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La disintermediazione come economia

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Produzione, trasformazione, distribuzione, informazione e gestione sono le parole che descrivono i più diffusi processi economici. Ma ce n’è una ancora più lunga. Ha 18 lettere, fa impazzire il T9, ma accorcia tutte la altre.

​​La disintermediazione è nata per accorciare i processi economici, gestionali, informativi. Ed oggi la troviamo in tutte le salse. Perché? E quanti possono essere i modelli d'azienda da disintermediare in maniera utile? Le prime volte che è comparsa nei report aziendali descriveva il fenomeno con cui i correntisti americani cominciavano ad abbandonare il conto in banca per investire in fondi e titoli, da soli, senza appunto l'intermediazione della banca.

I risparmi dei correntisti sono arrivati con il boom economico e l'industria. E poi è spuntata la globalizzazione, con le sue catene di produzione lunghissime, che hanno imposto alle aziende di rendere efficienti i loro processi produttivi, di assemblaggio e distribuzione. La disintermediazione è così diventata un modo per accorciare questi passaggi, conservare maggior valore tra uno scambio e l'altro, e generare maggior profitto. Ed è una versione che funziona anche oggi.

Poi dall'America sono arrivate due cose. La crisi finanziaria e le tecnologie. Una ha creato squilibri di ricchezza – chi ha poco e chi troppo – e l'altra ha messo nelle mani di tutti – consumatori, produttori, trasformatori e distributori – modalità sempre più semplici per fare le cose. Ed ecco la disintermediazione moderna, quella che ti fa saltare i grossisti ed arrivare i prodotti direttamente a casa. Risultato? Efficienza, velocità, maggior profitto per chi vende e minor costo per chi compra. Siamo nel mondo di Cortilia, di Amazon ed anche eBay.

La disintermediazione è un tentativo di accorciare un processo attraverso l'eliminazione di uno o più passaggi intermedi o intermediari, con l'obiettivo di renderlo più efficiente. Dove funziona? Dove gli intermediari sono inefficienti, le catene sono lunghe, i passaggi sono farraginosi, gli anelli della catena sono inutili, costosi o addirittura d'ostacolo per gli operatori economici. Ed è praticabile nelle attività di tutti i giorni, dalla coda in posta, alla prenotazione di una visita o di una macchina via app. L'Uber-ization, che prende il nome da un'azienda, come il fordismo dalla Ford, è una sua versione più evoluta, che contiene tutti gli ingredienti più comuni dell'economia digitale: app, algoritmi, dati, piattaforme software, smartphone.

Start Up e Self Economy sono la nuova frontiera

Tutte queste facce della tecnologica, ed il web in particolare, ci consentono di saltare la fila così radicalmente da eliminare anche tutti i passaggi, e fare da soli. In quella che si può chiamare Self-Economy è così possibile postare il proprio video on line senza l'intermediazione della tv, pubblicare il proprio libro senza quella dell'editore, proporre la propria attività al mercato, magari su Linkedin, senza l'intermediazione delle strutture produttive, industriali, e senza neppure l'organizzazione aziendale. Le start up, e la loro veloce diffusione, cosa sono se non dei moderni Davide che disintermediano, e sfidano, sul mercato, i grandi Golia che per anni hanno dominato l'economia?

Questi piccoli e nuovi modelli d'azienda promettono di scardinare i mercati vecchi, e qualche volta ci riescono, governati da strutture calcificate. Le stravolgono per poi sostituirle e diventare nuovi intermediari, in un'evoluzione ciclica, quasi ispirata alla distruzione creatrice dell'economista Joseph Alois Schumpeter.

Da queste nuove ispirazioni generate dalla tecnologia e dalla crisi, sono nati modelli d'azienda altrettanto nuovi, e i più diffusi sono quattro. Li classifica così la Commissione Europea, mentre è impegnata a comprenderli, cercando il modo di tassarli:

  • il retail on line, in cui piattaforme web connettono venditori e acquirenti guadagnando con una fee di transazione (Amazon, Zalando, Alibaba);
  • i social media, dove i proprietari del network guadagnano con la pubblicità, consegnando messaggi di marketing agli utenti ospitati (Facebook, Xing);
  • i modelli ad abbonamento, in cui le piattaforme ricevono una fee di sottoscrizione per dare accesso ai propri servizi agli utenti (Netflix, Spotify);
  • le piattaforme collaborative, dove domanda ed offerta sono messe in contatto dalla piattaforma, e prezzo e mercato sono formati dagli utenti con sistemi di valutazione della reputazione e della qualità del servizio (Airbnb, Blablacar).

Fanno lavori diversi. Qualcuno dis-intermedia le strutture distributive, altri gli alberghi, o i media tradizionali, le televisioni e così via. Ma tutti portano risultati positivi e negativi insieme per operatori e consumatori, che rappresentano le sfide dell'economia di domani.
Portano efficienza perché: fanno risparmiare tempo, denaro, spazio; sollevano e portano sul mercato una domanda inevasa ed un'offerta latente di prodotti, servizi, tempo e lavoro messi a disposizione da aziende e persone.
Allo stesso tempo creano problemi perché spesso i primi operatori che arrivano, da disintermediari diventano nuovi intermediari addirittura monopolisti; le risorse messe sul mercato spesso perdono valore, rischiando la commoditization; si accaparrano quantità di dati enormi. Ad oggi uno degli asset con il valore maggiore. Il segnale complessivo è però vincente: è una partita che possono giocare tutti, perché la tecnologia ha rotto ogni barriera d'accesso.

 

 

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