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 Machine learning: chi sa davvero cos’è?

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 Si parla tanto di intelligenza artificiale e il rischio è quello che le parole entrino nel linguaggio quotidiano, senza che, alla fine, si capisca bene ciò di cui si sta parlando.

AI e machine learning, di fatto, sono due concetti piuttosto semplici ed è bene definirli subito:

  • L'Intelligenza Artificiale consiste nell'addestrare una macchina a svolgere un'attività tipicamente umana
  • Il machine learning è il modo, invece, di realizzare un'applicazione che utilizzi l'intelligenza artificiale

Fate un piccolo esperimento: ovunque voi siate, sulla scrivania come su un vagone della metro, guardate gli oggetti attorno a voi e rispondete alla domanda: "Questo oggetto fa uso di Intelligenza Artificiale?". Vi accorgerete piuttosto semplicemente che, se è difficile definire esattamente che cosa sia l'intelligenza artificiale, è piuttosto semplice, invece, realizzare quello che non è.

Che è già un punto di partenza.

Per parlare potabile, inoltre, di machine learning, proviamo a fare un esempio terra terra: ce l'avete un animale?

Il mio gatto, Platone (nome scelto coerentemente all'obiettivo di trasmettergli una conoscenza profonda dell'universo), ha un istinto innato ad uscire dal portone di casa ed è stata un'impresa addestrarlo prima a farsi mettere il collare per poi procedere senza, a fare le scale con fiducia, a fermarsi prima di ogni rampa. E a tornare indietro per rientrare in casa.

Questa semplice attività può essere scomposta in una serie di istruzioni che Platone ha sperimentato giorno dopo giorno, commettendo un sacco di errori e imparando a non ripeterli. Dal punto di vista dell'istruttore, tutto sta a fornire il giusto input, il corretto dato di partenza con cui poi, che si tratti di un computer o di un animale, esso possa procedere in autonomia. Il machine learning non è poi troppo diverso.

Ma quali sono le possibilità e i rischi di un'intelligenza artificiale che diventa un elemento quotidiano del nostro vivere?

Premessa doverosa: chi scrive vede con favore la ricerca sull'intelligenza artificiale, così come i vantaggi che possono derivare da una sua applicazione massiccia da parte di industrie, aziende, persone che decideranno di servirsene per migliorare la propria esistenza e rendere più semplici le proprie decisioni.

Lo spauracchio della disoccupazione tecnologica, ovvero il disastro sociale in virtù del quale i robot ruberebbero il lavoro agli esseri umani e ci porranno in una condizione di subalternità nei confronti delle macchine, è uno scenario che non mostra, dati alla mano, segnali concreti di potersi realizzare. Il che è un bene, senza contare l'evidenza passata, che mostra come gli uomini siano sempre stati in grado di reagire di fronte alle grande innovazioni (rivoluzione industriale, elettrica, informatica di prima generazione) generando sempre più lavori di quelli che vengono distrutti.

Questo non può essere un mantra pollyannesco, perché la speranza che non accada un evento non è sufficiente a far sì che poi non si verifichi per davvero. Tuttavia, è giusto partire con i piedi per terra e dal punto di partenza. Che, allo stato attuale, vede ancora l'intelligenza artificiale in fase più che embrionale e gli scenari apocalittici e distopici, come già detto, decisamente improbabili.

Fatta la premessa, tuttavia, è bene però definire il campo dell'intelligenza artificiale servendoci soprattutto del sostantivo, vale a dire intelligenza. Tornando all'esperimento di prima, è piuttosto semplice riconoscere qualcosa di artificiale, mentre è più difficile intendersi su che cosa sia intelligente, anche e soprattutto quando si tratta dell'azione di un essere umano. L'AI è tema di una complessità vastissima che è bene non accogliere con lo sguardo di Black Mirror, ma neppure con l'entusiasmo di chi, fideisticamente, vede nell'innovazione tecnologica necessariamente un cielo senza nuvole.

Per aiutarci a fare tutto ciò in modo rigoroso e argomentato c'è un libro poderoso, non recentissimo (2014) all'interno di un dibattito che scade come gli yogurt, ma ancora attuale, scritto da un filosofo di Oxford, Nick Bostrom. È un bel saggio di 500 pagine, ma potete gustarvi la pillola in questo TED, dedicato appunto al titolo del libro: Superintelligenza.

Perché ci serve parlare delle idee di Bostrom e perché non farebbe male studiarsele?

Perché il tema dell'intelligenza artificiale e del possibile sviluppo di una super-intelligenza ha delle implicazioni che, potenzialmente, sono davvero dirompenti e, sicuramente, uniche nella storia dell'umanità.

E perché il modo migliore di accogliere l'intelligenza artificiale nella vita di tutti i giorni è quello di segnare dei paletti con cui definire un territorio di massima sicurezza e una mappa che contenga gli elementi essenziali.

