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 Sharing: cosa accade se l’utente è sotto esame

Sharing

 A Washington la conferenza globale sulla privacy riapre il dibattito sul tema che ha nuovi confini con la sharing economy. Ne parliamo con Carmen Leccardi, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all’università Bicocca di Milano.

​​​​​​​​«Per molto tempo, la fiducia ha trovato il suo fondamento nella comunità. Negli ultimi 100 anni è stata trasferita ai brand, equiparati a una garanzia. E oggi il cerchio si è chiuso, con il ritorno alla comunità digitale». Questa affermazione di Arun Sundararajan, economista della New York University tra i massimi esperti della sharing economy definisce bene quella che secondo lo studioso americano è una nuova architettura sociale in cui il consumatore è tanto fruitore quanto produttore di beni e servizi. 

In teoria, questa inedita forma di libero mercato ha il vantaggio di correggere l'asimmetria informativa che finora ha separato chi eroga un servizio da chi lo riceve, rendendo inattingibili all'utente informazioni essenziali come, per esempio, la perizia alla guida di un autista di taxi. «Nell'economia della condivisione», spiega il professor Chrysanthos Dellarocas professore di management alla Boston University ed esperto in temi digitali, «le recensioni dei precedenti passaggeri indirizzano la nostra fiducia verso alcuni soggetti a scapito di altri. Così l'asimmetria informativa diventa simmetria». Il meccanismo della peer review, la "recensione tra pari" è alla base anche di Airbnb, il sito di case in affitto che pare aver rimpiazzato, e in meglio, il precedente Craigslist, sul quale non c'è mai stata traccia delle transazioni e mancava un sistema di recensione dell'ospitalità da parte degli utenti.

Ma chi controlla recensori? In assenza di una regolamentazione specifica sul livello di servizio fornito dai privati, questa forma di controllo mediante feedback, nelle intenzioni degli apologeti delle new economy, dovrebbe mettere fuori mercato sia i truffatori sia gli incapaci. Le recensioni non perdonano: come dicono negli Usa: customer is king, il cliente è il re. Eppure questo automatismo della buona reputazione ha un lato oscuro. Perché oggi gli utenti di un servizio valutano ciò che ottengono, ma sono a loro volta valutati. Il precursore della categoria è stato Ebay, che già dagli anni '80 ha introdotti strumenti di valutazione tanto dei venditori quanto degli acquirenti.

Uber ha criteri di "classificazione" dei suoi passeggeri stilati dai suoi autisti. The fork colora di tinte specifiche i clienti che prenotano un ristorante e non si presentano; il sito per trovare donne delle pulizie Handy ha un doppio sistema di valutazione della prestazione, da parte del cliente e del personale, ed esiste perfino una App, It Was called Lulu, che consente alle utenti di recensire gli uomini che hanno avuto come ex fidanzati. «Questi meccanismi di valutazione reciproca rafforzano la tendenza dei colossi del digitale a costruire sistemi di sorveglianza globale», ha detto Carmen Leccardi, docente di sociologia dei processi culturali e comunicativi all'università Bicocca di Milano. «Perché è vero che la Rete offre ambiti di libertà e di espressione di sé, perfino laddove vige un regime dittatoriale, ma ritenere che il web sia una risposta ai bisogni della gente è grande ingenuità. A maggior ragione quando, come avviene oggi, manca la trasparenza sul tipo di informazioni raccolte di su noi».

In effetti, per siti come Yelp che esplicitamente avvisano i recensori dei ristoranti che possono essere a loro volta valutati, altri sono meno limpidi. Su Lyft, un sito di autisti a chiamata, gli utenti leggono un vago accenno al fatto di poter essere rifiutati in caso di "giudizio a poche stelle". Uber non menziona affatto la possibilità, ma perfino il presidente della compagnia, Travis Kalanick, di recente ripreso mentre insultava uno dei suoi autisti, sostiene di essere passato da 5 a 4 stelle senza intuirne il motivo. E così avviene che, senza averne il minimo sentore, i passeggeri non apprezzati dagli autisti Uber o gli ospiti non graditi dagli host su Airbnb improvvisamente abbiano difficoltà a trovare libera un'auto o una stanza. «In questo sistema di sorveglianza diffusa siamo tutti controllati e tutti controllori», ha sottolineato Leccardi. «Il che finisce per produrre non una nuova libertà, ma l'uguaglianza nella schiavitù. Quando valutiamo gli altri, non elargiamo giudizi, ma soprattutto informazioni, e ci facciamo complici di un meccanismo di controllo sempre più capillare».

