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 Professioni sostenibili: il futuro del lavoro è qui

Environment

 In Italia sono già 3 milioni i lavoratori che hanno un green job. E l’urgenza imposta da situazioni di crisi come quella legata ai cambiamenti climatici dà una spinta al settore. Ecco perché.

​​​​L'urgenza imposta da situazioni di crisi come quella legata ai cambiamenti climatici in atto imporrebbe un passo senz'altro più spedito. Tuttavia è prevedibile che la transizione verso un modello di sviluppo realmente sostenibile si realizzerà in tempi non brevi, magari nel giro di una generazione.

Che tale transizione stia effettivamente avvenendo è comunque confermato da molti elementi. Uno di questi è la crescita della diffusione e dell'interesse per le professioni e i lavori collegati alla sostenibilità.

Partiamo dai cosiddetti "lavori verdi", o green jobs. «Figure professionali che incorporano per "definizione" competenze green, il cui lavoro, quindi, è direttamente finalizzato a produrre beni e servizi eco-sostenibili o a ridurre l'impatto ambientale dei processi produttivi (es. ingegneri energetici, tecnici del risparmio energetico, ecc.)»: così sono definiti da GreenItaly Rapporto 2016, settima edizione dello studio di Fondazione Symbola e Unioncamere, uno dei più autorevoli in materia. Quali sono i green jobs? Tanti e diversi: dal bio-architetto al progettista di impianti solari, dal green copywriter all'eco-brand manager, poi esperto di bonifiche, agronomo, chimico ambientale, risk manager, carpentiere specializzato nella costruzione di tetti iperisolati.​

«Green jobs – dice Matteo Plevano, psicologo del lavoro e titolare dello studio Green Jobs Hub – è soprattutto un concetto trasversale: riguarda più il "come" del "cosa" si fa, essendo lo specchio nel mondo del lavoro della transizione economica e sociale verso l'eco-sostenibilità. Un green job è un'attività lavorativa che va in quella direzione, tendenzialmente a impatto positivo sull'ambiente. Se pensiamo al settore dell'energia, l'apertura alle rinnovabili e all'efficienza energetica sta generando molte opportunità di lavoro. Un grande cambiamento è in corso anche in agricoltura, legato al biologico e all'attenzione alla biodiversità, cioè la riscoperta di prodotti agricoli non canonici, magari antichi. Tutto ciò implica che le professionalità si riconvertano, anche se il tema competenze e formazione va declinato settore per settore e per ciascun ambito professionale. Cito il caso dell'Università degli Studi di Scienze Gastronomiche promossa da Slow Food, un esempio di sistema formativo che sta dando rapidamente risposte alle richieste del mercato».​

I numeri di GreenItaly dicono che nel 2015 in Italia gli occupati nei green jobs in senso stretto sfioravano i tre milioni, oltre il 13% dell'occupazione nazionale. Allargando lo sguardo anche alle figure ibride con competenze green, per il 2016 il rapporto (pubblicato lo scorso ottobre) parlava di 249mila assunzioni programmate, il 44,5% della domanda complessiva di lavoratori non stagionali.​

In ambito corporate, quando si parla di lavoro e sostenibilità, vengono in mente figure come Energy manager, manager della Mobilità, Disability manager, più di recente il responsabile dell'Economia circolare. Addirittura, negli Stati Uniti, inizia a comparire il manager della Felicità in azienda. Ma una delle figure più citate e al contempo di maggior richiamo, ad esempio per i giovani che hanno in progetto una carriera aziendale votata alla sostenibilità, è quella del Csr manager, il responsabile della csr (corporate social responsibility). A volte indicato anche come Sustainability o Ethics officer.​

Il Csr manager è colui che in azienda presidia i temi della sostenibilità: cura ad esempio il bilancio di sostenibilità e il codice etico, segue l'iter delle certificazioni socio-ambientali, gestisce l'engagement (dialogo) con gli stakeholder. Fa anche da collettore delle istanze sostenibili che emergono per portarle all'attenzione del Ceo o del Cda. Da più di dieci anni in Italia è attivo il Csr Manager Network, promosso da Altis (Alta Scuola Impresa e Società dell'Università Cattolica del Sacro Cuore) e Isvi: con oltre un centinaio di iscritti, è l'associazione dei professionisti e degli uomini che in azienda, ma anche in organizzazioni non profit e nella P.a., si occupano di sostenibilità. E a ottobre si è fatto promotore dello European Network of Corporate Responsibility and Sustainability Professional, prima rete europea dei Csr manager.