Il libro è ricco di spunti, ma ne possono bastare quattro a stimolare la riflessione, finger food che stimoli l'appetito del lettore curioso:

  1. Innanzitutto una super-intelligenza non è necessariamente come ce la possiamo immaginare cinematograficamente (anche se film come Transcendence o 2001 Odissea nello Spazio sono molto meno fantascientifici di quanto si possa pensare). Cioè, non è che un'esplosione di intelligenza per forza debba tradursi in un Hal 9000, computer senziente che prende il potere sviluppando un singleton (ci torniamo più in basso, per ora spaventatevi) malefico che avrà ragione della specie umana. L'esplosione di intelligenza può avvenire anche come effetto della connessione totale tra menti o per via biologica. Per molti sembrerà banale, ma la questione merita un piccolo approfondimento. La super-intelligenza può nascere in virtù, per esempio, di sempre maggiori persone connesse alla rete, attraverso oggetti smart e devices perennamente collegati tra loro, in una specie di Avatar in cui il tutto diventa più della somma delle sue parti. La massa di dati che andiamo accumulando e producendo costituisce di per sé un possibile antipasto di una forma di intelligenza collettiva dalle potenzialità ancora sconosciute. Per via biologica, poi, la creazione di un'intelligenza artificiale può avvenire attraverso il potenziamento e la selezione anche genetica di tratti migliorativi delle abilità cognitive, di modo tale che, un domani, sempre più persone con un QI alto possano popolare il pianeta Terra. Non è cosa di poco conto: la singolarità si può raggiungere in parecchi modi diversi
  2. Pensare all'intelligenza artificiale significa abbandonare ancora più radicalmente un modo di pensare lineare e, soprattutto, l'antropomorfizzazione spinta di una super-intelligenza. Questo, banalmente, si traduce in un'immagine molto efficace citata da Bostrom: c'è molta meno distanza tra lo scemo del villaggio ed Albert Einstein che tra un cervello umano e quello di un topo. Il tutto per dire che lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, soprattutto nel caso di una super-intelligenza, può davvero lasciarci spiazzati, se non la incorniciamo nel giusto framework teorico.
  3. Proprio per la natura dirompente di una super-intelligenza, chiunque sarà in grado di svilupparla per primo potrà acquisire un vantaggio competitivo incolmabile nei confronti di chi insegue. Il che conduce ad alcune domande essenziali: CHI sarà ad acquisire questo vantaggio (un governo democratico, una dittatura, una mega azienda)? Quale sarà l'obiettivo finale di questo innovatore: avrà cura di tutta l'umanità o solo dei propri interessi? Quanto saremo in grado di accorgerci che un singleton (ovvero, un'entità in grado di prendere il potere a livello globale) sta per emergere dalla corsa allo sviluppo dell'AI?
  4. Per paradossale che possa sembrare, il modo migliore di guardare con speranza allo sviluppo dell'intelligenza artificiale è partire da un'opzione di default molto chiara e netta: se non si farà nulla, l'esito per l'umanità sarà catastrofico. In mancanza delle opportune riflessioni e decisioni annesse, dunque, l'umanità è a rischio estinzione. Questa è l'assunzione e lo scenario di partenza più indicato per pensare a tutte le possibili implicazioni e correzioni di una deviazione dal sentiero ottimale.

 

Su con la vita, comunque: si tratta davvero di una visione positiva!

Questi sono solo alcuni spunti, ma possono servire per riflettere su un tema di grandissimo impatto con la giusta dose di raziocinio e, per strano che possa apparire dopo le ultime trombe dell'Apocalisse, con ottimismo. Lo stesso di Stephen Hawking o Elon Musk (sì, ci avvaliamo del principio di autorità e non ce ne vergogniamo), persone di specchiata genialità che hanno espresso più di un dubbio critico sulla retorica del 'sarà tutto rosa e fiori'.

Si sente spesso dire che "non temo l'intelligenza artificiale, ma la stupidità umana". Verissimo, ma non c'è niente di più stupido, umanamente, che affrontare questo tema con la leggerezza di chi crede di avere di fronte il classico problema umano. Non è così e sarà bene accorgersene presto.​

 

 

Se il robot crea lavoro<img alt="" src="/technology/PublishingImages/robot%20uomo%20lavoro.jpg" style="BORDER:0px solid;" />http://changes.unipol.it/technology/Pagine/robot-uomo-lavoro.aspxSe il robot crea lavoroLe macchine non distruggono occupazione, storicamente la tecnologia si sarebbe rivelata una formidabile generatrice di posti di lavoro. Ecco come.GP0|#0cc31cd1-1f25-4af6-853d-a6e3166be9ab;L0|#00cc31cd1-1f25-4af6-853d-a6e3166be9ab|Technology;GTSet|#e62eaae4-ff72-4b5a-a2d7-8fca6c2e6a45Nicola Di Turi2018-12-05T23:00:00Zhttp://changes.unipol.it
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