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Changes - il magazine del Gruppo Unipol > Environment > I bilanci parlano SDGs

 I bilanci parlano SDGs

Environment

 Il racconto della sostenibilità ha adottato un linguaggio nuovo che usa gli Obiettivi dell’Agenda 2030 come termini chiave e caratterizza le strategie sostenibili delle aziende.

​Dimmi quale SDGs scegli e ti dirò quanto sei sostenibile. Scherzando, ma non troppo, e soprattutto parafrasando il celebre adagio, si potrebbe ormai dire così quando si ragiona di rendicontazione della sostenibilità, cioè su bilanci sociali, di sostenibilità e report integrati. Perché gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile (SDGs, o Global goals) lanciati dalle Nazioni Unite nel 2015, arrivati a rappresentare in tempi molto rapidi il quadro di riferimento condiviso e universale in materia di sostenibilità, non potevano che influenzare potentemente anche il racconto della sostenibilità a livello aziendale. Il che significa che un numero crescente di aziende nei documenti di rendicontazione di cui sopra hanno iniziato a parlare, chi più, chi meno, il linguaggio degli SDGs, che in questi giorni tengono banco con centinaia di eventi in tutt'Italia per la seconda edizione del Festival dello Sviluppo sostenibile (22 maggio-7 giugno) promosso da Asvis-Alleanza italiana per lo Sviluppo sostenibile.


Però non è facile, tradurre la sostenibilità nel linguaggio degli SDGs. Perché si tratta di un linguaggio ancora nuovo. E che, per di più, va imparato in una fase in cui in materia di rendicontazione di sostenibilità c'è gran fermento. Il riferimento è in particolare al fatto che In Italia come nel resto dell'Unione europea l'anno in corso è il primo in cui è diventata obbligatoria - per le imprese più grandi cosiddette di interesse pubblico rilevante, in primis società quotate, banche e assicurazioni - la pubblicazione della Dichiarazione non finanziaria (DNF). Soprattutto per chi non aveva mai fatto un bilancio sociale, scelta che finora apparteneva alla sfera della volontarietà, si tratta di iniziare a dare informazioni su un certo numero di ambiti di sostenibilità, anche delicati: aspetti ambientali e sociali, rispetto dei diritti umani, lotta alla corruzione, promozione della diversità.

Nel recente Piano d'azione dell'Unione europea per la finanza sostenibile, inoltre, si preannuncia per il 2019 una revisione delle linee guida comunitarie sulle informazioni non finanziarie, da cui è legittimo attendersi un ampliamento degli aspetti sociali e ambientali oggetto di rendicontazione. In tale sede si terrà conto anche delle raccomandazioni sulla comunicazione di informazioni connesse ai rischi climatici che l'anno scorso sono state prodotte dalla Task Force on Climate-related Financial Disclosures istituita dal Financial Stability Board.

Ad alimentare il fermento c'è pure la crescente pressione degli investitori per avere, dalle imprese potenziale oggetto d'investimento, informazioni sempre più rilevanti, affidabili, omogenee e quindi comparabili in fatto di sostenibilità. Specie sulle questioni ambientali, prima di tutto quelle collegate al climate change: una decina di giorni fa, con una lettera aperta pubblicata sul Financial Times, una coalizione di una sessantina di grandi investitori istituzionali (con oltre 10mila miliardi di dollari di asset complessivamente gestiti) ha chiesto alle società dell'industria del petrolio e del gas di aumentare la loro trasparenza informativa, e naturalmente il loro impegno, sull'allineamento delle proprie strategie con gli obiettivi previsti dall'Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

L'ingresso degli SDGs nella rendicontazione di sostenibilità in alcuni casi è avvenuto già all'indomani del loro debutto. Gruppo Unipol ha iniziato a citarli nei documenti relativi al 2015 e lo scorso anno ne ha offerto una prima mappatura, utilizzandoli in particolare come fattori di riclassificazione di indicatori preesistenti. «Siamo partiti da una matrice di impatto sugli SDGs - dice Marisa Parmigiani, responsabile Sostenibilità in Gruppo Unipol - che valuta sia l'influenza dell'attività d'impresa sugli SDGs, sia l'effettiva rilevanza degli SDGs per l'azienda, coniugando l'attenzione alle esternalità negative con quella sulle aree di business potenziali collegate. Ci siamo poi focalizzati sugli SDGs che impattiamo in senso positivo, anche perché il nostro core business non ha precise esternalità negative dirette». Per fare questo si è partiti da lavori pregressi importanti, in particolare da analisi accurate della catena del valore del business aziendale, incrociando il tutto con la matrice dei 17 macro-obiettivi e dei 169 sotto-obiettivi indicati dalle Nazioni Unite. Ne è risultato che i Global goals prioritari per l'azienda sono: salute e benessere (numero 3), lavoro dignitoso e crescita economica (8), riduzione delle disuguaglianze (10), città e comunità sostenibile (11) e, come scelta di posizionamento, lotta contro il climate change (13). «Sono utili anche dal punto di vista della comunicazione - dichiara Parmigiani -, essendo un riferimento universale ma comprensibile: i loro target, infatti, sono molto connessi con il vissuto e con i bisogni quotidiani delle persone». Quest'anno la rendicontazione ha compiuto un ulteriore passo in avanti. «Abbiamo raffinato il sistema di valutazione del nostro impatto sugli SDGs - spiega Parmigiani - passando in sostanza da una prospettiva macro a una micro, d'integrazione nei processi: abbiamo cioè considerato ogni singola attività, prodotto, investimento, nel suo impatto sugli SDGs. Così sono diventati uno strumento di accounting e gestione più specifico, perché solo in questo modo si riesce davvero a integrarli nell'attività d'impresa quotidiana».

