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Sharing economy alla prova del fisco

Sharing

L’economia condivisa è un settore in rapida evoluzione – si veda Uber o AirBnB - e cresce quindi l’esigenza di una sua regolamentazione. Proprio in questi giorni si discute di una web tax Ue mentre anche in Italia qualcosa si muove.

​Proprio mentre l’Europa si interroga sulla web tax – il 29 settembre al vertice dei capi di Stato e di governo ospitato a Tallin si discuterà dell’ipotesi di calcolare un’imposta non sui profitti ma sul giro d’affari dei giganti del web – il nodo della fiscalità nella sharing economy, che vive di app, smart phone e connessioni web, continua a essere considerato un tema caldo, anzi bollente. Lo dimostra il ricorso presentato al Tar qualche giorno fa da AirBnB contro la tassa sugli affitti brevi. E lo diventerà ancora di più se si pensa che tra il 2012 ed il 2016 Amazon, Google, e Facebook hanno aumentato i propri ricavi 300 volte più velocemente delle aziende del Fortune 500, ovvero le imprese quotate alla borsa americana campionesse di incassi secondo l’omonima rivista. Andrea Manzitti, professore di Diritto tributario alla Bocconi di Milano, ammette che stiamo parlando di «un comparto dell'economia che presenta elementi di novità, non ancora regolamentato in modo compiuto». D’altro canto è anche vero che esistono casi in cui gli strumenti legislativi e fiscali spesso sono già a disposizione e alla fine rimane ben poco da inventare di sana pianta. Fondamentale, semmai, sarà trovare un corretto coordinamento a livello europeo, e non solo, che porti a scelte condivise visto che i giganti della sharing economy sono soggetti sovrannazionali per i quali i confini non hanno alcun senso.

Professore secondo lei, vista la particolarità del fenomeno, serve una fiscalità speciale?

«Innanzitutto esistono forme assai diverse di ciò che finisce sotto il nome di “economia della condivisione”; si va da vere e proprie “comproprietà di contiguità”, più o meno spontanee, a nuovi modelli di business che viaggiano su sofisticate applicazioni digitali. Ciò detto, non sono sicuro che servano norme speciali per il fisco. In particolare, non c’è spazio per una tassa speciale sull’economia della condivisione. Le imposte si concentrano dove è generata la ricchezza. Questo è quello che chiamiamo “capacità contributiva” ed è uno dei nostri principi costituzionali. Basta andare a vedere chi guadagna (in particolare, chi gestisce professionalmente l’economia di condivisione o chi ne beneficia) e tassarlo come si tassano tutti gli altri. Il privato consumatore che risparmia dal partecipare a queste forme di economia condivisa realizza invece una utilità non tassabile, come chi acquista un “3 per 2” al supermercato».

Ci farebbe qualche esempio specifico?

«Prenda AirBnB. È un servizio in diretta concorrenza con l’industria alberghiera. In quest’ultima ci sono due attori: il proprietario/gestore dell’albergo e il consumatore. In AirBnB ce ne sono tre: il privato che affitta l’appartamento o la stanza, il consumatore e il marketplace (AirBnB) che li mette in contatto. In entrambi i casi il consumatore paga per un servizio. Nel primo prende tutto l’albergatore, nel secondo una parte del prezzo finisce nelle tasche di AirBnB. Ma non è molto diverso dal caso di chi paga una vacanza all’agenzia di viaggi. Per applicare la giusta imposizione è - almeno in teoria - sufficiente seguire i denari e tassare chi li ha ricevuti. Di fatto non esiste una nuova tassa sugli affitti brevi. La legge italiana già prevede, da decenni, che chiunque affitti casa propria, per un breve periodo o per uno più lungo, che sia un privato o un imprenditore, deve pagare le imposte sul reddito che ne ritrae. La novità sta nel fatto di aver imposto al marketplace di aiutare il fisco a “seguire il denaro”, applicando una ritenuta del 21% su quanto versato da AirBnB ai proprietari di casa e a fornire al fisco i loro nomi. Se il pagamento avviene direttamente dal consumatore al proprietario, non c’è obbligo di fare alcuna trattenuta. Ma l’albergatore (che è imprenditore) che paga le imposte è più facilmente controllabile dal fisco. Dunque, la nuova legge serve solo per applicare le imposte (che già esistono) in modo corretto e a prevenire l’evasione. Si noti che il nuovo obbligo vale non solo per AirBnB o altre piattaforme digitali, ma anche per qualsiasi intermediario professionale, come l’agenzia immobiliare che si occupa di affittare case al mare “a settimane”. Dunque non è una nuova tassa».

Non si è inventato nulla di nuovo in questo caso, ma a livello europeo come ci si sta muovendo?

«Di certo registriamo un grande interesse. Il 15 giugno scorso il Parlamento europeo ha sottolineato l’urgenza di fissare delle linee guida sulla sharing economy, per affrontare le zone grigie delle diverse normative nazionali che ne frenano la crescita. Con la risoluzione (non legislativa) il Parlamento chiede alla Ue di sostenere l'economia collaborativa garantendo la concorrenza leale, oltre al rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi fiscali.
L’Estonia, presidente di turno del Consiglio Europeo, ha richiesto al Comitato economico e sociale un contributo per la ricerca di soluzioni eque, anche tra quelle già messe in atto dagli Stati membri, per la tassazione dell'economia della condivisione. Il 13 settembre si è tenuta a Tallin una audizione pubblica sul tema, organizzata proprio dal Ces. Molti singoli Stati extra europei stanno esaminando la questione (ad esempio, la Norvegia, Gli Stati Uniti, l’Australia). Si vedranno presto significativi sviluppi».

