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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Environment > Sostenibilità in rotta sui diritti umani

 Sostenibilità in rotta sui diritti umani

Environment

 L'incontro tra "business and human rights" si è dunque progressivamente proposto come un ambito specifico e assai rilevante di studio, attenzione, monitoraggio e valutazione all'interno del più vasto universo della responsabilità sociale d'impresa, o Csr.

​​Il 10 dicembre 2018 si celebreranno i 70 anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Trenta articoli, con enunciati memorabili, che però in larga misura sono rimasti sulla carta. A farsi carico dell'attuazione di quel testo dovevano naturalmente essere prima di tutto gli Stati. Ma al riguardo negli ultimi anni si è cominciato a riconoscere anche il ruolo, nel bene e nel male, giocato dal business. Specie dalle imprese multinazionali, che hanno fatturati e potenza economico-finanziaria a volte superiori a quella di singoli Stati, con conseguente capacità di incidere.

L'incontro tra "business and human rights" si è dunque progressivamente proposto come un ambito specifico e assai rilevante di studio, attenzione, monitoraggio e valutazione all'interno del più vasto universo della responsabilità sociale d'impresa, o Csr. La svolta più importante in tal senso si è avuta nel 2011, quando il Consiglio per i Diritti umani dell'Onu ha adottato i Principi Guida su Imprese e Diritti umani: un documento cosiddetto di soft law, cioè una norma non vincolante, che si è imposto subito come riferimento universale per l'integrazione di considerazioni legate ai diritti umani nell'agire d'impresa.

Pochi anni dopo, un nuovo passo avanti: la costituzione di un gruppo di lavoro, sempre in ambito Onu, avente l'obiettivo di giungere a un trattato vincolante su imprese e diritti umani. «La nascita del working group per la definizione del binding treaty ha subìto l'ostruzionismo tanto degli Usa quanto della Commissione Ue, ma alla fine è stato costituito lo stesso e nella sessione di ottobre 2017 è arrivata la prima bozza del testo»,  spiega Giosuè De Salvo, responsabile area Advocacy di Mani Tese, ong che è stata fra i fondatori di Eccj (European Coalition for Corporate Justice), coalizione continentale di organizzazioni della società civile che dal 2006 incalza il mondo del business su questi temi. «Difficile prevedere - prosegue De Salvo - l'iter di questa iniziativa, ma l'auspicio è che nella sessione in programma ad autunno 2018 si riesca a entrare nel merito. Uno degli obiettivi del trattato è colmare il vulnus che deriva dal fatto che imprese con raggio d'azione ormai globale non hanno "controllori" di pari livello, cioè giurisdizioni altrettanto globali. A ogni modo è ormai passato il concetto che il "business as usual" non è più un'opzione compatibile con la sostenibilità: occorre cambiare il modo di pensare, e di insegnare, l'economia».

Mani Tese ha vinto di recente il bando dell'Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo (Aics) su progetti di sensibilizzazione ed educazione alla cittadinanza globale e ad aprile partirà col programma "New business for good", che propone appunto un "nuovo modo di fare impresa". Parlerà coi ragazzi di scuole e università, proporrà casi di studio di "corporate abuse" ma anche di imprese all'avanguardia nel coniugare imprese e diritti umani. E offrirà aggiornamenti sul tema sia al mondo della società civile, sia a operatori d'impresa: «Fra i partner del programma - sottolinea De Salvo - c'è Sodalitas (la fondazione di Assolombarda per il sociale, ndr), perché l'obiettivo è anche mettere in contatto mondo delle imprese e delle ong, con un approccio costruttivo». A giugno 2017, invece, sempre Mani Tese ha promosso la nascita del Coordinamento delle ong italiane su business e diritti umani (il 16 febbraio è in programma un incontro a Bologna): «Ne fanno parte - dichiara De Salvo - una quindicina di ong. Intendiamo individuare un obiettivo legislativo strategico su cui sollecitare il futuro Parlamento italiano nei prossimi tre anni».

Combinare l'azione sul fronte normativo e regolamentare con quella sulla dimensione culturale è fondamentale per far crescere l'impegno del business sui diritti umani. Anche perché, come si dice in questi casi, ci sono ampi margini di miglioramento. Stando a uno studio di De-LAB per Aics sul coinvolgimento delle aziende italiane nella cooperazione internazionale secondo un modello di business inclusivo (oltre 500 realtà interpellate, fra start-up, aziende piccole, medio-grandi e multinazionali), solo il 19% adotta linee guida sociali o fa parte di network attivi su temi socio-ambientali. Il 61% non è attivo in alcun modo.

