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Il crowdfunding come finanza sociale

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Il 2017 è un anno chiave in Italia per il settore dei finanziamenti diffusi che assumono sempre di più uno connotazione di sostenibilità. Ecco i comparti più promettenti.

​​​Diversi elementi rendono quanto meno legittimo ipotizzare che il 2017 potrebbe rivelarsi un anno determinante per l'accelerazione del crowdfunding in Italia. E anche per una sua crescente connotazione nel senso della sostenibilità sociale e ambientale, che sempre più sta facendo breccia nel mondo della raccolta di denaro (funding) da un vasto numero di persone (crowd) attraverso piattaforme online, da destinare al sostegno di attività imprenditoriali, progetti, idee, così come il crowdfunding viene definito in una guida per le Pmi realizzata dalla Commissione europea.

A inizio primavera è arrivata in Italia Ulule, la principale piattaforma europea di crowdfunding reward-based, quello in cui chi partecipa dona una somma a favore di un progetto o di un'impresa attendendosi di ricevere in cambio appunto una ricompensa (reward) di natura non finanziaria, spesso di valore simbolico. Che però a volte può anche consistere nella possibilità di ricevere un nuovo prodotto o servizio, magari scontato o in anteprima, al cui sviluppo è finalizzata la campagna di crowdfunding (si può parlare in questi casi di pre-selling).

Nata in Francia nel 2010, Ulule porta in dote in Italia numeri importanti: un milione e mezzo di utenti, 17mila progetti finanziati, 74 milioni di euro di raccolta. Se anche in Italia il suo modello dovesse avere successo, l'intero settore del crowdfunding reward-based potrebbe fare un salto in avanti decisivo, com'è del resto nelle intenzioni di Ulule: «Siamo arrivati in Italia per due motivi principali – spiega Fabio Simonelli, General manager di Ulule Italia -: il primo è che la piattaforma ha sempre avuto uno zoccolo duro di progetti e di sostenitori italiani, per cui era importante consolidare la nostra presenza anche in termini di struttura. Il secondo è che per vari motivi il mercato del crowdfunding in Italia non ha ancora fatto il salto e una piattaforma come Ulule pensiamo possa aiutare a farlo. L'anno scorso i progetti italiani finanziati su piattaforme di crowdfunding reward-based non italiane hanno raggiunto un valore di circa 25 milioni di euro: trasferirli su piattaforme italiane vorrebbe dire che anche qui il mercato inizia a essere interessante».

Il fiore all'occhiello di Ulule è il tasso di successo delle campagne di crowdfunding, che con quasi il 70% è il più alto a livello mondiale (la media è 35%). Caratteristico di Ulule è il modello di tutoring personalizzato, con cui ogni progetto viene accompagnato prima e durante il lancio della campagna. Ma c'è un altro elemento significativo, che attiene alla sostenibilità: «Insieme a Kickstarter – dice Simonelli – Ulule è l'unica piattaforma ad aver ottenuto la certificazione come B Corp (società che rispettano elevati standard di performance sociale e ambientale, ndr). Siamo cioè stati accreditati di creare valore sociale, oltre che economico. Del resto il crowdfunding è uno strumento che se utilizzato al meglio può creare, oltre che valore economico, valore sociale: quando intorno a un progetto tu aggreghi qualche decina di persone che ci credono, di fatto stai costruendo una community».

La dimensione dell'impatto sociale generato sta progressivamente acquisendo rilevanza, e diventando dunque differenziante, anche nel mondo del crowdfunding, come già accade da tempo nel campo degli investimenti finanziari, del non profit, delle stesse imprese. Lo ha rilevato ad esempio "Il crowdfunding in Italia report 2016", ricerca coordinata da Ivana Pais (TRAILab) e Marta Mainieri (Collaboriamo.org): fra le 70 piattaforme di crowdfunding attive in Italia, il 38% ha introdotto modalità di misurazione dell'impatto sociale (l'11% modalità di misurazione dell'impatto ambientale).

Il crowdfunding reward-based, insieme a quello affine del donation-based (donazioni a favore di una causa o progetto di valore sociale, a un ente filantropico o benefico), è quello a cui appartiene il maggior numero delle piattaforme attive in Italia. Secondo i dati elaborati da Starteed a tutto il 2016, le piattaforme italiane di reward e donation dalla loro nascita hanno raccolto quasi 25 milioni di euro, con un importo di raccolta medio per progetto intorno ai 4mila euro. Decisamente di un altro ordine di grandezza sono invece le potenzialità dell'equity crowdfunding, che consiste nella raccolta di capitale di rischio (chi partecipa a una campagna, investe in titoli di partecipazione al capitale di un'impresa). Qui, infatti, Starteed dice che la raccolta media per campagna è di 243mila euro. Ed è proprio sull'equity crowdfunding che si concentrano le maggiori aspettative di sviluppo.

