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 La sostenibilità motore dell'attivismo studentesco

Society 3.0

 Si prepara una generazione di adulti che penseranno e si comporteranno da consum-attori (vedi consumo critico, responsabile, sostenibile), da risparmi-attori (vedi finanza sostenibile, responsabile, etica) ma anche da lavor-attori.

​​​​Che i giovani e in particolare gli studenti siano i principali portatori di istanze di cambiamento e rottura col passato si può facilmente comprendere. È sempre stato così e probabilmente sempre lo sarà. La cosa che sembra essere cambiata ultimamente, però, è che al centro di questo attivismo giovanile i temi di sostenibilità, prima di tutto ambientali ma non solo, trovano spazio crescente e spesso ne diventano il vero motore.

La cosa non è di poco conto perché stiamo parlando di coloro che si avviano a rappresentare la prossima, e probabilmente più agguerrita che mai, generazione di adulti che penseranno e si comporteranno da consum-attori (vedi consumo critico, responsabile, sostenibile), da risparmi-attori (vedi finanza sostenibile, responsabile, etica) ma anche da lavor-attori. Nel senso che si tratta di persone che si aspetteranno e anzi pretenderanno che il loro lavoro, al di là della dimensione economica, contribuisca a generare un impatto positivo sulla collettività. Il che può significare tantissime cose anche molto diverse fra loro ma soprattutto una: non vogliono essere coinvolti in attività dannose, in primo luogo per l'ambiente. Anzi, le combattono. Facendo di tutto affinché la loro voce al riguardo, spesso e colpevolmente neanche udita, sia ora tenuta nella dovuta considerazione.

«Siamo profondamente preoccupati per il nostro futuro», «Non accetteremo più questa ingiustizia», «Abbiamo il diritto di vivere i nostri sogni e le nostre speranze»: queste frasi dal tono ultimativo sono fra quelle utilizzate in una lettera aperta scritta dai giovani e giovanissimi che in tutto il mondo hanno coordinato le iniziative collegate al "climate strike" avviato da Greta Thunberg, l'adolescente svedese divenuta in pochi mesi il simbolo della protesta giovanile contro l'azione gravemente insufficiente della comunità internazionale nel contrasto ai cambiamenti climatici. Greta Thunberg è stata candidata al Premio Nobel per la Pace e lo scorso 15 marzo il climate strike è diventato per la prima volta globale. Il che la dice lunga sul malessere, la paura, spesso la rabbia con cui i giovani guardano a un mondo incapace di unirsi anche quando ci sono da fronteggiare emergenze epocali come quella del climate change. Un mondo, per tornare alla sostenibilità, nei fatti altamente insostenibile, che lascia presagire un futuro ancora più fosco.

Ad attivarsi e a dire no a un modello di sviluppo non sostenibile, e a chi tuttora in vario modo invece lo sostiene nonostante le evidenze scientifiche siano non più discutibili, sono stati anche nei mesi scorsi in Francia e in modo clamoroso gli studenti, ancora una volta. In questo caso si è trattato di 18mila studenti universitari, che hanno firmato il "Manifesto studentesco per un risveglio ecologico". Il tono delle frasi di questo testo è simile, anche se non identico, a quello di cui sopra. Vi si legge ad esempio: «Siamo frustrati dal fatto che le azioni proposte siano fondamentalmente insufficienti di fronte alle sfide future», «il sistema di cui facciamo parte punta a posizioni che sono spesso incompatibili con il frutto delle nostre riflessioni e ci bloccano nelle contraddizioni quotidiane», «le aziende devono accettare di porre la logica ecologica al centro della loro organizzazione e delle loro attività». Il messaggio centrale è che si chiede un cambiamento profondo. E tutti coloro, aziende evidentemente comprese, che non dimostrano di essere impegnati nel senso del cambiamento richiesto, devono aspettarsi di non avere i giovani dalla loro parte. Di non averli quindi come consumatori, investitori e prima ancora come lavoratori, magari particolarmente talentuosi, nel prossimo futuro: «Come cittadini, come consumatori, come lavoratori - si legge ancora nel Manifesto - affermiamo quindi la nostra determinazione a cambiare un sistema economico in cui non crediamo più».

Particolarmente interessante, e indicativo della profondità di riflessione sottesa a queste iniziative e prese di posizione, è il fatto che il risveglio ecologico di cui parla il Manifesto metta nel mirino anche capisaldi economici del modello attuale di sviluppo. Ad esempio il Pil, il Prodotto interno lordo, criticato perché l'assolutizzazione della sua crescita come principale se non unico obiettivo da raggiungere è considerata uno dei motivi alla base della deriva che ha portato l'umanità alle soglie ormai del disastro climatico, come ha ricordato di recente lo stesso Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Si legge nel Manifesto: «L'attuale funzionamento delle nostre società moderne, basato sulla crescita del Pil senza una reale considerazione delle carenze di questo indicatore, è principalmente responsabile dei problemi ambientali e delle conseguenti crisi sociali».

La richiesta, come dire, di un'altra economia possibile e nello specifico di un insegnamento dell'economia che vada anche al di là di tutto ciò che è mainstream e che è dunque responsabile per la sua parte dell'insostenibilità dell'attuale modello di sviluppo, è al centro di un'ulteriore iniziativa che ha già qualche anno alle spalle e vede fra i promotori di nuovo giovani studenti, supportati da docenti e comuni cittadini. Si chiama Rethinking Economics, ripensare l'economia, ed è attiva anche in Italia. Riassumendolo con efficacia nel motto "Il mondo è cambiato, le università no", Rethinking Economics chiede in sostanza di rimettere profondamente in discussione il modo in cui l'economia è prima insegnata e poi raccontata, spesso con una terminologia inaccessibile ai più. Di dare spazio ad approcci diversi dal "pensiero unico" mainstream in campo economico. Di stimolare senso critico e dibattito nell'opinione pubblica intorno a quelli che sono sempre stati spacciati come dogmi economici e che invece tali non sono affatto.

Meno radicale nei toni, ma pur sempre inserito nel solco del cambiamento orientato a una maggiore sostenibilità, è il network dei CSRnatives, la rete degli studenti universitari italiani appassionati di sostenibilità. In quattro anni di vita ne ha aggregati a centinaia da tutt'Italia, con alcuni che sono riusciti poi a inserirsi nel mondo del lavoro in accordo alla loro passione e hanno quindi iniziato a "contaminare" le aziende dal di dentro, cercando di alzare l'asticella della sostenibilità. Le idee, le domande, le aspettative dei "nativi della CSR" si possono conoscere ad esempio attraverso la serie di e-book che hanno realizzato, interfacciandosi con le imprese, i media, l'accademia.

Come dare risposte concrete, specie all'interno del mondo del lavoro e dell'impresa che li attende, a questa voglia dei giovani studenti di impegnarsi in un'attività che risponda alla loro esigenza di contribuire a realizzare un impatto positivo sulla società? C'è chi al riguardo ha iniziato a parlare di una sorta di "compenso emozionale". Potrebbe essere un'espressione utile per provare a elaborare delle risposte, sebbene il termine "compenso" possa sembrare fuori luogo di fronte a istanze che alla fine sono esistenziali. Ma la vera questione è che il sistema attuale, delle imprese, dell'accademia, anche delle logiche che orientano le scelte dei decisori politici, non pare attrezzato strutturalmente per riuscire a dare uno sfogo e una prospettiva all'onda che lo sta contestando. Forse saranno proprio i giovani, lavorando al cambiamento del sistema dalle sue fondamenta, a creare le condizioni per costruire le risposte alle loro stesse domande.

 

 

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