Proprio in considerazione del fatto, come si accennava all'inizio, che in capo a determinate imprese da quest'anno c'è per la prima volta l'obbligo di pubblicare la DNF, esaminare come e quanto in questi documenti si parli il linguaggio degli SDGs potrebbe offrire ulteriori indicazioni sulla loro capacità di contaminare il modo in cui la sostenibilità viene raccontata. Ed è esattamente quello che ha fatto Integrate Esg, che si definisce la prima società in Italia ad assegnare un rating di sostenibilità ad aziende e intermediari finanziari che pubblicano la DNF. «Nella nostra analisi delle DNF - afferma Andrea Cincinnati Cini, Managing partner di Integrate Esg - ci siamo posti come obiettivo quello di standardizzare le informazioni pubblicate dalle società, per effettuare le analisi applicando la nostra metrica». Su un campione di cento società, prevalentemente italiane ed europee, i risultati dello studio dicono in effetti che nelle DNF c'è presenza di SDGs. Anche se con dei distinguo. «Dal nostro punto di vista - sottolinea Cincinnati -, e anche dell'Osservatorio DNF Deloitte con cui collaboriamo, abbiamo riscontrato che gli SGDs sono spesso presenti nelle DNF. Abbiamo classificato la qualità della rendicontazione degli SDGs in tre livelli di intensità: non citati, citati, citati con impegno esplicito a conseguirli». Il 44% del campione esaminato non cita gli SDGs e il 27% li cita nelle tabelle di raccordo con gli indicatori del GRI (Global Reporting Initiative, lo standard internazionale per la rendicontazione di sostenibilità) o nell'introduzione. C'è poi un 29% che non solo li cita ma dichiara di assumersi l'impegno di conseguirli. I settori che comunicano di più sugli SDGs sono intermediari finanziari e utilities. E fra gli SDGs più sentiti vi sono il 12 (produzione e consumo responsabili) e il 5 (parità di genere), meno presente il 2 (sconfiggere la fame nel mondo), del tutto assenti i riferimenti al 17 (partnership per gli obiettivi). «Il racconto e l'impegno sui development goals - commenta Cincinnati - è ancora oggi all'inizio, ma l'evoluzione potrebbe avvenire molto rapidamente. Anche gli investitori attualmente molto focalizzati sui fattori Esg (sociali, ambientali e di governance, ndr) e la misurazione dell'impronta di carbonio, stanno già spostando l'attenzione, specie negli Usa, sull'effettivo conseguimento di obiettivi di sostenibilità di matrice SDG. Del resto gli SDGs sono gli unici che intercettano i mega-trend in atto e i rischi globali».​

Se la tendenza verso la progressiva "traduzione" dei bilanci di sostenibilità, DNF comprese, nel linguaggio degli SDGs pare segnata, c'è però chi evidenzia al riguardo la necessità di procedere con cautela. «Gli SDGs sono una straordinaria opportunità - dice Fulvio Rossi, presidente del Csr Manager Network, l'associazione dei Csr manager e dei professionisti che operano in Italia nel campo della sostenibilità d'impresa - perché offrono una importante prospettiva di finalizzazione delle attività legate alla sostenibilità. Sono cioè di grande aiuto nel comprendere come un'azienda, con il suo business e con il modo in cui lo interpreta, contribuisce al raggiungimento di alcuni di questi obiettivi tanto sfidanti, insomma il suo posto nel mondo. Se invece gli SDGs dovessero diventare un modo per attribuire un'altra etichetta, credo che ci sarebbe il rischio di aumentare la confusione, cioè di rendere più difficile comprendere cosa alla fine è rilevante e cosa non lo è: il principio di materialità vale anche per gli SDGs, che quindi sono benvenuti quando un'azienda li seleziona perché hanno a che fare intrinsecamente col suo business, dimostrando così la propria consapevolezza e la volontà di orientarsi verso alcune sfide globali. Se invece si vuole parlare di tutto, diventa quasi stucchevole: più SDGs si citano, più si corre il rischio di SDGs-washing».​

 

 

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