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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Environment > Investire nei diritti umani

 Investire nei diritti umani

Environment

 La dimensione sociale sta diventando una parte importante della finanza sostenibile. Ecco perché.

​Alla ricerca della "s" perduta potrebbe essere un modo abbastanza fedele alla realtà per esprimere il senso di una serie di iniziative che hanno preso corpo negli ultimi tempi per ridare importanza, nell'ambito della finanza sostenibile e responsabile (Sri), alla dimensione sociale e in particolare al ruolo del business nella tutela e promozione dei diritti umani. Dove con "s" si fa riferimento alla lettera che sta nel mezzo dell'acronimo Esg (che sta per ambientale, sociale e di governance, in inglese), ormai diffusamente utilizzato per indicare le macro-aree a cui si rifanno i principi e criteri sui quali si fonda questo modo di guardare all'investimento.

La gravità dell'emergenza legata ai cambiamenti climatici o per meglio dire alla crisi climatica in atto, ribadita dal rapporto di IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) diffuso a inizio ottobre, ha infatti spinto negli ultimi anni la finanza Sri ad un'accelerazione potente sul versante della sostenibilità ambientale. In particolare nel senso della decarbonizzazione degli asset, cioè del progressivo, massiccio spostamento di investimenti da settori e attività ad alto impatto ambientale, in termini di emissioni di Co2 (high-carbon), a settori low-carbon sui quali impostare la transizione ecologica del modello di sviluppo dominante, chiaramente insostenibile. Un fenomeno in cui hanno avuto un peso determinante ad esempio l'Accordo di Parigi di fine 2015 sulla riduzione delle emissioni di Co2 e la campagna globale per il fossil fuel divestment, dove gli asset complessivamente impegnati nel disinvestimento si sono moltiplicati di 120 volte negli ultimi quattro anni.

Stante l'urgenza di fronteggiare la crisi climatica, quanto accaduto è comprensibile e legittimo. Ma la conseguenza è stata che inevitabilmente gli aspetti sociali sono passati in second'ordine e si è preso quasi a identificare la finanza Sri con la finanza green, relegando ai margini il sociale e tanto più i diritti umani, che nel sociale sono uno dei temi più complessi, delicati e rilevanti. Solo che si tratta di un errore. Perché è noto che la crisi climatica non si può né inquadrare, né tanto meno affrontare, solo con le lenti della sostenibilità ambientale, essendo un fenomeno destinato a interessare ogni aspetto della convivenza umana su scala planetaria e in particolare quello dei diritti umani. E perché nel paradigma Esg i tre ambiti devono avere la stessa rilevanza, altrimenti si produce una falla e non si può parlare di autentica sostenibilità: non c'è vero "sviluppo umano integrale" o vera "cura della casa comune", per dirla con le parole delle encicliche Caritas in veritate di Benedetto XVI e Laudato si' di Papa Francesco.

Su questo errore, o quanto meno colpevole dimenticanza, si è dunque iniziato ad attirare l'attenzione, auspicando un deciso cambio di rotta. Quello che si chiede è in sostanza che la "s", la sostenibilità sociale, torni a occupare lo spazio che le spetta nei radar che danno la rotta alla finanza Sri. E ciò anche al fine di un efficace perseguimento degli obiettivi legati alla "e", la sostenibilità ambientale, proprio perché tutto si tiene. Al riguardo, come si accennava, le iniziative non mancano. Vediamone alcune fra le principali.

Partiamo dall'ambizioso Piano d'azione sulla Finanza sostenibile su cui sta lavorando la Commissione europea. Dichiaratamente è sbilanciato sul versante ambientale, dato che mette in primo piano la necessità di attivare 180 miliardi di euro aggiuntivi ogni anno da qui al 2030 per centrare gli obiettivi fissati per l'Europa nell'Accordo di Parigi. Proprio a questo riguardo, però, a partire dallo scorso marzo la Commissione Ue è stata sollecitata da alcuni membri del Parlamento europeo, insieme a organizzazioni sindacali e della società civile, esponenti accademici ed esperti indipendenti - fra cui lo stesso professor John Ruggie, già Rappresentante speciale del Segretario generale dell'Onu su Impresa e Diritti umani e padre dei Principi Guida su Imprese e Diritti umani delle Nazioni Unite (UNGPs) -, a dare più spazio al tema dei diritti umani nell'ambito del mandato da affidare al Gruppo di Esperti Tecnici sulla finanza sostenibile (TEG) che avrebbe iniziato nei mesi successivi a lavorare sui punti-chiave del Piano d'azione. In pratica, la richiesta è che il Piano d'azione sulla finanza sostenibile integri anche un approccio basato sui diritti umani, ritenuto indispensabile per centrare gli stessi obiettivi di sostenibilità ambientale. Per fare ciò, nell'interlocuzione con la Commissione Ue - proseguita nei mesi successivi - si è fatta presente la necessità di integrare la composizione del TEG (di cui fanno parte anche tre membri italiani) con esperti nel campo dei diritti umani.

