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Do you speak chatbot?

Society 3.0

I robot sono in grado di parlare tra loro una lingua nuova e sconosciuta all’uomo. E’ successo a Facebook e tornano le paure dei film di fantascienza. Ecco perché non può accadere.

​​​​​I robot sono in grado di elaborare un linguaggio tutto loro che l'uomo non capisce. E come nel più classico film di fantascienza torna la paura che robot siano pronti a dominare il Pianeta. La domanda è ritornata d'attualità in seguito alla notizia che nei laboratori di Facebook due chatbot, ovvero software progettati per simulare una conversazione intelligente con un essere umano, ribattezzati Alice e Bob, avrebbero comunicato elaborando un linguaggio tutto loro e tagliando fuori dalla comunicazione chi li aveva programmati.

Bob: «I can can I I everything else».

Alice: «Balls have zero to me to me to me to me to me to me to me to».

Secondo i media, sarebbe questo il tipo di dialogo intercorso tra i due sistemi. I ricercatori avrebbero programmato Alice e Bob per accordarsi in autonomia su come dividersi un cappello, due libri e tre palloni, senza imporre loro l'inglese per condurre la trattativa. E così, a un certo punto, la conversazione tra i due avrebbe iniziato a seguire regole originali, in un modo incomprensibile per gli umani, ma chiarissimo per i chatbot. Pertanto, constatata l'impossibilità di comprendere Alice e Bob, i programmatori li avrebbero dovuti "spegnere " per poi riaccenderli dopo avere impostato l'inglese come unica lingua di comunicazione.

Il resoconto di quanto accaduto a Facebook evoca fantasie distopiche di computer che prendono il controllo e si ribellano ai loro creatori, da 2001 Odissea nello spazio a Matrix. «Ma la realtà non solo è molto meno spaventosa, ma probabilmente anche meno rispondente a logiche di marketing», ha commentato a Changes Unipol Paolo Gallina, docente di meccanica applicata alle macchine presso l'università di Trieste e autore di L'anima delle macchine (Edizioni Dedalo), saggio vincitore del Premio Galileo 2016. «Infatti, non è la prima volta che due sistemi si parlano indipendentemente dalle prescrizioni dei programmatori, anzi, avviene da tempo e con effetti più dannosi, dato che riguarda sistemi connessi». Un esempio in questo sesono, secondo Gallina, è il caso capitato una decina di anni fa quando due algo trader, ovvero algoritmi usati per ottimizzare gli investimenti finanziari, si scambiarono comunicazioni relative a una certa azione facendone salire il valore a dismisura.

Da allora la cosa si è ripetuta varie volte, come il 6 giugno 2009, quando, in una normale seduta di Borsa, il colosso della telefonia At&T fu presa di mira da alcuni algo trader con oltre 10 mila indicazioni d'acquisto e vide il prezzo di acquisto per azione balzare in 6 secondi da 30,5 a 130,4 dollari. «Ma se sul mercato le conseguenze sono state necessariamente pesanti, nei laboratori di Facebook i due chatbot erano isolati», ha detto Gallina. «Ecco perché ritengo propagandistico l'annuncio che i ricercatori abbiano dovuto staccare la spina dei due software; non ce n'era bisogno, perché non potevano "contagiare" altre macchine. Insomma, la notizia mi pare pilotata per veicolare sulla società di Zuckerberg l'immagine di un severo controllore che evita pericoli all'uomo», ha aggiunto Gallina.

La probabilità che i computer un giorno diventino così intelligenti da governare la nostra specie, dunque è limitata, ma non impossibile. «Certo, l'evoluzione tecnologica va controllata perché ogni avanzamento può avere tanto effetti positivi quanto negativi», ha detto Gallina. I chatbot già oggi sono usati nel servizio clienti di banche e assicurazioni, in modo da darci informazioni senza tenerci al telefono per ore: il chatbot riconosce alcune parole o frasi in ingresso, come "conto corrente" e corrispondentemente prevede l'uscita di risposte prepreparate allo scopo di far progredire una conversazione in modo apparentemente significativo. «Per questa ragione si crea l'illusione che il programma abbia compreso la nostra domanda», ha aggiunto Gallina. «D'altra parte, però, proprio questa abilità alimenta un'idea cui siamo predisposti: credere queste macchine "uniche", ovvero dotate di una personalità, e finire per esserne affascinati come avviene nel film Her di Spike Jonze» ha detto Gallina secondo il quale è questo il vero pericolo legato alle macchine.

Contrariamente agli scenari delineati da Isaac Asimov in Io robot, difficilmente vedremo robot umanoidi capaci di fare tutto quello che facciamo noi e, magari, anche più intelligenti di noi. «Siamo perfettamente in grado di farne degli "agenti sociali": macchine con cui l'uomo può interagire per ricavarne emozioni e sentimenti» ha ipotizzato Gallina. «In un mondo in cui sono sempre di più le persone sole, anziane o che incontrano difficoltà a stabilire relazioni affettive con altre persone, i robot potrebbero essere una risposta ai nostri bisogni. Con il rischio, però, di diventarne dipendenti psicologicamente».

Già oggi esistono esempi di robot creati per suscitare affetto, a scopo terapeutico) nei bambini, come Paro, o per assistere gli anziani, come Telenoid. E le generazioni più giovani, quelle dei nativi digitali, sono ancora più a rischio perché, spiega Adam Alter, docente di Marketing alla New York University, nel suo saggio Irresistibile: The rise of addictive technology and the business of keeping us hooked secondo molti studi, un cervello abituato alle amicizie virtuali non può mai davvero adattarsi al mondo reale. Alla fine, il pericolo di affezionarsi è insito nella mostra natura. A riprova della sua tesi Gallina cita forse il caso più noto di una macchina che "soddisfa" gli uomini: quello di Eliza, un chatbot creato nel 1966 per "parodiare" addirittura uno psicanalista. Le sue affermazioni erano ottenute semplicemente riformulando quelle del paziente stesso: per esempio alla frase «Mia madre mi odia» poteva seguire «Perché ti odia?». A «Mi sento giù», la domanda «Da quando ti senti così?». Eppure, e nonostante che riguardasse temi complessi e delicati, l'interazione uomo-macchina ebbe un successo enorme: al punto che, quando il programma fu chiuso, moltissimi pazienti se ne rattristarono. Si erano trovati così bene da non volere abbandonarlo. Capiterà anche a noi ogni volta che manderemo in pensione il vecchio modello di smarthphone?

 

 

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