Tassare questo settore, secondo alcuni, rischia in primo luogo di rallentare una crescita che sta apportando benefici economici evidenti. D’altro canto in molti richiedono una regolamentazione, anche e soprattutto fiscale, per evitare casi di concorrenza sleale.

«L’economia della condivisione permette a un numero sempre maggiore di privati di ottenere entrate supplementari, talvolta saltuarie ed occasionali, talvolta stabili e consistenti. Non vedo ragioni convincenti perché queste entrate non debbano essere assoggettate all’imposizione ordinaria, ovviamente accordando la deduzione dei costi di produzione del reddito. In Italia non sarebbe neppure necessario cambiare le norme sostanziali: quelle attuali sono sufficienti. Esiste piuttosto un problema di controllo. È anti-economico per l’amministrazione finanziaria inseguire centinaia di migliaia di nuovi contribuenti che non denunciano in modo completo le proprie entrate, spesso modeste. Il costo del controllo sarebbe superiore ai risultati ottenibili, in termini di gettito recuperato. Questo è il motivo per il quale si pensa di introdurre obblighi di sostituzione tributaria, mediante l’applicazione di ritenute, in capo al soggetto - di regola, il proprietario del marketplace, cioè AirBnB, Uber, etc. - che è l’unico vero “imprenditore” e che è attrezzato per assorbire l’onere di fare il gabelliere per conto dello Stato. Questi soggetti tentano di sottrarsi a tali adempimenti, non solo - e non tanto - per evitare costi e responsabilità, ma anche perché indirettamente beneficiano della possibilità di vendere servizi a minor costo, perché non gravati da costi fiscali per i privati che li offrono. Da qui si capisce (spero bene) che il tema dell’imposizione ha effetti immediati e diretti sulla concorrenza. Un albergatore tradizionale deve caricare al cliente l’IVA al 10%, pagare le imposte sul proprio reddito e trattenere imposte e contributi sui dipendenti. Se si trova a dover competere con una moltitudine di affittacamere privati gestiti da AirBnB che non applicano l’IVA sugli “affitti brevi”, si dimenticano di dichiarare il reddito e non prelevano imposte e contributi sui collaboratori domestici, beh, prima o poi l’albergatore uscirà dal mercato con le ossa rotte. E questo è un problema di concorrenza. Non si tratta di tarpare le ali al nuovo che avanza, ma solo di ristabilire corrette condizioni concorrenziali. Parificare l’onere fiscale è solo uno dei passi in questa direzione».

Sembra che molte società della sharing economy, da Apple a Facebook, da Uber a AirBnb, siano in rotta di collisione con i sistemi legali, soprattutto perché accusate di aggirare le norme sulla concorrenza e i vincoli fiscali. Quale può essere l’evoluzione auspicata?

«I singoli ordinamenti nazionali soffrono le crescenti difficoltà di gestire, autonomamente e in modo efficace, fenomeni in rapido movimento che eccedono i confini nazionali, quali l’enorme crescita di pochi colossi mondiali della cosiddetta new economy o i nuovi modelli di economia condivisa, organizzati comunque da un numero assai ridotto di imprese. In larghi strati della società esiste un diffuso (ri)sentimento verso questi nuovi monopolisti, ritenuti colpevoli (talvolta a ragione) di schiacciare i concorrenti e di sottrarsi al pagamento delle giuste imposte. Garantire la concorrenza e far pagare le giuste imposte sono tematiche complesse, in cui si intrecciano considerazioni tecniche, vincoli giuridici e territoriali e approcci ideologici. Io penso che una risposta adeguata all’esigenza (che per me esiste senz’altro) di nuove regole possa essere fornita solo se i singoli Stati nazionali saranno capaci di scelte legislative coordinate, contestuali e condivise. La recente vicenda delle nuove regole fiscali internazionali in tema di Base Erosion and Profit Shifting (Beps) elaborate dall’OCSE su mandato del G20 segna la strada più promettente. L’Unione Europea dovrebbe essere capace di dare risposte adeguate e tempestive. Tutto questo si scontra, purtroppo, con la tendenza attuale verso la disgregazione delle alleanze strutturate sovranazionale (Brexit, ad esempio) che rendono questo processo ancor più arduo. Ciò nonostante, ritengo che risposte individuali (ad esempio, valide solo per l’Italia) potranno soddisfare l’appetito insaziabile verso nuove regole tipico dei nostri legislatori ma non serviranno ad affrontare i problemi in modo efficace». 

Per la natura stessa di questo business, in rapida e continua evoluzione, i codici e le norme sono destinati a rimanere sempre un passo indietro rispetto alla realtà?

«Le leggi inseguono sempre i fenomeni; ogni nuova legge innesca nuovi fenomeni, che richiedono nuove leggi, che innescano nuovi fenomeni. Non succede solo per l’economia digitale o per quella della condivisione.  È sempre stato così».

 

 

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