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 Gig economy come ha cambiato l'Ue

Sharing

 PricewaterhouseCoopers stima che il valore delle transazioni veicolate dalle piattaforme di economia collaborativa possano arrivare a 335 miliardi di dollari entro il 2025. E sta cambiando il modo di fare impresa.

​​​​​La chiave sarà sotto lo zerbino. È cominciata così la sharing economy, con la condivisione di alloggi, dieci anni fa. In questo breve lasso di tempo, i consumi collaborativi sono dilagati in molti settori dell'economia, dai trasporti al sistema creditizio, sostituendo il possesso con l'accesso, sconvolgendo i tradizionali rapporti di forza e realizzando la terza rivoluzione industriale, dopo quelle della macchina a vapore e dell'energia elettrica. E non è finita qui. PricewaterhouseCoopers stima che il valore delle transazioni veicolate dalle piattaforme di economia collaborativa solo in Europa sia di 28 miliardi di euro, il triplo rispetto al 2013. Con questi ritmi di crescita, il giro d'affari globale dei consumi collaborativi dovrebbe raggiungere i 335 miliardi di dollari entro il 2025. Con meno di 8.000 dipendenti Uber, che non possiede neanche una macchina, vale oggi 70 miliardi di dollari, 40 volte più della Hertz che fa lo stesso lavoro, ha una flotta di 570mila auto, 29mila dipendenti e 9.400 stazioni in 150 Paesi, ma anche più di General Motors, che impiega oltre 200.000 persone e produce annualmente quasi 10 milioni di automobili. AirBnb, che non possiede neanche un immobile, ha aperto le porte di alloggi privati a 155 milioni di ospiti all'anno (il 20% in più di Hilton) e viene valutata 30 miliardi di dollari, una volta e mezzo Hilton, che ha 774mila camere in 4.820 alberghi in tutto il mondo. Una galoppata fenomenale, che travolge tutti i parametri abituali di valutazione e richiede una riorganizzazione complessiva di tutti i sistemi di produzione.

Figlia della digitalizzazione diffusa, l'ascesa della sharing economy sta cambiando il volto delle imprese europee, aprendo varchi di opportunità per i nuovi entranti e lanciando sfide ai player dominanti. È come uno tsunami in divenire che dinamizza tutto il panorama, sconvolgendo il quadro e soprattutto il mondo del lavoro. In diversi settori, dall'ospitalità alla mobilità, dalla finanza ai servizi, entro 10 anni la dimensione della nuova economia collaborativa avrà superato quella dell'economia tradizionale, in base alle stime di PwC. In particolare nel mercato dei servizi professionali, come la contabilità, la grafica, i contenuti pubblicitari o i programmi, ma anche i servizi legali o di segreteria, si parla ormai di "gig economy", ovvero di un mercato sempre più disintermediato di incarichi da freelance in cui fa premio solo la competitività dei singoli.

Ora che ciascuno di noi porta in tasca un computer, che lo colloca nello spazio e lo connette con il mondo, il costo di trovare sul mercato un lavoratore disponibile ad assolvere bene singoli compiti si è notevolmente ridotto. La crescente diffusione e potenza degli smartphone facilita a tal punto i contatti diretti fra clienti e lavoratori, da rendere le piattaforme online di smistamento degli ordini più pratiche degli aggregatori di lavoro tradizionali, cioè le aziende. Tongal mette a disposizione dei clienti il suo network di 40mila produttori di video e Axiom i suoi 1.500 avvocati. Eden McCallum fornisce servizi di consulenza on-demand pescando nel suo network di 500 consulenti. Il Business Talent Group, basato a Los Angeles, offre persino top manager on-demand, per affrontare problemi specifici senza doverne assumere uno in pianta stabile. Le piattaforme di creativi aggiungono altre modalità, come le aste per premiare un'idea vincente. InnoCentive applica le aste alla ricerca e sviluppo, traducendo le necessità delle aziende in domande specifiche e premiando la risposta migliore. Anche questa è industria 4.0.

Verso la formazione continua

Da un lato il nuovo modo di lavorare crea un ambiente più dinamico, ma dall'altro è criticato come un'esasperazione da incubo di capitalismo neoliberista, dove domina la legge della giungla e i lavoratori più deboli rischiano di soccombere. Per Stefano Scarpetta, direttore per l'Occupazione, il lavoro e gli affari sociali dell'Ocse, se veramente ci sarà una ripercussione globalmente negativa, non durerà a lungo. «Certo, l'accelerazione nello sviluppo delle tecnologie digitali pone un problema serio, ma la digitalizzazione può anche stimolare la creazione di nuovi posti di lavoro e il saldo finale non dev'essere per forza negativo», prevede Scarpetta. I ricercatori dell'Ocse stanno mappando alacremente le conseguenze della digitalizzazione nel mondo del lavoro. Il risultato mette in evidenza una forte polarizzazione del mercato e una sparizione quasi completa dei ruoli intermedi, quelli dove i compiti sono ripetitivi e poco creativi. «Per chi riuscirà a star dietro all'innovazione, la vita lavorativa diventerà molto più interessante, ma bisognerà dare una mano a tutti gli altri, per aiutarli a riconvertirsi»​, ammonisce Scarpetta. «La formazione continua deve diventare una realtà». Questo è il primo grande cantiere del futuro: orientare lo studio e la formazione in modo tale da non cadere nella trappola dell'irrilevanza. «Non sappiamo con certezza quali saranno i mestieri del futuro, ma sappiamo quali sono gli studi che apriranno ai giovani le porte del mercato del lavoro», precisa. Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica restano un passaporto sicuro. E ci sono anche nuove convergenze di cui tener conto, ad esempio il matrimonio fra ingegneria e filosofia è destinato a produrre una lunga discendenza.

Il secondo grande cantiere è quello della protezione sociale. Le nuove piattaforme dell'economia on-demand hanno creato milioni di posti di lavoro e schiere di attività che altrimenti non sarebbero mai nate, ma la crescita del lavoro autonomo e la rapida frammentazione del mercato rischiano di mettere in crisi tutto il sistema, trasferendo i rischi sociali quasi completamente sulle spalle dei lavoratori. «Bisogna definire uno standard minimo di protezione sociale che copra tutti i lavoratori, in caso di perdita del lavoro o di malattia», sostiene Scarpetta. Ma chi paga? «Una parte del rischio dev'essere assunta dalle piattaforme stesse, soprattutto per quei lavoratori che non hanno altre fonti di reddito», è la logica conclusione. Un'idea ormai diffusa, che però non piace a Uber e compagne.

 

 

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