Due anni fa, invece, ha preso il via Csr Natives, la prima rete in Italia di studenti universitari con la passione per la sostenibilità (150 iscritti). Come dire i Csr manager di domani. Un'esperienza che ha raccolto l'interesse e il sostegno di alcune aziende (Gruppo Unipol fin dall'inizio), evidentemente consapevoli del fatto che i csr natives, così come  i nativi digitali, sono la popolazione aziendale del futuro. E occorre attrezzarsi di conseguenza, anche per continuare a essere attraenti, in termini di reputazione aziendale, verso i millennials (i nati fra gli anni '80 e il 2000), specie quelli dotati di maggior talento.

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Sono ormai numerose, infatti, le indagini che confermano come questi giovani chiedano un senso al proprio lavoro al di là dello stipendio, insomma la possibilità di incidere in modo positivo e cioè sostenibile nel mondo. «Dalla mia esperienza – commenta al riguardo ancora Plevano - l'interesse per la sostenibilità fra i millennials è molto diffuso. Ma c'è disorientamento rispetto alle opportunità esistenti e a come coglierle». Per questo Plevano ha aperto gli Sportelli Green Jobs, con l'appoggio delle amministrazioni comunali locali che ci hanno creduto, per l'orientamento, la consulenza di carriera, il supporto all'avvio di impresa sui temi dell'economia sostenibile. Il primo a  Milano tre anni fa, grazie anche al sostegno di Fondazione Cariplo, poi Ivrea e Trento. In cantiere c'è l'ipotesi di sviluppare una rete nazionale di Sportelli Green Jobs, aprendoli anche nelle principali città del Centro e Sud Italia. Anche perché i risultati ottenuti sono molto interessanti: delle 5-600 persone rivoltesi agli sportelli, tra chi era in cerca di lavoro il 55% dopo cinque mesi ha trovato un lavoro o avviato un'attività. Come dire che ogni nuovo occupato è "costato", in rapporto agli investimenti complessivi che il progetto ha richiesto, circa 800 euro.

A crescere negli ultimissimi anni, infine, sono anche le ricerche di esperti di sostenibilità fra chi valuta le aziende e chi vi investe in una prospettiva di sostenibilità, o Sri (sustainable and responsible investment). Vale a dire i grandi investitori istituzionali (fondi pensione, società di gestione del risparmio, grandi fondazioni, assicurazioni, banche) e le cosiddette agenzie di rating etico. L'Aiaf, ad esempio (Associazione italiana Analisti e Consulenti finanziari), dal 2016 ha promosso il Diploma Esg (Effas Esg Certified Diploma), finalizzato all'acquisizione delle competenze necessarie per l'integrazione di elementi Esg (sociali, ambientali e di governance) nel processo d'investimento.

 A ulteriore conferma di questa tendenza, il prossimo ottobre è in partenza il Master in Finanza: strumenti, mercati e sostenibilità, il primo in Italia dedicato all'integrazione dei temi Esg negli investimenti finanziari. Analisti e ricercatori, consulenti, gestori, promotori con competenze Esg, ma anche responsabili della comunicazione (anche sui social network) e dell'engagement con gli stakeholder, sono le principali figure ricercate in quest'ambito. E anche qui la questione generazionale ha un peso: fra i desiderata dei millennials, infatti, non c'è solo un lavoro ad alto tasso di sostenibilità. Ma anche gli acquisti e soprattutto gli investimenti sostenibili.​

 

 

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