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 Il welfare del futuro? Sarà pubblico-privato

Close to you

 Soltanto una nuova strategia che coinvolga Stato, imprese e cittadini potrà rendere il settore assistenziale sostenibile. Ne sono convinti il presidente Inps, Tito Boeri e l’ad Unipol, Carlo Cimbri, intervenuti al convegno “A ciascuno il suo welfare”.

​Un vero e proprio fardello, sociale e anche economico che graverà sulle spalle, impossibile dire se robuste, dell’Italia del futuro prossimo. Un campanello d’allarme quello suonato dal presidente dell’Inps, Tito Boeri, nel corso del convegno organizzato da Unipol, in collaborazione con UniSalute a Roma dal titolo “A ciascuno il   suo welfare. Bisogni mutevoli, scelte individuali, risposte integrate”. “Il sistema di protezione sociale presenta infatti lacune vistose, a cominciare dalla non autosufficienza, che nel 2060 stimiamo  inciderà sul Pil per il 3,2-3,3%”, ha spiegato il numero uno dell’Istituto di previdenza. Un campanello d’allarme difficile da ignorare.
Il nodo, ovviamente, è l'invecchiamento progressivo della popolazione: per la prima volta nella nostra storia gli over 65 hanno superato il 22% della popolazione, una percentuale destinata a crescere a causa dei bassi livelli di natalità.

Boeri è entrato nel merito del dibattito attuale sulle pensioni e ha invitato a “non smontare” il cuore della riforma previdenziale che prevede la modifica dell’età alla quale un lavoratore può ritirarsi alla variazione della speranza di vita. Anche perché il vero punto, aggiunge, non è questo meccanismo né il passaggio a un sistema totalmente contributivo che prevede che ognuno costruisca con i propri versamenti la sua pensione. Il cuore della questione è rappresentato dal ribaltamento della piramide dell’età: per la prima volta in Italia la percentuale di chi ha tra gli 0 e i 14 anni è ferma  al 13%, mentre quella degli over 65, come detto, è pericolosamente vicina a un quarto. Quindi la fetta di chi lavorando e pagando i contributi garantisce le pensioni a chi è ormai a riposo si assottiglia sempre di più. Il sistema rischia quindi di collassare. Si dovrebbero fare più figli ma il fenomeno delle “culle vuote” è legato alla difficile condizione dei giovani che entrano in ritardo nel mercato del lavoro e quando lo fanno spesso hanno carriere «spezzettate» e «precarie» che impediscono di allargare la famiglia. Un cane che si morde la coda. Come se non bastasse, da tempo il sistema non può contare sulle risorse dei lavoratori immigrati perché molti, anche dopo anni di occupazione in Italia, hanno lasciato il Paese interrompendo così un flusso vitale di contributi.
Una situazione che impone un ripensamento dell’attuale sistema assistenziale pubblico, non solo previdenziale ma anche sanitario, che, pur dovendo mantenere il suo ruolo centrale, dovrà cambiare radicalmente, continua Boeri, e «ripensare i suoi strumenti: essere più selettivo, evitare abusi, concepire un programma di Legislatura. Poi è chiaro che il sistema deve includere le assicurazioni private, ma anche le imprese, considerando che sono alle prese con una forza lavoro che invecchia. È già evidente, ad esempio, che le imprese che presentano lavoratori più anziani, stanno investendo maggiormente in welfare aziendale». Un cambio radicale quindi è necessario, accompagnato anche da una profonda presa di coscienza e da una maggiore consapevolezza da parte del cittadino di quello che sarà il suo futuro dopo la fase lavorativa e durante la vecchiaia, sempre più lunga per l’aumento dell’aspettativa di vita.


Un tema sul quale ha insistito più volte l’amministratore delegato di Unipol, Carlo Cimbri, che nel corso dell’evento ha ribadito inoltre la necessità di una più stretta collaborazione fra pubblico e privato in particolare nel campo assistenziale, per rispondere alle sfide di un futuro che è sempre più prossimo. «Solo il 16% dei 37 miliardi di spesa assistenziale pagata direttamente dalle famiglie è canalizzato attraverso la domanda collettiva, una percentuale troppo bassa. Per garantire assistenza specialistica a più fasce della popolazione dobbiamo puntare sul principio di mutualità», dice il numero uno di Unipol.

Cimbri sottolinea che il Servizio sanitario nazionale, una risorsa del Paese, dovrebbe concentrarsi nell’erogazione di quelle prestazioni in cui le strutture pubbliche dimostrano un livello di qualità ben superiore a quelle private. «Prestazioni come la diagnostica o le ecografie potrebbero essere offerte dal settore privato in maniera più efficiente, senza intasare l’offerta pubblica».Per vincere la sfida del futuro bisogna contare su un solido sistema di welfare aziendale, adottato già da quasi il 60% delle grandi imprese manifatturiere. Ma non basta visto e considerata l’alta percentuale della popolazione che non può accedervi o perché fuori dal sistema produttivo, o perché dipendente di una Pmi che non riesce a sostenerne i costi. Fondamentale è dunque un maggiore coordinamento pubblico-privato, non a caso Unipol si propone come “coordinatore di assistenza socio-sanitaria” sulla base dell’esperienza maturata dalle diverse anime del Gruppo come UniSalute.

 

 

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