema di cultura generale», ha aggiunto Santoro, «ovvero che gli editori, i direttori, e, a cascata, i giornalisti non conoscono i big data né gli strumenti che potrebbero usare. Ed è un vero peccato, perché il data journalism, col tempo e col lavoro, potrebbe restituire la credibilità ai giornalisti».

Neppure Report, come già anticipato, ha una struttura dedicata al data journalism: «È vero, non abbiamo un team di data journalism. Nella nostra redazione», ha sottolineato Sigfrido Ranucci, «si lavora essenzialmente in funzione del prodotto televisivo, che, nelle ultime stagioni, stiamo affiancando in alcuni casi con prodotti web in cui forniamo dati rielaborati da nostri redattori esperti del mondo digitale». Report, tuttavia, da sempre lavora sulla base dei dati. Su ogni singolo tema la redazione parte da rapporti degli organismi ufficiali, nazionali e internazionali, confrontandoli anche con i dati di fonti indipendenti. «Questo, spesso, è lo step da cui partiamo: i numeri sono alla base del nostro lavoro. E quando non troviamo sufficienti informazioni su specifici argomenti, commissioniamo studi e ricerche a istituti di indiscusso valore scientifico, che pubblichiamo sul nostro sito e rilanciamo sui social» ha aggiunto Ranucci. «Ogni nostro servizio, dal più semplice alla grande inchiesta, è basato su documentazione ineccepibile, sia scientifica che giuridica, e finora abbiamo sempre affrontato in modo vincente querele e diffide, che pure arrivano numerose».
Di recente, grazie anche alla partecipazione a diversi progetti internazionali, Report sta approntando un database su uno specifico settore scientifico, che metterà a disposizione del pubblico dati sensibili e di grande rilevanza sociale. «Si tratta di informazioni provenienti tutte da fonti aperte, rielaborate da team specializzati per estrarre gli elementi necessari. Sarà una novità assoluta nel panorama informativo mondiale: per la prima volta, infatti, un'inchiesta internazionale non prende l'avvio da un "leak", da un informatore coperto, ma da un lavoro di elaborazione originale di giornalisti» ha detto Ranucci. L'evoluzione, nell'evoluzione dei big data al servizio dell'informazione. 

 

 

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