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 Anziani, primo welfare d’Italia

Society 3.0

 Mantenere attivi gli over 65 è la priorità dell’Unione europea. Politiche sociali e iniziative come il cohousing e l’educazione intergenerazionale sono una buona risposta. Per migliorare la salute.

​Mantenere gli anziani attivi il più possibile promuovendo politiche ad hoc è uno degli obiettivi che l’Unione Europea sta perseguendo con maggior determinazione per affrontare l’aumento dell’età media della popolazione e contribuire a raggiungere benefici in termini di salute a tutti i livelli. Tanto che nel 2012 ha lanciato l’Active ageing index calcolato sulla base di una serie di indicatori (impiegabilità dei senior, partecipazione alla vita sociale, autosufficienza etc.). Indice dove l’Italia si piazza in 14° posizione con un rank complessivo di 34 punti, decisamente lontano dai 44,9 della Svezia che occupa invece il primo posto. 


Ciò significa che nel nostro Paese a livello di amministrazione centrale non si è ancora portata avanti una politica convincente in questa direzione. Eppure dovrebbe essere un’urgenza visto che il 21,4% della popolazione made in Italy ha più di 65 anni, rispetto a una media UE del 18,5%. In futuro le cose non miglioreranno se è vero, come dicono le previsioni Istat, che nel 2050 nel nostro Paese ci saranno il 34,3% della popolazione e in tutto il mondo si prevedono 2,4 miliardi di ultrasessantenni (21%): per la prima volta nella storia dell’umanità gli over 60 saranno di più dei ragazzi sotto i 16 anni. 
Mantenere gli anziani in salute è una priorità, non solo per allontanare il periodo della non autosufficienza e contenere le spese del già zoppicante sistema di welfare pubblico, ma anche per motivarli durante il periodo pensionistico che, a causa dell’allungamento della vita, ora dura in media 20-25 anni.



Un arco di tempo che va riempito di contenuti perché gli anziani, se attivano relazioni personali e sociali, possono essere una risorsa preziosa per la famiglia e per la società. Lo conferma anche una ricerca condotta negli Usa dall’Università di Yale in base alla quale, per esempio, i senior che vivono in contesti di cohousing rimangono autosufficienti in media 10 anni in più rispetto a quelli che vivono da soli, stimolati a rimanere autonomi e in buona forma fisica per continuare a essere parte attiva della comunità. Non a caso al di là dell’Oceano le amministrazioni dei diversi stati si sono già mosse per trasformare gli anziani in risorsa. Un esempio arriva da Cleveland, Ohio, dove la casa di riposo Judson Manor ha deciso di dare alloggio gratuito ad alcuni studenti dell’Istituto di musica della città. Nessun affitto da pagare per i più giovani in cambio di performance musicali per gli anziani abitanti della comunità. Un programma innovativo che ha trasformato una casa di riposo in una grande famiglia capace di stimolare junior e senior.

La chance dell’educazione intergenerazionale


Un esperimento di educazione intergenerazionale ben riuscito così come quello fatto nella scuola materna di Providence Mount St. Vincent, aperta nel 2011 a Seattle all’interno di una casa di riposo. Anziani e bambini qui sono inseriti in attività programmate comuni: musica, danza, arte, lettura. In alcuni momenti della giornata, anziani e piccoli interagiscono spontaneamente e liberamente come succede in un normale rapporto tra nonni e nipoti. Strutture simili esistono anche in Francia, Giappone, Canada e Italia.  A Piacenza, per esempio, l’Unicoop, cooperativa sociale che da 30 anni opera sul territorio erogando servizi sociali ed educativi, dal 2009 sta gestendo un centro intergenerazionale dove convivono una casa di riposo, un centro diurno per anziani e il Nido del Facsal. Anche qui anziani e bambini, seguiti da un’equipe integrata di operatori socio-sanitari ed educatori, si incontrano e realizzano laboratori di cucina creativa, di natura, di lettura, condividono pranzi e merende. Dal loro dialogo nascono percorsi di crescita per tutti. «Crediamo molto in questa iniziativa e siamo decisamente soddisfatti dei risultati fin qui raggiunti», spiega Elena Giagosti, responsabile del progetto. «Da una parte gli anziani ritrovano una motivazione alle loro giornate e quando sono insieme ai piccoli si sentono protagonisti di un pezzo del loro percorso di formazione. Dall’altra i piccoli imparano a conoscere e interagire con persone diverse da quelle del loro nucleo famigliare. Un’occasione di crescita importante per loro. E poi quando si incontrano c’è molta vitalità e voglia di stare insieme», conclude Giagosti.

A Milano, invece, Auser Lombardia ha da poco varato un progetto per la creazione di una rete di "nonni sociali" a disposizione della comunità e a sostegno di genitori in difficoltà o di famiglie disagiate. E, sempre all’ombra della Madonnina, l’Associazione MeglioMilano nel 2004, ha invece dato il via all’iniziativa ‘Prendi in casa uno studente che dall'avvio del progetto ha concluso ​circa 600 convivenze. «Avere una presenza in casa è uno stimolo psicologico notevole per l’anziano e per il giovane che sa di poter contare su qualcuno in caso di bisogno», spiega Monica Bergamasco, responsabile del progetto. Un’iniziativa destinata a proseguire nel tempo visto che quest’anno l’Associazione ha ricevuto un finanziamento dalla Fondazione Cariplo con l’obiettivo di implementare e consolidare ulteriormente il piano sul territorio cittadino.

 

 

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