Il web visto in questo modo assomiglia sempre di più a un novello Panopticon, il carcere ideale progettato nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham. «Occorre renderserne conto e stabilire forma di resistenza già ora perché l'autonomia che ci viene tolta non è uno dei limiti delle nuove tecnologie, ma è una caratteristica loro connaturata», ha aggiunto Leccardo. «Fatichiamo ad accorgercene perché la Rete ci induce a cedere a gratificazioni immediate, come i like, ci spinge a una costante "presentificazione" in cui il tempo è come un eterno presente, senza che mai ci si preoccupi del futuro».



E allora: cosa accadrebbe, per esempio, se la fusione tra colossi del web finisse per accorpare i miei dati, costruendo un profilo delle mie abitudini e gusti al di là di ogni limite della privacy? E se una cattiva valutazione su come mi sono comportato oggi da acquirente su Ebay, magari solo frutto di un equivoco, domani mi penalizzasse nella richiesta di un mutuo? Un report di McKinsey sul futuro dei servizi finanziari, già oggi dice che il settore finanziario è più sensibile di altri alle possibilità offerte dalle nuove tecnologia e ai Big Data. Già oggi Big Data Scoring, società con sede in Estonia, grazie ai social network aiuta le finanziarie a valutare i loro clienti in Cile, Indonesia, Polonia, Paesi dove cioè non esistono, per le concessioni di credito, dati pregressi valutabili. Secondo un'analisi del Financial Times, le aziende di credit scoring negli Stati Uniti e in Cina stanno già sperimentando la misurazione dell'affidabilità del cliente monitorando i profili dei social media. In che modo? Per esempio contano quante volte viene usato il verbo "waste", sprecare, nello status di Facebook perché può aiutare a prevedere se saranno in grado rimborsare i loro debiti nel tempo. In Cina sono andati addirittura oltre: conta anche di chi sei "amico" soprattutto se a concedere il prestito o il mutuo è una società peer to peer, ovvero che si basa sul credito diretto tra privati.

Non c'è nessuno che abbia più memoria del web

ZestFinance, fondata da un ex manager di Google, si vanta di avere tra i suoi criteri discriminanti perfino gli errori di ortografia e la punteggiatura. In Germania sta crescendo Kreditech, società che non solo guarda le informazioni presenti sui social network, ma dei potenziali clienti studia anche gli acquisti fatti online, i metodi di pagamento, il numero di cambi di domicilio ed elabora infine un sistema di valutazione che combina fino a 10 mila dati diversi rispetto alla dozzina solitamente vagliata dai tradizionali istituti di credito. «Il problema è che ciò che è scritto sul web, come le lamentele di qualche fornitore o ex dipendente, resta online per sempre», ha constatato Leccardi. «E qualche scivolone può condizionare per sempre l'erogazione del credito tanto a cittadini quanto a piccoli e medi imprenditori».

L'allarmismo pare giustificato perché simili società stanno cercando di sbarcare anche da noi: solo nel dicembre 2016 il Garante della privacy ha bocciato il sistema messo a punto da Mevaluate Holding, con sede in Italia e UK, che prevedeva di fornire rating reputazionali sul conto di persone fisiche e giuridiche. «Il sistema in esame», si legge nel provvedimento dell'Authority, «realizzato peraltro in assenza di una idonea base normativa, presuppone una raccolta massiva, anche online, di informazioni suscettibili di incidere significativamente sulla rappresentazione economica e sociale di un'ampia platea di individui (clienti, candidati, imprenditori, liberi professionisti, cittadini)».

Proprio per ovviare al vuoto legislativo del settore, secondo Leccardi, occorre pensare subito a norme che impediscano future diminuzioni dei nostri diritti e della nostra libertà di cittadini. Perché, per quanto la sharing economy proclami di farci superare l'asimmetria informativa tra prestatori di servizi e utenti, in realtà avviene il contrario: la relazione è sempre più asimmetrica e sbilanciata, in favore di chi detiene i nostri dati online.

L'urgenza è comprensibile: oltre alle società di credit rating, è imminente l'arrivo in Italia del servizio Pay di Apple, per pagare via smartphone. E Facebook in Irlanda è già stata autorizzato a operare come una banca: ovvio dunque che già in un futuro prossimo i due colossi del web verranno in possesso di una grande quantità di dati privati, dalle attività quotidiane ai risparmi. Già nel 2015, Michael Fertik, coautore di The reputation economy, prevedeva come «Rischiamo di muoverci verso un'economia della disinformazione, invece verso un'economia dell'informazione». Se oggi la fiducia nella comunità digitale si rivela malriposta, insomma, il problema non è la comunità: è il digitale.​

 

 

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