L'Italia, comunque, che peraltro è uno dei non molti Paesi (una ventina a livello internazionale, circa la metà fra quelli dell'Unione europea) ad aver pubblicato, a fine 2016, il Piano d'Azione Nazionale (PAN) 2016-2021 per l'attuazione delle Linee Guida Onu sui diritti umani, è abbastanza in linea col resto del mondo. Secondo lo studio "No more excuses" dell'Economist, sugli standard socio-ambientali nelle catene di fornitura a livello globale (ha coinvolto 800 manager di aziende operanti nei maggiori mercati mondiali, fra cui l'Italia), in quattro su cinque dichiarano che la loro supply chain si può definire responsabile. Ma solo circa un quarto prestano effettivamente adeguata attenzione a questioni cruciali in ottica responsabilità sociale, come il lavoro minorile. C'è dunque anche un tema di consapevolezza.

 «C'è ancora difficoltà a percepire il tema dei diritti umani come fondamentale nel'ambito della sostenibilità», dice Martina Rogato, esperta di temi di sostenibilità, e in particolare di diritti umani, e membro di Human Rights International Corner (Hric), network di professionisti, ricercatori ed esperti - fondato da tre italiani - per la promozione dei diritti umani (è la prima realtà non profit verticale su questi temi in Italia). «In generale - prosegue Rogato - non c'è molta sensibilità autentica e c'è anche poca preparazione specifica. Comunque le imprese stanno prendendo a frequentare i luoghi, e gli eventi multi-stakeholder, in cui si discute di business e diritti umani. E a mettersi in ascolto delle raccomandazioni delle ong. In sostanza, tuttavia, la "due diligence" sui diritti umani (serve per identificare, prevenire e fronteggiare l'impatto del proprio business sui diritti umani, ndr) viene fatta molto di rado. È un tema ancora lontano dall'essere mainstream».

Per contribuire a diffondere conoscenza e consapevolezza, a giugno a Pisa, insieme all'Istituto Dirpolis della Scuola Sant'Anna di Pisa, al Dipartimento di Giurisprudenza dell'Università Statale di Milano e al Cnr-Iriss di Napoli, Hric organizza la prima edizione della Summer School "Business and Human Rights". Target: csr manager e avvocati, istituzioni e società civile, studenti e ricercatori. «Credo che su temi come i diritti umani - conclude Rogato - l'approccio vincente da utilizzare sia misto: in parte non vincolante, che nell'ambito della sostenibilità ha permesso un grande sviluppo e una moltiplicazione di buone pratiche, ma che ha forti limiti in relazione alla compensazione, quando cioè ci sono persone o comunità che subiscono violazioni dei diritti umani; in parte, però, serve l'obbligatorietà, come nel caso della Direttiva Ue sulle informazioni non-finanziarie entrata in vigore (prevede da quest'anno, per le grandi imprese, dichiarazioni annuali su una serie di aspetti di sostenibilità fra cui il rispetto dei diritti umani; il Regolamento Consob è arrivato a gennaio, ndr) o del Regolamento Ue sui minerali provenienti da zone di conflitto, in vigore dal 2021».

Poi ci sono gli investitori, a partire da quelli sostenibili e responsabili. I quali, mettendo sempre più nel mirino i diritti umani nel valutare i profili di sostenibilità delle società quotate in cui investono, potrebbero stimolarle non poco a fare più di quello che stanno facendo. A marzo dell'anno scorso è stata presentata la prima edizione del Corporate Human Rights Benchmark, risultato di un vastissimo progetto multi-stakeholder di analisi e valutazione di quasi cento fra le maggiori società quotate del mondo sulla base delle loro performance relative ai diritti umani (un centinaio gli indicatori utilizzati). Risultato: solo sei società hanno superato la quota del 50% del punteggio, restando comunque parecchio lontane dal massimo raggiungibile. Quasi la metà si è attestata tra il 20% e il 30% del punteggio. Anche in questo caso, insomma, ci sono ampi margini di miglioramento.

 

 

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