Prima con la Legge di Bilancio 2017 e poi con la cosiddetta "manovrina" di fine aprile (D.L. 50/2017), è stata apportata un'importante modifica alla legge che nel 2012 aveva introdotto l'equity crowdfunding in Italia, primo Paese dell'Unione europea a dotarsi di una normativa specifica in materia. Oggi infatti è possibile investire in tutte le Pmi, in forma di spa e srl, e non più solo in startup innovative (circa 7.300) e in Pmi innovative (circa 550). L'allargamento potenziale del campo di gioco è quindi enorme.

La risposta del mercato non si è fatta attendere e il primo trimestre del 2017 è stato un trimestre record, come ha reso noto il sito specializzato Crowdfundingbuzz.it: 11 imprese finanziate con una raccolta complessiva di quasi 2,2 milioni di euro. Soprattutto, un numero di investitori coinvolti (764) che in tre mesi ha superato quello di tutto il 2016 (747).

«La cosa più bella dell'equity crowdfunding – dichiara Tommaso Baldissera, fondatore e co-Amministratore delegato della piattaforma Crowdfundme, che da sola nel primo trimestre dell'anno ha ingaggiato quasi 450 investitori -, è che investi nell'economia reale, conosci le persone e le idee in cui investi. E questo permette di attirare persone che abitualmente non investono, anche perché l'equity crowdfunding è soprattutto un potentissimo strumento di marketing. Dal punto di vista normativo e regolamentare l'Italia oggi ha tutte le carte in regola per assistere all'esplosione dell'equity crowdfunding».


Il mercato dell'equity crowdfunding sembra dunque aver trovato il ritmo quanto meno per cominciare a ridurre le distanze che ci separano dai Paesi con cui ci confrontiamo di solito. Distanze che, secondo la società di consulenza CrowdAdvisors, in alcuni casi restano siderali, in altre sono più abbordabili: in Uk l'equity crowdfunding ha mosso nel 2015 circa 400 milioni di euro, in Francia 75 milioni, in Germania 24, in Olanda 11 e in Spagna 9.

La partita si gioca ad esempio sulla capacità delle piattaforme di attirare imprese che appartengono ai settori in cui l'Italia abbonda di eccellenze, come turismo, food, moda, design. «Il food – afferma Fabio Allegreni, fondatore e Partner di CrowdAdvisors – è il settore più finanziato in Uk. In Italia, dove fino ad aprile in totale l'equity crowdfunding ha raccolto 10 milioni di euro e finanziato 43 imprese, fra i settori prevalgono la sharing economy e il digital. Ma c'è anche il biotech e l'industria». E si sta avvicinando il mondo delle imprese impegnate nell'ambito della sostenibilità e dell'impatto sociale: «Ultimamente – sottolinea Allegreni – sono state finanziate imprese attive sul fronte dell'efficientamento energetico, della produzione di energia con tecnologie innovative. Più in generale imprese con modelli di business innovativi che guardano con attenzione all'impatto sociale. La vera grande innovazione del crowdfunding è rendere accessibile il mercato dei capitali a chi prima in sostanza non poteva accedervi».

Di recente, ad esempio, sulla piattaforma Starsup è stata lanciata una campagna per Impact eMedia, società che si auto-definisce una "innovation and sustainability media company". Interessante che sia la prima volta che una media agency ricorre all'equity crowdfunding. E che si tratti di una startup innovativa. Ma forse ancora più interessante è che stiamo parlando di una società benefit (s.b.), nuova forma giuridica "sorella" delle B Corp che l'Italia – secondo Paese al mondo a farlo, dopo gli Usa – ha introdotto nel 2016 in ordinamento. Le s.b. sono imprese che, oltre al profitto, «perseguono una o più finalità di beneficio comune e operano in modo responsabile, sostenibile e trasparente nei confronti di persone, comunità, territori e ambiente, beni ed attività culturali e sociali, enti e associazioni ed altri portatori di interesse» (L. 208/2015). Anche le società benefit italiane stanno diventando un caso di eccellenza a livello internazionale, sebbene i numeri siano ancora assai contenuti. Chissà che non possano ritagliarsi un ruolo nell'attesa esplosione dell'equity crowdfunding made in Italy. E aumentarne "l'impatto".

 

 

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