Sull'altra sponda dell'Atlantico un anno fa è stata invece lanciata la Investor Alliance for Human Rights (IAHR). A promuoverla Iccr (Interfaith Center on Corporate responsibility), il più grande network al mondo di investitori istituzionali impegnati in attività di engagement (dialogo e confronto su temi Esg con le società in cui investono). L'obiettivo è quello di rappresentare una piattaforma per elaborare strategie e attivare azioni di engagement sui temi legati al rapporto tra business e diritti umani, come pure quello di definire linee guida e standard per gli investitori per l'integrazione di criteri relativi ai diritti umani nei loro processi d'investimento. Diritti delle popolazioni indigene, lavoro forzato, land grabbing (accaparramento delle terre), diritti del lavoro, diritti nell'ambiente digitale, protezione degli human rights defenders sono alcune delle istanze che IAHR segue più da vicino.

Sempre a fine anno scorso, in Italia (il lancio ufficiale è avvenuto a Milano nella sede di Etica sgr, la società di gestione del risparmio del Gruppo Banca Etica), è nato Shareholders for Change, network di investitori europei impegnati nell'engagement. Che ha indicato proprio nei diritti umani uno dei temi prioritari della propria azione, come viene detto anche nel primo engagement report che il network ha pubblicato la scorsa estate.

Più recentemente, nell'ultima sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si è tenuta negli scorsi mesi di settembre e ottobre, è stata lanciata la Liechtenstein Initiative per una Commissione per il Settore finanziario sulla Schiavitù moderna e il Traffico di esseri umani. È un progetto promosso dal Principato del Liechtenstein, il Governo australiano e il Centre for Policy research della United Nations University. E intende approfondire, con una serie di incontri in programma fino all'estate 2019, il ruolo che il settore finanziario può giocare nel contrasto a questi tristissimi fenomeni e alle purtroppo fiorenti economie (si parla di 150 miliardi di dollari) ad essi collegate. Fra i suoi membri spiccano ad esempio il Premio Nobel per la Pace 2006 e fondatore della Grameen Bank, Muhammad Yunus, e Fiona Reynolds, Ceo di Un Pri (i Principi per l'Investimento Responsabile promossi dalle Nazioni Unite).

Che il tema dei diritti umani sia sempre più sotto la lente della finanza Sri si nota anche da quanto sta accadendo nell'ambito del rating Esg, cioè fra chi si occupa di analizzare e valutare i profili di sostenibilità delle società quotate. In questo caso, appunto, con particolare riferimento alla promozione e tutela dei diritti umani. Si citano ad esempio il Corporate Human Rights Benchmark (CHRB) lanciato nel 2017, il Ranking Digital Rights 2018 Corporate Accountability Index (valuta le maggiori società di internet e telecomunicazioni in base alle loro politiche su privacy e libertà di espressione), gli approfondimenti specifici condotti al riguardo da primarie società di rating di sostenibilità (come lo studio realizzato lo scorso anno da Vigeo Eiris su tremila società quotate nel mondo). E poi il progetto annunciato a inizio ottobre dalla britannica Arabesque asset management con il fondo pensione svedese AP1 e il supporto di Shift per lo sviluppo di un rating Esg algoritmico basato sui principi UNGPs, una sorta di UNGP score: lo stesso John Ruggie lo ha definito il primo esperimento del genere nel mondo degli investimenti.

Si può ragionevolmente prevedere che tale progetto non resterà isolato. Perché è proprio facendo leva sui diritti umani che la "s" sta tornando, in qualche caso prepotentemente, al centro della scena della finanza sostenibile. Anche se non c'è da illudersi sul fatto che possa essere un percorso, o se si vuole una battaglia, di breve termine: un recente rapporto dell'autorevole Global Witness, ad esempio, parlava di "esposizione indecente" in riferimento al sostegno finanziario di investitori europei per progetti ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani. ​

 

 

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