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 Africa: condividere è la nuova economia

Sharing

 Dall’Uber delle mucche fino alle fattorie diffuse, nel continente nero si moltiplicano le start up che creano lavoro grazie alla sharing economy. E il settore vale 20 miliardi di euro e occupa 10 milioni di persone.

Limo Taboi, blogger keniota, dice che la sharing economy è nel Dna degli africani. «Noi abbiamo sempre avuto un secondo lavoro: affittiamo la stanza degli ospiti o condividiamo le nostre macchine come taxi, facendo affari qua e là. La novità è che aziende come Uber e Airbnb hanno formalizzato la cosa». Non seguirà la velocità dei flussi demografici - e la cosa sta creando non poche disuguaglianze - ma l’Africa dall’inizio del nuovo millennio sta crescendo a ritmi molto interessanti.

Banca mondiale e Fondo monetario hanno calcolato soltanto nel 2017 una crescita del 3,2%, con alcuni Paesi come l’Etiopia, lo Zambia e il Mozambico che hanno performance degne della Cina. E in quest’ottica - soprattutto sul versante dell’autoimprenditorialità - molto sta facendo la sharing economy.

La Commissione europea ha calcolato una capitalizzazione media del settore intorno ai 20 miliardi di euro e stimato che la sharing economy dà lavoro direttamente o indirettamente a circa 10 milioni di persone. Certo, siamo agli albori, ma è un fenomeno che riguarda la base come la cima della piramide di questo tipo di economia: Uber e AirBnb aiutano le popolazioni locali a bypassare le alte tariffe imposte dai tour operator nel turismo, mentre tanti studenti che tornano nei loro Paesi d’origine dopo aver studiato in Europa e negli Usa, implementano start up di successo. Anche sfruttando i sistemi di crownfounding per trovare i fondi per l’avviamento.

A Londra un gruppo di studenti del King's College ha pensato al proprio Paese e ha creato Moovr, che l’Economist ha definito "l’Uber delle mucche". Vogliono mettere in collegamento i conducenti di camion con gli allevatori delle aree più remote che intendono portare i loro bovini sui mercati delle principali città. E che con i mezzi canonici ci mettono anche una settimana per fare questi spostamenti.

Grande successo sta poi avendo Flare, che punta a una migliore gestione delle poche autoambulanze esistenti in città come Nairobi, dove non c’è né una rete né un centralino unico, ma troppi ospedali da servire. A Lagos, in Nigeria, è nata LifeBank, che vuole facilitare le consegne di sangue, mettendo in rete tassisti e nosocomi, nonostante manchi nella capitale una banca del sangue centralizzata. Sempre in Nigeria è stata lanciata una piattaforma per condividere i trattori.

È il caso di Little Cabs, nata in Kenya all’interno della Tlc Safaricom, che permette la condivisione di macchine private e che in pochi mesi, con 2.500 driver e 90mila iscrizioni, fa concorrenza a Uber. Anche perché ha portato le commissioni al 15 per cento contro il 25 imposto dal colosso del settore. «I nostri abitanti - ha spiegato Maureen Chege, responsabile del marketing e delle vendite - erano abituate a prendere i minibus perché i taxi non erano convenienti. Ma quando piove il prezzo sale. Con Cabs forniamo loro un servizio migliore e a un prezzo migliore».

In Uganda - Paese dove il 30% degli adulti secondo Global Entrepreneurship Monitor si è messo in proprio - sharing si fonde con impresa sociale: come KadAfrica, fattoria diffusa, che insegna alle ragazze come coltivare il frutto della passione nelle ore dopo la scuola oppure Tugende, piattaforma di microcredito, che permette agli ugandesi di comprare una motocicletta e trasformarsi in driver. Una start up che in pochi mesi ha creato 400 posti di lavoro.

In Sudafrica è invece nato un servizio di pulizia on-demand, Sweep South, che permette a molte donne di arrotondare, senza dover abbandonare e allontanarsi dalla cura delle proprie famiglie. Il Rwanda si è dotato, con SafeMotos, di un servizio on-demand per i moto-taxi. I driver che si iscrivono al servizio, devono scaricare sui loro telefonini un App che controlla la loro condotta di guida e il rispetto dei limiti di velocità.

Fanno numeri interessanti anche le principali piattaforme nel settore. Adam Grunewald, Ceo e uno dei padri di Lynk, che mette in contatto utenti e professionisti, racconta: «La richiesta è forte che si tratti di un idraulico, un pittore o un Dj. Il concetto di economia della condivisione è arrivato dagli Stati Uniti e dall'Europa, dove la maggior parte delle persone lavora sotto forma di rapporti stabilizzati, ma sta cercando una maggiore flessibilità. In Africa, non essendoci abbastanza lavoro, le persone devono guardare al lavoro autonomo. E queste piattaforme possono aiutarle».  Nicola D’Elia, direttore generale per il Medio Oriente e l’Africa, ha sottolineato che nell’ultimo anno sono decuplicate le iscrizioni al servizio. «Qui c’è un enorme potenziale, non fosse altro perché l’Africa ospita oltre un miliardo di persone, quindi è molto importante per noi esserci». E condividere.

 

 

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